La “Dottrina Donroe” e il sogno della nuova Gran Colombia
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L’attacco al Venezuela e le pretese coloniali degli USA sull’America Latina
La “Dottrina Donroe” e il sogno della nuova Gran Colombia
Con il sequestro di Maduro Trump ha “sistemato” tre dei quattro paesi del progetto di nuova integrazione subregionale sotto l’egida statunitense. Ora manca solo Bogotá, che va a elezioni quest’anno...
09 Gennaio 2026
Articolo di Jairo Agudelo Taborda, docente di Relazioni Internazionali alla Universidad del Norte Barranquilla - Colombia
Tempo di lettura 9 minuti
(Immagine crata dall'intelligenza artificiale)

Assistiamo oggi ad oltre un secolo di regressione storica, geografica, giuridica e geopolitica nelle Americhe e nel mondo. Che strane coincidenze. Nel 1820 si era completata la liberazione dei 5 paesi chiamati bolivariani dalla colonia spagnola: Bolivia, Perù, Ecuador, Venezuela e Colombia (incluso il Panama d’oggi). 

Poi, nel 1821 Bolivar aveva creato la Gran Colombia (Unione dell’Ecuador, Venezuela e Colombia incluso l’attuale Panama sino il 1903) in vigore sino il 1831 come una Repubblica liberale a carattere centralista.

Nel 1823, a fronte del progetto bolivariano della Gran Colombia, gli USA avevano risposto con la Dottrina Monroe sintetizzata nello slogan “America per gli americani” pretestando le veleità di alcuni paesi europei (Francia e Inghilterra) di sostituirsi alla Spagna.

Ora, oltre un secolo dopo, a fronte dell’idea di riprendere lo stesso progetto recentemente proposto da Maduro a Petro, gli USA rispondono con la Dottrina Donroe (ironico ma serio riferimento a Donald Trump), nome simile e contenuto uguale.

Infatti, sino il 2 gennaio 2026 gli USA si erano accordati colonialmente col Panama di Mulino (dopo minaccie di intervento militare per riprendersi il canale) e con l’Ecuador di Noboa (dopo cospicue offerte di aiuti a cambio della concessione di basi militari ecuadoriane agli USA).

Il 3 gennaio, dopo l’intervento militare per sequestrare Maduro, gli USA hanno imposto un accordo di stampo coloniale col rimanente vertice del regime venezuelano presieduto da Delcy Rodriguez ed appoggiato dagli stessi militari di prima. Una sorta di madurismo senza Maduro chiamto transizione ma con il quasi assoluto controllo delle risorse in capo agli USA.

Inoltre, gli Stati Uniti hanno imposto l’uso delle ricchezze venezuelane prodotte dal suo petrolio venduto dagli USA per comprare soltanto prodotti nordamericani. Quindi, se la Gran Colombia di oggi e di un secolo fa comprende: Panama, Ecuador, Venezuela e Colombia; mancherebbe solo quest’ultima per cadere nel piano coloniale regionale USA.

Va ricordato che il Venezuela possiede il 17% delle riserve petrolifere al mondo che lo rende il più ricco in assoluto in questa risorsa vitale ancora per gli USA negazionisti del cambio climatico.

La Gran Colombia è stata la più importante iniziativa di integrazione subregionale nella storia del Sudamerica e tra le prime al mondo nel XIX secolo. L’altro simile progetto di integrazione sudamericana lo rappresenta l’UNASUR creata nel 2008 dal Trattato di Brasilia con 12 membri ma ora molto indebolita vista la divisione politica al suo interno con la sterzata de la subregione verso la destra nazionalista.

Proprio come avvenne nel 1831 con la Gran Colombia, divisa apposta dagli USA tra bolivaristi favorevoli ad una Repubblica centralista e santanderisti di tipo federale. Un’altra coincidenza. Tutti questi paesi sono ricchi in risorse naturali, soprattutto in petrolio.

Tutti e 4 colpiti anche dal fenomeno del narcotraffico per produzione di sostanze illecite oppure zone di transito di droghe come il Venezuela ed il Panama. A ciò si aggiungono pure le minaccie contro il Messico.

