Africa orientale
Sono sempre di più le donne che dall'Africa orientale vengono attirate in Medio Oriente con la promessa di un lavoro per poi essere seviziate, umiliate e schiavizzate. La Tanzania ha bandito una settantina di agenzie di impiego, anche il Kenya ha adottato contromisure. Ma questo nuovo mercato di servi è difficile da combattere.

Detenute in condizioni disumane, picchiate, violentate, umiliate, costrette a prostituirsi o a lavorare senza ricevere compenso. Infine incarcerate se tentano di fuggire. È l’inferno di centinaia di donne partite dall’Africa dell’Est verso il Medio Oriente con la promessa di un lavoro ben retribuito. Un moderno mercato di schiavi che in alcuni casi si nasconde dietro ad insospettabili agenzie per il lavoro interinale all’estero, con sede in vari paesi arabi. Una settantina di queste, sono state messe al bando lo scorso 20 agosto dal governo della Tanzania.
In Oman – dove la lingua kiswaili è largamente diffusa – la maggior parte dei lavoratori stranieri sono tanzaniani. Si tratta per lo più di donne, impiegate come collaboratrici domestiche. Ma già lo scorso anno, cinque agenzie dell’Oman avevano interrotto il reclutamento di lavoratori in questo paese, proprio per il moltiplicarsi di denuncie di donne costrette a prostituirsi o vessate in vari modi. La situazione non è migliore per le cittadine kenyane, tanto che un anno fa, dopo una serie di morti sospette, Nairobi impose il divieto alle agenzie mediorientali, di procacciarsi lavoratori nel paese. Un divieto allargato, tre settimane, fa anche alla Giordania. 

L’incubo
A riportare attenzione dell’opinione pubblica su quanto sta accadendo è stato un video, diffuso una settimana fa sui social network, divenuto subito “virale”. Nella clip si vede un gruppo di ragazze kenyane che vengono torturate, presumibilmente in un campo di detenzione in Arabia. I campi di detenzione sono una sorta di carceri illegali situati in luoghi desertici, lontano da centri abitati. Vi sono tenuti segregati anche per mesi i lavoratori appena arrivati, in attesa di destinazione e quelli che, una volta scaduto il contratto, devono tornare al paese d’origine. L’incubo di queste persone inizia qui. «Quando siamo arrivati – racconta Rosy Atieno – eravamo circa un centinaio, donne e uomini, non solo kenyani, ma anche etiopi e filippini. Mi hanno confiscato il passaporto e tenuto per tre mesi chiusa in un edificio. Ci trattavano come animali, senza nemmeno un matertasso su cui dormire. Ho saputo solo in seguito di essere stata portata in Arabia Saudita». Chi, come Rosy, è riuscito a tornate a casa, racconta l’inferno dello sfruttamento, le violenze, il razzismo, le umiliazioni fisiche e psicologiche subìte. Uscita dal centro, Rosy è stata assegnata ad una famiglia di otto persone e ha lavorato in schiavitù per due anni, anche 18 ore al giorno senza mai poter uscire di casa e senza poter telefonare. Ma è stata fortunata perché alla fine è riuscita a tornare in Kenya. Una sorte peggiore è toccata ad altre donne che non hanno fatto ritorno. L’ultima di loro si chiamava Ansila Charo Kenga e aveva 35 anni. Il governo saudita sostiene si sia suicidata lo scorso dicembre, ma il suo corpo, denunciano i familiari, era coperto di ematomi e ferite. Lavorava da oltre un anno come collaboratrice domestica a Jeddah.

Difficile intervenire
Al ministero degli Esteri, a Nairobi, c’è un ufficio che si occupa della diaspora. «Negli ultimi cinque anni abbiamo ricevuto numerose denunce – racconta un addetto di questo ufficio al quotidiano The Star – ma per noi è molto complicato intervenire perché molte delle agenzie che inviano lavoratori in Arabia Saudita lo fanno senza informarci e senza collaborare, quindi né noi né l’ambasciata sappiamo dove siano state mandate queste persone». «Inoltre – aggiunge – la maggior parte di questi lavoratori sono inviati all’estero da agenti “sospetti” di cui conoscono solo il nome e che non appartengono ad organizzazioni ufficiali».
Tutto questo non sembra comunque scoraggiare i cartelli delle agenzie interinali straniere che di recente hanno, invece, aumentato le pressioni sul governo kenyano affinché ripristini legalmente il reclutamento, rimuovendo il divieto.

Nella foto sopra una donna eriterea con in mano un cartello che riporta la scritta: “Nella giornata internazionale della donna supportiamo i diritti delle lavoratrici domestiche”, durante una protesta nel 2009. (Fonte: AP Photo/Grace Kassab)