Alex Zanotelli

Arturo Paoli, Piccolo fratello del Vangelo, è morto il 15 luglio scorso a 102 anni. Una grande icona missionaria dello scorso secolo e di questo. Una figura di notevole rilevanza sia per la Chiesa italiana sia per il mondo missionario. Mi sono ripromesso di dedicare sulle pagine di Nigrizia una profonda riflessione alla vita e all’opera di questo uomo.

In questo breve memoriale vorrei solo toccare degli aspetti del suo essere fedele a Cristo e alcuni passaggi che hanno intrecciato la vita di Arturo Paoli con quella di Nigrizia e anche con la mia vita. Ho conosciuto Arturo solo negli anni ’70, leggendo alcuni suoi libri. Tra questi Dialogo della liberazione che ha fatto da apripista alla teologia della liberazione di Gustavo Gutiérrez. I testi di Paoli mi hanno molto influenzato e direi anche plasmato.

Nato a Lucca nel 1912, è ordinato sacerdote nel 1940. Durante la Seconda guerra mondiale si è dato molto da fare, contribuendo a salvare alcuni ebrei perseguitati dai fascisti e dai nazisti: per questo ha avuto anche un riconoscimento, il titolo di “Giusto tra le nazioni”, dal governo di Israele. Subito dopo la guerra, lavora a Roma come vice assistente nazionale della Gioventù di Azione Cattolica (Giac).

Le posizioni di Paoli, portate avanti anche da uomini come Carlo Carretto, anche lui Piccolo fratello del Vangelo, e come il presidente Mario Rossi, non sono molto ben viste. E nel congresso del 1953 il Vaticano in pratica silura la linea della Giac e chiede che sia Carretto sia Arturo Paoli se ne vadano.

Amareggiato, Arturo comincia a fare i cappellano sulle navi dei migranti italiani diretti in America Latina. È in questa situazione che conosce la comunità dei Piccoli fratelli, fa il suo noviziato in Algeria e nel 1957 fonda una Piccola fraternità in Sardegna. Il Vaticano interviene nuovamente e Arturo viene “invitato” ad andarsene. È il 1960.

Questa volta sceglie l’Argentina e lavora nello stato di Santa Fé in mezzo alla povera gente. Purtroppo quel paese è preda di feroci dittature militari, anche Arturo viene messo nel mirino e nel 1974 ripara in Venezuela. Dopo dieci anni lo troviamo in Brasile dove continuerà a lavorare comunitariamente per la giustizia e la pace fino al suo ritorno in Italia nel 2005.

Lo contattai nel suoi anni venezuelani per chiedergli di collaborare con Nigrizia e fu così che divenne titolare dal 1982 al 1992 della rubrica “Lettera dall’America Latina”. Una collaborazione che diede modo alla redazione e ai lettori, abituati soprattutto ad affrontare temi africani, di aprire una bella finestra su un altro mondo. I suoi contributi, scritti a macchina e inviati in busta ogni mese, hanno certo segnato un’epoca.

Quando la mia vicenda a Nigrizia si chiuse bruscamente nel 1987, venne a trovarmi a Spello dove mi trovavo per un momento di preghiera e mi disse: «Non aver paura, vai avanti». Un’amicizia che è continuata e si è rafforzata negli anni, tanto in occasione di incontri pubblici quanto in momenti privati di dialogo. Una delle ultime cose che ha scritto è stata, nel 2012, l’introduzione a un mio testo Il gran sogno di Dio.

Mi sento in profonda sintonia d’intenti con Arturo. E voglio dirgli ancora che è anche grazie a lui se la rivista Nigrizia è quella che è e io sono quello che sono. Con testardaggine ha sempre percorso il suo cammino, sfidando sistemi di ogni tipo, anche sistemi ecclesiastici, per rimanere fedele al Vangelo. Grazie Arturo.