Maduro aveva più volte proposto a Petro la ricostituzione della Gran Colombia: Colombia, Ecuador, Panama e Venezuela come fu dal 1821 al 1831. (Colprensa 2025)

Il fatto. Anzi, il fattaccio

Nel contesto regressivo sopra descritto, va inquadrata l’aggressione militare USA sul Venezuela del 3 gennaio 2026 che si è conclusa con il sequestro del presidente Nicolas Maduro e sua moglie, l’uccisione di 32 guardie presidenziali d’origine cubana, oltre 70 tra civili e militari venezuelani ed il ferimento di altre 100 persone.

Il pretesto nordamericano è quello della lotta contro il narcoterrorismo. Va evidenziato che in nessun momento Trump si è appellato al ripristino della democrazia oppure dei diritti umani. Nella sua spiegazione ha affermato senza indugi che l’obbiettivo è togliere Maduro di mezzo per farsi carico del controllo del petrolio venezuelano.

Questa è una netta differenza con gli interventi Usa nella regione durante la Guerra Fredda nel quadro della Dottrina della sicurezza nazionale anti-comunista.

Va da sè che quell’intervento viola sia il diritto internazionale, sia il diritto nazionale USA che prevede nella sua Costituzione il dovere di autorizzazione del Congresso per le decisioni presidenziali relative alla guerra ed agli interventi militari.

Per fortuna, vi è stata una grande reazione sia a livello mondiale sia a livello interno condannando l’intervento unilaterale. In America Latina, la prima reazione ha prodotto una dichiarazione congiunta da parte di Brasile, Messico, Cile, Uruguay e Colombia ai quali si è aggiunta la Spagna. Poi si è pronunciata l’Unione Europea, seppure con toni diversi.

Paradossalmente, e per fortuna, Trump non ha consegnato immediatamente il potere all’opposizione di Corina Machado. Ha preferito aprire una transizione con il resto del regime madurista che conta sull’appoggio dei militari. Altrimenti, si sarebbe scatenata una guerra civile come è successo in Irak, Siria, Libia ed altri casi. Qualche lezione del passato è stata imparata.

Sinora il piano di transizione vede la vicepresidente di Maduro, Delcy Rodrìguez, a capo dell’esecutivo, suo fratello Jorge Rodrìguez a capo del legislativo e sia Cabello che Padrino a carico dele Forze armate, con l’impegno di indire elezioni prossimamente.

Poi si parla di recupero dell’economia in mano agli USA che venderà il petrolio venezuelano restituendo una parte del reddito ai locali, a patto che essi lo usino per l’acquisto di beni statunitensi. La ragione dichiarata è quella di azzerare il flusso di petrolio venezuelano verso Cina, Russia, Iran e Turchia.

Con lo stesso argomento hanno imposto condizioni a Panama per non essere aggredito: non permettere l’intervento della Cina sul Canale. Se la Dottrina Monroe estrometteva gli europei dagli interessi in America Latina, quella Donroe estromette soprattutto i cinesi e poi i russi dal cortile americano.

Quindi, sono stati “sistemati” 3 dei 4 membri del progetto di nuova Gran Colombia. Manca solo appunto la Colombia.

Dall’arrivo di Trump al potere dal gennaio 2025, le relazioni colombo-americane sono precipitate. Gli USA sono arrivati alla decertificazione della Colombia nella lotta al narcotraffico, all’iscrizione del presidente Gustavo Petro e famiglia nella Lista Clinton di narcotrafficanti ed il divieto di ingresso negli Stati Uniti.

Addirittura, il 6 gennaio, Trump ha detto che il prossimo intervento dopo il Venezuela poteva essere in Colombia per prelevare Petro, considerato, lui pure, narcoterrorista come Maduro.

Poi, miracolosamente, il 7 gennaio, la diplomazia colombiana ha segnato un gol. L’ambasciatore colombiano negli USA, Daniel Garcia-Peña, ed il senatore republicano Rand Paul hanno convinto Rubio e Trump ad accettare una telefonata del presidente Petro. Infatti, si sono parlati per circa un’ora con grande rispetto, concludendo addirittura con un appuntamento a breve nella Casa Bianca per chiarirsi a vicenda e rinnovare il dialogo interrotto da circa un anno.

