Il paese di Ouattara e di Gbagbo

I tentativi di rimarginare le ferite della guerra civile si scontrano con un sistema giudiziario inadeguato e parziale, e con improbabili commissioni di riconciliazione. L’esercito, poi, è lo specchio di una frattura sociale profonda.

La riconciliazione nazionale e la ricostruzione dopo la crisi di fine 2010-2011 sono invocate da tutti e interrogano la resilienza della società avoriana, sia da un punto di vista individuale che collettivo. Per la Costa d’Avorio si tratta di risollevarsi recuperando ciò che aveva smarrito: la capacità di superare le sofferenze e i traumi, la capacità di essere una società.

Purtroppo però, a più di quattro anni dalla conclusione della guerra civile, la riconciliazione è ancora in divenire. E questo perché per una parte di avoriani la riconciliazione è coincidere con le idee e le azioni di Alassane Ouattara, il presidente che va pregato, lodato e benedetto. Osare affermare che la nazione va male e che è attraversata da scandali vuol dire esporsi agli attacchi degli “adoratori di Ouattara”.

E poi ci sono gli avoriani per i quali riconciliazione significa semplicemente la liberazione del loro eroe, Laurent Gbagbo, oggi in carcere all’Aia e sotto processo per crimini contro l’umanità. Tutto è e si ferma a Gbagbo. E tutto deve farsi contro Ouattara. Questi avoriani credono al miracolo della sua liberazione e di poterci arrivare senza far nulla, perché, di fatto, non hanno mai fatto nulla per arrivarci. Se si vuole la liberazione di qualcuno che si ritiene detenuto ingiustamente, si deve promuovere la giustizia e non l’apologia dell’ingiustizia e del disordine.

Giustizia cercasi

E a proposito di giustizia, quella avoriana non è stata e non è ancora all’altezza del ruolo. È quanto denunciano tante organizzazioni non governative, locali e internazionali. Tra queste la Federazione internazionale dei diritti dell’uomo (Fidh), il cui rapporto pubblicato l’11 dicembre 2014 elenca le ragioni per cui sono da considerarsi largamente insufficienti le azioni compiute dalle istituzioni e in particolare dagli organi giudiziari per chiudere i conti della crisi 2010-2011.  

Da quattro anni a questa parte, anche con l’arrivo al potere di Ouattara, la Costa d’Avorio non ha ancora scelto tra «giustizia imparziale» e «impunità negoziata per gli autori di gravi violazioni dei diritti umani», afferma la Fidh. Mentre più di 150 persone sono già state ritenute colpevoli nel quadro delle inchieste sulle violenze commesse tra dicembre 2010 e maggio 2011, la Fidh ricorda che «soltanto due di loro appartengono al campo pro-Ouattara».

Ricordando una a una le promesse fatte dalle autorità avoriane in materia, la Fidh afferma che le promesse hanno incontrato ostacoli che solo «una reale volontà politica al vertice dello stato» potrebbe permettere di superare.

Qualcosa si è mosso il 24 dicembre, quando i giudici che stanno compiendo le indagini sui fatti del 2010-2011 hanno convocato alcuni ex signori della guerra, presumibilmente coinvolti in quei fatti. Lasciando che la notizia filtrasse – ne ha parlato la radio francese Rfi – Ouattara ha inteso allontanare da sé e dal suo governo le accuse di giustizia selettiva che gli muovono le opposizioni. Accuse rinnovate a ridosso del processo in corte d’assise a carico di Simone Gbagbo e di altri 82 sostenitori di Laurent Gbagbo. Tale processo, più volte rinviato, si è finalmente aperto il 26 dicembre. Tra gli imputati eccellenti, per attentato alla sicurezza dello stato, Simone Gbagbo, Michel Gbagbo e Pascal Affi N’Guessan, presidente del Fronte popolare avoriano (Fpi).

Altre procedure giudiziarie, relative a crimini più gravi, sono già in corso. Tuttavia gli imputati sono nella stragrande maggioranza dei sostenitori di Gbagbo. Nel campo opposto, solo l’ex capo milizie Amadé Ouérémi, che ha imperversato per molti anni nell’ovest della Costa d’Avorio, e Ahmed Sanogo, ex membro presunto del “commando invisibile”, sono stati messi sotto accusa nel maggio 2013 e nel maggio 2014.

I pochi membri delle Forze repubblicane di Costa d’Avorio (Frci), convocati dal tribunale, non si sono semplicemente presentati. Ne deriva che questi uomini dell’esercito godono di protezioni molto in alto.

Dialogo e verità?

Se il sistema giudiziario avoriano fatica a essere giusto, le organizzazioni create dal governo Ouattara per aiutare la riconciliazione nazionale ? la Cellula speciale di inchiesta e di istruttoria (Csei) e la Commissione dialogo, verità e riconciliazione (Cdvr) – non sono messe meglio. È così che la Csei, creata a dicembre 2013 (per rimpiazzare la Cse lanciata nel 2011) e incaricata di indagare sui crimini commessi durante la crisi postelettorale, ha avuto bisogno di quasi dieci mesi per essere effettivamente operativa, senza che sia stato ancora risolto il problema dei fondi a sua disposizione. Il che ha rallentato considerevolmente le poche istruttorie avviate. (…)

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