Parole del Sud – settembre 2016
Comboniani Brasile

Credeva nella forza trasformatrice del vangelo. Ma solo se la fedeltà a Cristo passava per la fedeltà ai poveri. Li considerava un “luogo biblico”, perché il Dio della vita ascolta il loro grido di liberazione, come una parola sacra. Insisteva a dire che oltre a dare un pesce e insegnare a pescare, bisognava «ripulire il fiume», inquinato dall’ingiustizia sociale.

Il 17 settembre 2006, moriva in Brasile, per un tragico incidente di bicicletta, dom Franco Masserdotti, missionario comboniano, vescovo di Balsas, nello stato del Maranhão.

«Franco riusciva a essere allo stesso tempo vescovo e fratello», ricorda dom Pedro Casaldáliga, altro grande maestro di vita per la Chiesa brasiliana. «Si trovava bene con tutti, ma specialmente con gli inquieti e i sognatori».

Cominciò presto a sognare e, una volta prete, ricucì i suoi sogni attorno a visioni di una nuova società. Aveva studiato sociologia a Trento, negli anni ’60. Là, commentava il giornalista Giorgio Bocca, «come se fosse suonato un misterioso tam-tam, tutti gli avventurosi, gli utopisti, gli spostati, gli irrequieti della penisola si sono dati appuntamento».

Dopo un primo assaggio di missione inserita, otto anni in Brasile, gli era stato affidato il compito di accompagnare e orientare la sua congregazione missionaria, i comboniani, prima come consigliere generale a Roma e poi come coordinatore provinciale in Brasile.

Creativo e coinvolgente, aprì per i comboniani e la Chiesa locale nuove vie nel campo dell’animazione missionaria e della missione itinerante, della formazione popolare e politica, della comunicazione, della pastorale e della teologia indigena…

Durante le celebrazioni per i 500 anni della “scoperta” del Brasile, nel 2000, i popoli indigeni organizzarono una grande conferenza a Porto Seguro, nello stato di Bahia, luogo del primo sbarco degli invasori portoghesi. Quattromila indigeni, in marcia pacifica, furono attaccati barbaramente dalla polizia, che voleva disperderli prima che rovinassero le celebrazioni ufficiali. Dom Franco, in qualitá di presidente del Consiglio indigenista missionario della Conferenza episcopale brasiliana, tentò di mediare, finendo per essere anche lui arrestato, per cinque ore.

Sono passati da allora più di quindici anni, ma oggi ancora le aggressioni ai popoli indigeni ricalcano la logica coloniale di cinque secoli fa.

A giugno di quest’anno, un numeroso gruppo di indigeni guaranì-kaiowá dello stato di Mato Grosso do Sul hanno rivendicato alcune terre ancestrali in cui si trovavano accampati. Un gruppo di persone armate (esistono forti indizi che si tratti di paramilitari contrattati dai fazendeiros locali) li hanno circondati sparando su di loro, uccidendo un giovane di 26 anni e ferendo altre 6 persone, tra cui un bambino di 12 anni. Un mese dopo, nella stessa regione, in un altro attacco sono state ferite 3 persone dello stesso gruppo indigeno; una di loro si trova in gravi condizioni.

È da tempo che i movimenti popolari e diversi gruppi religiosi denunciano la guerra non dichiarata contro questa etnia, sistematicamente aggredita: un vero e proprio processo di genocidio, nella più totale garanzia di impunità.

Dom Franco, che aveva sperimentato sulla sua pelle il bruciore di tanta sfacciata violenza, ci provocherebbe, però, a ricercare segni di speranza. Eccone uno, che ci viene direttamente dal bacino amazzonico del Rio Tapajós: il popolo munduruku esige che il governo brasiliano riconosca formalmente il suo territorio; avrebbe così maggiore forza per opporsi ai numerosi progetti di dighe idroelettriche che minacciano di inondare buona parte della regione.

Insoddisfatti per l’inerzia e i subdoli interessi dei partiti al governo, i munduruku hanno iniziato un progetto di “auto-demarcazione”. Disegnano loro stessi la mappa della loro terra, affermando così dal basso l’autorità di tracciare i confini, a partire dalla conoscenza del territorio, preservando i luoghi della pesca tradizionale, della caccia e della raccolta dei frutti nella foresta, dei villaggi e dei campi coltivati a mano.

La storia può essere riscritta, se diamo voce alla “parola sacra dei piccoli”.