I COLORI DI EVA – gennaio 2011
Elisa Kidané

Ogni lasciato è perso… Ma non sempre. Anni fa, agli albori di questa rubrica, m’era stato proposto di occuparmene. Declinai l’invito, preferendo indicare un altro nome. Da allora, ne è passata di acqua sotto i ponti. Da questa pagina voci femminili si sono alternate nel portarci a vedere il mondo con occhi e cuore di donna.

Confesso che è questa la prima pagina che leggo quando ricevo Nigrizia. Ora, invece, mi dovrò accontentare dell’anteprima. Perché, visto che l’occasione mi si è ripresentata, ho accettato volentieri la proposta di essere ospite della rubrica “I colori di Eva”. Una proposta giunta in un momento propizio della mia vita: mi accingo a iniziarne un nuovo capitolo. L’opportunità m’è parsa di buon auspicio.

«Scrivi su qualsiasi argomento che senti di dover condividere. Spazia su ogni situazione che ritieni importante far conoscere. Tieni, come trama di fondo, l’Africa e la questione femminile». Così i membri della redazione. Non potevano chiedermi di meglio: questi argomenti sono musica per i miei orecchi e viatico nel mio andare. Spero non si trovino pentiti. Come inizio, mi è stato chiesto di raccontarmi. Tempo fa, avevo trovato una sintesi che mi sembrava geniale per presentarmi. Poi, ho visto che è stata ripresa e riciclata un po’ ovunque. Pazienza! A me, comunque, continua a piacere.

Dunque: chi sono? Sono eritrea per nascita, missionaria comboniana per vocazione, cittadina del mondo per scelta. (Dopo ogni virgola, potrebbero starci parole lunghe una vita…). Ma più che raccontarmi, penso sia importante raccontare. Questo cercherò di fare. Soprattutto, tenterò di condividere con voi quegli argomenti o quelle situazioni che accadono tutti i giorni, ma dal punto di vista della mia postazione di donna, suora e africana.

È sempre una sfida riuscire a raccontare “con parole proprie” e farsi voce di noi stesse, dei nostri sogni, delle nostre aspettative, delle nostre indignazioni, delle nostre attese e speranze, in un mondo in cui, mentre ci si attiva per far sì che gli animali domestici abbiano diritto al cartellino sanitario (nulla da eccepire, per carità), al contempo si vuole che il personale sanitario di una struttura ospedaliera denunci il clandestino che chiede di essere curato. «Retorica!», dirà qualcuno. Forse. Ma allora dobbiamo metterci d’accordo e decidere qual è la scala di valori che vogliamo sorregga questo nostro mondo.

Mentre scrivo, sono tantissime le notizie che stanno occupando i media. Si va dalla bufera WikiLeaks alla tragica scomparsa di bambine: una uccisa; dell’altra sono ancora in corso le ricerche. Alcune notizie occupano per giorni pagine e spazi nei media: sono notizie “vendibili”. Altre, invece, vengono chirurgicamente “asportate”. Punto e basta.

In questa rubrica vorrei riportare proprio queste notizie “altre”. Come, per esempio, il grande impatto che la Campagna per il Premio Nobel alle donne d’Africa sta avendo in molte città europee, africane e latino-americane: un modo geniale per far conoscere al mondo il ruolo inestimabile della donna africana, della sua resistenza e del suo coraggio nel portare sulle proprie spalle il continente. O la mattanza di eritrei nel deserto del Sinai. O la storia di quegli immigrati che, per far valere i loro diritti, devono asserragliarsi su una gru o una torre: estrema sponda in un paese dove si cercano braccia e ci si dimentica che queste – guarda caso! – stanno attaccate a un corpo, per quanto diverso ed estraneo possa essere. Vorrei soffermarmi sull’incredibile cinismo di chi reputa più o meno grave un fatto di cronaca, se a compierlo è un immigrato o no. Sono sintomi di un male subdolo che sta minando il cuore del mondo. A ognuno di noi la responsabilità di porvi rimedio. Anche solo parlandone. Pacatamente.

Sarà impresa non facile, ma unica alternativa in questa girandola di sentimenti e risentimenti. Forse qualcuno pensa che intenda togliermi qualche sassolino dalla scarpa. No, credetemi: sono macigni quelli che tento di smuovere.

Vorrei chiudere con un aneddoto che riguarda l’inquilino della stanza “Giufà”, Gad Lerner. Non molto tempo fa, presenziando a un avvenimento (in sala c’ero anch’io), Gad faceva notare agli organizzatori, tutti rigorosamente maschi, la mancanza plateale dell’elemento femminile tra i relatori e i protagonisti dell’evento. Nessuno, pare, s’era accorto che in quella kermesse, nella quale si parlava di Africa, di giustizia, di solidarietà (tutte parole rigorosamente femminili, tra l’altro), per rendere completa e più credibile l’iniziativa mancava proprio la donna: valore aggiunto che dà senso a ogni progetto di vita. Nessuno pareva si fosse reso conto. E lui ha avuto il buon senso di ricordarlo. Averlo come vicino di casa, nel condominio Nigrizia, rende il passo più spedito e leggero.