Dopo l'Arena di Verona
Se si vuole consolidare il movimento del 25 aprile e rilanciarne i progetti nella società, nelle istituzioni e nella Chiesa è necessario creare una struttura permanente. In grado di battere ogni giorno il chiodo del disarmo.

I movimenti vivono anche di fiammate. E il movimento pacifista non fa eccezione. La testimonianza pubblica all’Arena di Verona è già diventata un segno che rimbalza di sito in sito e di pagina in pagina come racconto epico. Le fiammate danno entusiasmo, vigore, visibilità, illusioni. Ma l’indomani, quando si tratta di dare continuità al progetto e di perseguire obiettivi, ciò che conta è l’ordinarietà.

Gran parte degli enti, delle associazioni e fondazioni che hanno contribuito a realizzare il 25 aprile è già tornato, com’è inevitabile, a occuparsi delle proprie incombenze quotidiane, a seguire una propria agenda. Del resto, come pensare che Alex Zanotelli, Luigi Ciotti e Gino Strada si mettano a fare un digiuno a oltranza contro gli F-35? È ipotizzabile che le parrocchie italiane, incalzate da manipoli di vescovi, comincino a raccogliere firme per istituire il Dipartimento per la difesa civile? Ve lo immaginate un sindacato che collochi spontaneamente la riconversione dell’industria militare tra le priorità?

L’Arena di pace rappresenta un punto di convergenza politico di un movimento articolato e plurale. E, insieme, un manifesto di intenzioni civiche ed etiche. Per tenere insieme questo patrimonio di libera cittadinanza e per farlo meglio esprimere è necessario che i maggiori artefici dell’Arena si prendano il rischio di darle una struttura permanente.

Negli scorsi mesi, per ragioni pratiche legate all’evento, è stata costituita l’associazione Arena di pace e disarmo. Perché non farla diventare il raccordo organizzativo e il luogo di elaborazione strategica del movimento? Potrebbe essere un’associazione di associazioni in grado di far sì che, attraverso uno stimolo continuo, i temi della pace e del disarmo “scalino” le agende di tanti organismi nazionali e locali per diventare motivo ordinario di discussione e azione. Va da sé che fare un’operazione del genere significa impiegare energie, anche economiche, ma significa soprattutto prendersi la responsabilità di trasformare davvero gli slogan in fatti concreti.

A proposito di slogan. C’è n’è uno particolarmente felice legato ad una Campagna che ha fatto breccia nell’opinione pubblica… prima di arenarsi. Si tratta della Campagna “banche armate” che ha esercitato una qualche pressione sul sistema bancario chiedendo, prima di tutto alle parrocchie, di chiudere i rapporti con quegli istituti di credito che supportano il commercio delle armi. Una campagna nata dalle Arene degli anni ’80 che indussero il parlamento a discutere e approvare una legge – la 185 del 1990 – che introduceva una qualche forma di controllo e di trasparenza nell’opaco settore armiero, consentendo all’opinione pubblica di avere accesso ad alcuni dati su quel tipo di commercio.

Lanciata nel 1999 dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di pace, la Campagna aveva visto inizialmente l’adesione di tanti singoli cittadini e l’attenzione delle banche, ma è stata sostanzialmente snobbata dal mondo delle parrocchie e dalle stesse congregazioni missionarie. La ragione per cui oggi langue? Perché occuparsene, aldilà degli slogan, richiede un impegno mirato e costante che nessuno dei promotori negli ultimi anni ha saputo (o voluto) esprimere. E perché la Campagna non è diventata patrimonio condiviso del movimento.

 

Ripartenza. Cercando di imparare dagli errori (e anche dagli opportunismi e dalla cultura del piccolo cabotaggio, diffusi pure tra chi sbandiera mitezza d’animo, nobili ideali e fedi incrollabili), è bene cominciare a delineare alcuni dei compiti che l’Arena 2014 ha assegnato a un movimento che decidesse di organizzarsi.

Entrambe le campagne – quella già attiva da anni su il “no” ai caccia F-35, e quella in partenza su disarmo e difesa civile – richiedono un’attività di lobby nei confronti delle istituzioni e dei partiti. In parlamento siedono una settantina di politici – deputati e senatori eletti nelle file di Sinistra ecologia e libertà, Partito democratico, Movimento 5 stelle, Scelta civica – che si definiscono “parlamentari per la pace”. Nel loro sito si legge che «si offrono alla collaborazione con tutti quei soggetti che nella società italiana si dedicano fattivamente a costruire le ragioni della pace, della nonviolenza e del disarmo». Va verificata questa disponibilità, valutato l’effettivo impegno dei singoli e instaurato un confronto sulle iniziative in aula e nelle commissioni, contando sull’esperienza maturata dalla Rete italiana disarmo.

Una quota non trascurabile di gruppi e associazioni che hanno animato l’Arena fanno capo al mondo missionario. Il prossimo novembre a Sacrofano (Roma) si terrà il IV Convegno missionario nazionale. Non sarebbe fuori luogo inserire tra i temi di riflessione quello del disarmo, tanto più che nello “strumento di lavoro” del convegno si afferma che «l’orizzonte della dimensione missionaria rimane senza dubbio quello del dialogo con l’uomo contemporaneo e con il suo universo di senso».

La fiammata areniana, diciamola tutta, non ha comunque riscaldato il cuore di tutti. Anzi è stata vissuta con una certa tiepidezza da una parte dell’arcipelago pacifista. Chi frequenta da qualche tempo questi ambienti non può non aver notato con quanta circospezione il sito perlapace.it, espressione della marcia Perugia-Assisi, ha trattato l’evento del 25 aprile. Se la pace è un bene comune, a maggior ragione dev’esserlo tra pacifisti. La ventesima edizione della Perugia-Assisi si terrà il 19 ottobre. Urgono pontieri.

Molti commentatori hanno rilevato che sulle gradinate dell’Arena c’erano anche i giovani. Certo, più sulle gradinate che sul proscenio. Ecco, dunque, un motivo in più per curare nei prossimi mesi l’aspetto della comunicazione/informazione. Con l’intento di agganciare le nuove generazioni che, per quanto “liquide” possano essere considerate, non sono affatto impermeabili a un progetto ardito ma serio. Il sito arenapacedisarmo.org va quindi mantenuto e potenziato in collaborazione con le decine di testate cartacee e on line “di area”.

Farsi carico di questi e di altri compiti richiede una buona reattività. Bisogna lavorarci subito. Bisogna scrollarsi di dosso l’atteggiamento tipico dei più movimentisti del movimento: crogiolarsi al ricordo di un’Arena colma e identificarsi in una perenne traversata del deserto senza altri riferimenti che una vaga e ideologica terra promessa.