La vera sicurezza non si arma: nasce nei territori - Nigrizia
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Sabato 11 aprile a Verona l’incontro sul tema “Disarmare l’economia per una conversione ecologica integrale”. Obiettivo: definire una serie di proposte da presentare in ambito istituzionale
La vera sicurezza non si arma: nasce nei territori
L’incontro nasce nel solco del grande evento dell’Arena di pace 2024 che ha visto lavorare assieme su più tavoli tematici una pluralità di associazioni e movimenti, nella prospettiva aperta dall’insegnamento di papa Francesco in contrasto con l’“economia che uccide” e per una radicale scelta di conversione ecologica delineata nell’enciclica “Laudato Sì”. Di seguito la riflessione-testimonianza di uno dei relatori, padre Dario Bossi
10 Aprile 2026
Articolo di Dario Bossi
Tempo di lettura 7 minuti
Partita dal Veneto la lotta di resistenza delle Mamme No Pfas si è estesa ben oltre i confini italiani

Ho vissuto per vent’anni in Brasile, circolando spesso anche in altre regioni dell’America Latina. Mi ha sempre affascinato la sorprendente capacità delle piccole comunità di resistere ai grandi progetti neocoloniali di saccheggio delle risorse – così come li definisce un’interpretazione capitalista della relazione con i beni comuni. Ho cercato a lungo di comprendere la fonte di questa resistenza, che si oppone alle corporations e spesso anche allo stato, in una assoluta sproporzione di potere, denaro e accesso all’informazione.

Alcune di queste fonti si trovano nella spiritualità dei popoli e nel loro legame con il territorio. In diverse regioni dell’America Latina, il territorio è concepito come uno spazio di vita in cui si condensano memorie e legami ancestrali, progetti di futuro, un tessuto complesso di relazioni rispettose tra esseri umani e non umani.

Il modo di interpretare il mondo è coltivato nella coabitazione e nella convivenza, generando una ricostruzione continua e risignificata delle relazioni e dell’identità. Per questo, il territorio è anche il luogo di gestazione della cultura, dell’arte e, appunto, della spiritualità.

Papa Francesco, nell’enciclica Laudato Si’, fa riferimento alle culture indigene per valorizzare la fecondità del territorio come spazio di cura delle relazioni. Dice che “la terra non è un bene economico, ma un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di interagire per alimentare la loro identità e i loro valori” (LS 146).

Per questo, riconosce che sono proprio i popoli indigeni coloro che, quando rimangono nei loro territori, sanno meglio prendersene cura.

Conquista, distruzione e corsa al riarmo

Spesso, però, il concetto di territorio è associato alla disputa e alla conquista. Avanzare sulla terra dell’altro ha da sempre garantito una sensazione di potere e di espansione, che genera al contempo – negli altri e nello stesso invasore – uno stato permanente di insicurezza e di paura, e una conseguente necessità di protezione.

La pace, quindi, si riduce a una percezione temporanea di sicurezza, da garantire, come vediamo bene oggi, armandosi sempre di più.

Il magistero della Chiesa, al contrario, ci propone una prospettiva di pace ben più consistente, “disarmata e disarmante”, come dice Papa Leone XIV. Una pace garantita dall’ecologia integrale: da relazioni giuste e armoniche nei territori, intessute in un progetto politico che ripensa l’economia, valorizza la cultura, si lascia ispirare dalla spiritualità e promuove nuovi stili di vita.

Detto così, può sembrare un’utopia disincarnata; eppure esistono esperienze concrete che mostrano come si tratti di cammini possibili e già in atto. Esperienze che confermano che la sicurezza di cui abbiamo bisogno è molto più ampia delle mura che stiamo innalzando e che, al contrario, restringono i nostri orizzonti.

Volti e territori della resistenza: dall’Amazzonia all’Ilva

La comunità di Piquiá, nell’Amazzonia brasiliana, soffre da più di quarant’anni l’impatto dell’estrazione del ferro nel cuore della foresta e del traffico continuo dei treni carichi di questo minerale fino al porto oceanico di São Luís, da cui la commodity è trasportata verso la Cina, gli Stati Uniti o l’Europa.

Uno dei problemi più seri è l’inquinamento siderurgico, legato alla prima lavorazione del ferro, con emissioni insostenibili dal punto di vista sociale e ambientale.