Impatto del caso Venezuela in Colombia

La Colombia e il Venezuela condividono circa 2.220 kilometri di frontiera. Fino il 1998 fu un confine quasi immaginario poiché prevaleva lo scambio di persone, merci e capitali, facendo di entrambi paesi i primi soci commerciali reciproci.

Con l’arrivo di Chavez e poi di Maduro in Venezuela, tutto è precipitato. Benchè non ci siano stati conflitti militari, vi sono state delle minaccie reciproche, soprattutto durante i due governi Uribe (2002-2010). La frontiera è stata chiusa e riaperta più volte. Da agosto 2022 con Petro si sono normalizzati i flussi.

Tuttavia, il rapporto tra Petro e Maduro non è stato sereno. Petro non ha riconosciuto il trionfo elettorale di Maduro di luglio 2024 al quale ha chiesto, assieme a Lula del Brasile, di pubblicare i verbali elettorali. Ciò nonostante ha mantenuto rapporti stretti, creando anche zone comuni sia economiche sia militari.

Ciò ha provocato la furia americana e delle destre colombiane. Va ricordato che dal Venezuela colpiscono la Colombia alcuni gruppi armati colombiani: dissidenti delle FARC, dell’ELN e paramilitari. Storicamente il Venezuela è stato garante nei diversi dialoghi di pace in Colombia, compreso quello riuscito con il grosso delle FARC il 24 novembre 2016.

Prima del 1998, lo scambio colombo-venezuelano arrivava a 7 miliardi di dollari l’anno. Durante le diverse chiusure è sceso a 2 miliardi, per lo più con attività di contrabbando. Da agosto 2022 si sta normalizzando e è tornato a 5 miliardi l’anno.

Dal 1998 ad oggi, sono fuggiti dal Venezuela 7,8 milioni di persone, di cui 2,8 milioni circa (il 36%) hanno trovato rifugio in Colombia. Alcuni di essi sono colombo-venezuelani che ritornano in Colombia dopo la diaspora di colombiani verso il Venezuela negli anni ’80.

Oggi, malgrado l’incertezza in corso, i venezuelani continuano a transitare liberamente da un paese all’altro – fino a 50mila ogni giorno – attraversando i tre ponti frontalieri: Simòn Bolivar, Francisco Santander e Tienditas.

Va detto che, malgrado tutto, la Colombia ha saputo gestire la crisi migratoria molto meglio che l’Unione Europea. Il nesso tra Colombia e Venezuela è molto forte poichè legati da storia, geografía andino-caraibica e dal triplice incrocio indigeno, nero e bianco, che ha originato altre sfumature etniche: meticci, mulatti e sambi.

Tutto ciò, però, rende la Colombia molto vulnerabile agli eventi nel vicino paese. Tanto più in tempi pre-elettorali, tenuto conto che il paese si prepara alle legislative di marzo ed a quelle presidenziali di maggio 2026.

Come si sa, vi è stato un forte influsso USA nel determinare i vincitori nelle recenti elezioni latinoamericane in Ecuador, Honduras e Cile. Si teme, quindi, che anche questa pretesa USA  abbia motivato l’aggressione al Venezuela e la minaccia sulla Colombia a seguito di attacchi di lance ed imbarcazioni sulle coste caraibiche e pacifiche, attorno sia al Venezuela che alla Colombia.

Il timore tra i colombiani era salito assai dopo il caso Maduro e il verificarsi di attacchi verbali con minaccia militare anche contro Petro. Ora si respira una mesta calma a seguito della telefonta bilaterale con la promessa di una riunione in breve a Washington.

Si spera che sia la volta buona di reciproca costatazione della loro interdipendenza su molti fronti a cominciare dalla lotta al narcotraffico come problema comune. Da parte loro, i venezuelani in Colombia e nel resto dell’America Latina, sognano il ritorno in patria anche se non inmediato, vista l’incertezza regnante, ma il prima possibile.

Comunque, ringraziano l’accoglienza colombiana che li rende veramente paesi fratelli. Dal punto di vista politico, sono iniziate le liberazioni di circa 400 prigionieri politici del regime, tra cui, ci si augura, il cooperante italiano Alberto Trentini.

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