PAROLE DEL SUD – GENNAIO 2018
Comboniani Brasile

José, che piacere rivederti! Allora, avete già seminato nelle terre attorno al villaggio? Grazie a Dio, sì, padre. Se il cielo ci benedice, anche quest’anno avremo fagioli e manioca!

Ricominciamo un nuovo anno. I cicli della vita si fermano, a gennaio, per riposare e farsi fecondare dalla pioggia. La frenesia urbana rallenta un po’, per riprendere a breve. Ricomincia anche il Brasile? Purtroppo no.

Dom Erwin Krautler, vescovo difensore dei popoli indigeni brasiliani, afferma che «questo golpe è sistemico». Da quando, nel 2016, il presidente che consideriamo illegittimo ha scalzato il governo eletto nel 2014, sono sotto attacco tutte le dimensioni della vita nazionale: vengono modificate le leggi ambientali, le regole del lavoro e della previdenza sociale, i princìpi e gli stanziamenti pubblici per la salute e l’educazione. Si cerca di svendere agli interessi privati del grande capitale patrimoni pubblici, acqua, terra, riserve minerali e fossili.

Le conseguenze cominciano a farsi sentire. Più di 40 milioni di lavoratori sopravvivono con meno di 250 euro di stipendio mensile; ci sono 13 milioni di disoccupati ed è aumentato molto il lavoro precario e informale. È tornata la fame e aumentano i debiti, la violenza, lo scoraggiamento. Sulla scena nazionale brillano i sorrisi dei fantocci politici, sostenuti dagli enormi interessi degli investimenti internazionali.

Guardandoci attorno, osserviamo un ciclo simile in diverse parti del mondo. Si è consolidata una disillusione globale riguardo alla rappresentanza politica. Il sociologo spagnolo Manuel Castells la definisce «totale decomposizione del sistema politico».

Nei primi anni del nostro decennio, si sono messi in moto nuovi movimenti di piazza, che rivendicano in varie parti del mondo (anche in Brasile) dignità e democrazia. Ma sono mancati strumenti legittimi per imporre il cambiamento. E i movimenti si sono in buona parte sgonfiati.

Così, si è affermato un progressivo senso di impotenza, che sfocia oggi nello scoramento. Ci si ritira a vita privata (e virtuale), oppure in una ribellione disorganizzata e disperata, poco efficace per il cambiamento.

In Brasile, ogni ansia di ricostruzione viene canalizzata verso le elezioni del prossimo ottobre, con il rischio che nei prossimi nove mesi si inghiottano passivamente nuove deleterie riforme antisociali. Perlomeno ci sarà restituito un governo frutto della volontà popolare (qualsiasi essa sia: nei momenti di crisi il rischio del populismo cresce).

Ma resta alta la probabilità che si inneschi il ciclo descritto sopra. «Se, pur in paesi con caratteristiche diverse e specificità proprie, sorge lo stesso fenomeno, allora possiamo pensare come ipotesi che il modello sta crollando», conclude Castells.

A ogni crisi corrisponde una rinascita. Ma non riusciamo ancora a vedere in quale direzione; cerchiamo con il cuore stretto nuove intuizioni. Uno spunto ci viene dai popoli indigeni, eterni resistenti in questo lungo tempo coloniale a loro imposto. Una speranza viene dal ricominciare nei territori, dal rilocalizzare l’economia e la gestione politica, dal riscoprire le radici per difendere il futuro degli spazi collettivi.

È una piccola semente che, in questo inverno, possiamo seminare. Che la pioggia e il cielo la benedicano!

Investimenti internazionali
Exxon, Shell, Repsol e altre imprese multinazionali si stanno aggiudicando all’asta blocchi del grande giacimento di petrolio Pré-Sal, in acque profonde del territorio brasiliano. Il piano del governo precedente era di investire percentuali significative di questo patrimonio in progetti di educazione e salute.

 

In Brasile
I momenti più vivi sono state le grandi manifestazioni del 2013, ma anche l’organizzazione autonoma, pluricentrica e contagiosa che nel 2016 ha portato migliaia di giovani a occupare le scuole per opporsi alla riforma del mondo dell’educazione.