Editoriale Nigrizia, Marzo 2013

Nella Chiesa serve discontinuità. Non troviamo forse in Gesù una discontinuità radicale? Il Nuovo Testamento non è l’Antico Testamento corretto e rattoppato, e l’attuazione delle promesse profetiche passa attraverso una discontinuità senza precedenti, sintetizzata nelle parole: Ma io vi dico

La discontinuità ci sorprende, ma non ci spaventa. Le notti più oscure partoriscono aurore di incredibile bellezza e novità! La notte del Big Bang, la notte dell’Esodo, la notte della Resurrezione esprimono una radicale discontinuità che porta la storia più vicina al sogno di Dio e alle aspirazioni del cuore umano.

Non serve affermare: Si è fatto sempre così, la tradizione vuole così… fosse pure la non-ordinazione delle donne e il celibato presbiterale come legge ecclesiastica non revocabile. Approcci nuovi sono richiesti; la rinuncia di Benedetto è nella linea delle grandi discontinuità che partoriscono un mondo nuovo, una Chiesa più leggera, più trasparente e più vicina allo stile di Gesù. Un fatto pregno di quella nuova evangelizzazione di cui tante volte papa Ratzinger ha parlato più in termini di correggere il vecchio che di novità e creatività.

Il Vaticano II è l’evento della più grande discontinuità negli ultimi cento anni della vita della Chiesa: discontinuità nella liturgia, con l’apertura alle lingue moderne e al sorgere di nuovi riti; discontinuità nel governo con collegialità e sinodalità e decentralizzazione vaticana; discontinuità quindi nel ministero petrino – caratterizzato nel secondo millennio da una grande concentrazione di potere nelle mani del papa e della curia – per lasciare spazio a uno stile più carismatico e meno giuridico; discontinuità nel riconoscimento del valore delle altre religioni, sia a livello teologico con iniziative comuni che con lo spirito di Assisi; discontinuità nel riconoscimento di una certa ecclesialità in tutte le denominazioni cristiane; discontinuità nel rapporto Chiesa-mondo, compreso come meno ostile e competitivo e più collaborativo e complementare.

Papa Benedetto ha cercato di introdurre la categoria della continuità come criterio ermeneutico di tutti i documenti del Concilio, ma è un approccio difficilmente accettabile e sostenibile. Grazie a Dio, il suo gesto rilancia la discontinuità come categoria non eludibile per restare fedeli al Vaticano II e per la configurazione della Chiesa del futuro.

Nella Pacem in Terris del 1963, Giovanni XXIII identificò tre modalità di discontinuità, che chiamò segni dei tempi:

la fine del colonialismo e la nascita di nazioni e continenti con un’identità non riducibile ad appendici dell’Europa; questo è il quadro culturale e sociale per le chiese locali del futuro a strutture di governo continentale;

la donna nella vita pubblica, e anche nella vita della Chiesa, dove il ministero è nelle mani femminili ma non il potere, è in quelle maschili. Un dualismo che sta creando tensioni mai viste nella storia fra le donne – detentrici da sempre dell’esperienza religiosa – e la gerarchia;

il mondo operaio attivo nella governance sociale, dove lo strapotere della finanza deve essere sottoposto alla politica e al bene comune; concetto ben illustrato da Benedetto XVI nella Caritas in veritate e che sfida la gestione finanziaria anche della Chiesa, dove la trasparenza è uno stile da conquistare e da concretizzare in una precisa prassi.

Benedetto XVI è stato, ed è, un uomo di grande umiltà e dolcezza a livello di rapporti interpersonali ma altrettanto rigido e difensivo a livello intellettuale, troppo legato al mondo filosofico e teologico greco-latino. Ma il mondo è più grande del Mediterraneo e il criterio dei valori non negoziabili blocca qualsiasi possibilità di incontro con il divenire della storia. Tale dogmatismo deve aprirsi al nuovo che avanza anche attraverso la discontinuità.