Piquiá ha anche celebrato un gemellaggio con la comunità di Tamburi, a Taranto, colpita da impatti simili a causa della produzione dell’Ilva, che paradossalmente si alimentava con lo stesso minerale di ferro proveniente dall’Amazzonia.

Oltre alla siderurgia, la regione di Piquiá soffre la violenza ambientale dell’agrobusiness, che disperde sui latifondi attorno alle comunità quantità crescenti di fertilizzanti e sostanze tossiche. Quasi duecento pesticidi in Brasile contengono principi attivi vietati in Europa.

Ci sono molte somiglianze tra la storia di Piquiá e diverse esperienze italiane: spesso la popolazione non ha accesso a informazioni affidabili su ciò che sta avvenendo nel proprio territorio e su eventuali progetti previsti. Quando questi progetti devono essere realizzati, si ricorre a un ricatto occupazionale che costringe le persone a scegliere tra il diritto alla salute e il diritto a un salario.

Le responsabilità della politica

Così come il ministero dell’Ambiente italiano non ha finora sviluppato una posizione chiara sulle Concentrazioni Soglia di Contaminazione, anche in molte città brasiliane queste informazioni sono omesse; quando emergono denunce, spesso l’organo ambientale, invece di mitigare l’inquinamento, ritira i rilevamenti o addirittura innalza la soglia minima di pericolo.

È evidente che, in tutti questi casi, si può parlare di vere e proprie “zone di sacrificio”, create per garantire lo sviluppo altrui o per mascherare un’apparente crescita economica fondata su bombe sociali e ambientali destinate alle generazioni future.

Le Mamme No-Pfas lo stanno denunciando con la forza del cuore, con competenza e strategia e, appunto, con una visione integrale, capace di difendere la vita attraverso le generazioni.

Anche la comunità di Piquiá non si è rassegnata al soffocamento imposto dai grandi progetti: da vent’anni denuncia la corresponsabilità delle imprese e del potere pubblico per gli impatti provocati; ha portato in giudizio alcune imprese e già più di venti famiglie sono riuscite a ottenere indennizzi per danni morali e materiali.

Inoltre, la comunità ha ottenuto un “reinsediamento collettivo”: il trasferimento di più di trecento case in un quartiere più ampio, lontano dall’inquinamento e più vicino alla città, costruito a spese delle imprese e del governo, a partire da un progetto discusso e seguito costantemente dalla comunità.

Il territorio è stato violato, ma la comunità ha cercato di non perdere il tessuto di relazioni che lo rendeva vivo e dava senso alla convivenza.

La resistenza di Collevecchio e Sulcis

Nello stesso spirito di resistenza si stanno muovendo, tra gli altri, il collettivo di Colleferro (Roma) e la società civile del Sulcis Iglesiente, in Sardegna.

Colleferro è stata per anni uno dei principali poli italiani dell’industria delle munizioni e la valle del fiume Sacco è, inoltre, una zona profondamente inquinata da prodotti chimici e pesticidi.

È in corso un coraggioso progetto per riconvertire questo polo in un centro nazionale per la difesa civile non armata e per la rigenerazione ambientale e territoriale. La proposta conferma e rafforza l’importanza della Legge di iniziativa popolare per la Difesa Civile non armata e non violenta, lanciata a marzo 2026 e attualmente in fase di raccolta firme.

Nel Sulcis Iglesiente, un Comitato per la riconversione si oppone all’espansione della multinazionale tedesca delle armi Rheinmetall AG. Le risorse del PNRR e il Just Transition Fund europeo rappresentano opportunità concrete per progetti di economia civile, capaci anche di rilanciare le bonifiche ambientali dei siti industriali, generando lavoro e promuovendo un’economia locale giusta e ambientalmente sostenibile.

Se vogliamo una sicurezza reale, dobbiamo guardare oltre il paradigma del riarmo. Le strade già aperte indicano che il rilancio delle economie locali passa attraverso il disarmo e la riconversione, investendo nella formazione tecnica e civica delle persone, capace di generare lavoro dignitoso e partecipazione consapevole; nelle bonifiche ambientali, che restituiscono salute ai territori; e in economie locali di pace, fondate su filiere sostenibili, cura dei beni comuni, riconversione produttiva e valorizzazione delle comunità.

L’incontro “Disarmare l’economia per una conversione ecologica integrale” si svolgerà sabato 11 aprile dalle 9.30 alle 12.30 in Sala Africa, presso la sede dei Missionari Comboniani, in vicolo Pozzo 1, a Verona.

 

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