Economia in bianco e nero -settembre

In Nigeria continuano gli attacchi contro le aziende del settore petrolifero nel Delta del Niger. Nel 2009 è stata siglata un’amnistia tra ribelli e governo e, per un po’, gli attentati sono cessati. Ma le condizioni della gente del Delta, nonostante le promesse, non sono migliorate: povertà endemica, inquinamento massivo causato dalle estrazioni, mancanza di scuole e ospedali… Così, gli attacchi dei ribelli sono ripresi, con il sostegno tacito della popolazione locale, che offre accoglienza e protezione. Nel 2011 ci sono stati 11 attentati. L’ultimo è di qualche settimana fa: un uomo armato ha attaccato una petroliera, ucciso due nigeriani che lavoravano alla sicurezza e sequestrato quattro operai. Il metodo usato dai ribelli è sbagliato, ma i motivi che muovono la loro “protesta” sono giusti e condivisibili: da 50 anni il loro territorio viene depredato dall’industria petrolifera e alla gente locale rimane niente.

La Nigeria è l’ottavo produttore mondiale di greggio e quinto fornitore di petrolio degli Stati Uniti. La sola Shell, dagli anni Cinquanta, ha estratto dal Delta del Niger una quantità di greggio pari a 30 miliardi di dollari. Negli anni Novanta lo scrittore Ken Saro-Wiwa, candidato Nobel per la pace, e la gente del Delta avviarono una lunga serie di proteste per chiedere un risarcimento alla multinazionale americana. L’allora presidente, il dittatore Sani Abacha, ordinò la repressione e i soldati nigeriani uccisero migliaia di attivisti. Nel maggio 1994 Ken Saro-Wiwa fu arrestato con otto leader ogoni. Il 10 novembre 1995 i nove furono giustiziati. Da allora non è cambiato molto.

La produzione di greggio nell’area è “volatile”, ma, nonostante i rischi, è arrivata a un output record negli ultimi mesi. Il fatto è che le royalty del petrolio vanno tutte a finire per il 90% nelle casse del governo centrale (e dei suoi leader corrotti) e per il 10% nelle altrettante corrotte amministrazioni locali.

Per oltre un anno, la Commissione permanente d’inchiesta del senato americano ha investigato il fenomeno della corruzione della leadership politica nigeriana. Le 322 pagine del rapporto prodotto fanno luce sui meccanismi corruttivi legati al petrolio. Dove finiscono i soldi dell’oro nero del Delta? Nei paradisi fiscali.

Il giornalista Claudio Gatti, in un’inchiesta pubblicata dal Sole 24 Ore, ha raccontato il percorso di questo fiume di denaro. I personaggi chiave di questa storia sono l’ex vicepresidente nigeriano, Atiku Abubakar, miliardario, candidato battuto alle ultime presidenziali, e il suo socio in affari, un italiano, l’imprenditore Gabriele Volpi, al quale qualche tempo fa il settimanale Il Mondo ha dedicato la copertina, definendolo “il Roman Abramovich italiano”. Come l’oligarca russo, proprietario del Chelsea, anche il nostro super-ricco ha fatto i soldi con l’oro nero ed è un “mecenate” dello sport: possiede squadre di calcio (Spezia Calcio) e persino la storica Pro Recco di pallanuoto.

Altra similitudine. I miliardi, mister Volpi li ha fatti grazie alla sua vicinanza con la classe politica nigeriana (proprio come gli oligarchi russi). La sua azienda, la Intels, ha il monopolio della logistica petrolifera in Nigeria, con un giro d’affari di quasi 1,5 miliardi di dollari l’anno. Tutte le multinazionali in Nigeria si affidano a questa società per i servizi di supporto logistico. In una delle deposizioni alla Commissione del senato Usa, la Exxon-Mobil ha dichiarato che solo tra il 2006 e il 2008 ha pagato alla Intels oltre 245 milioni di dollari. Insomma, chi vuole gestire le enormi piattaforme off-shore nigeriane non ha scelta: deve ricorrere a Intels per i suoi servizi.

L’attività in Nigeria di Gabriele Volpi inizia nella seconda metà degli anni ’70. Ma la sua fortuna comincia nel 1981, quando entra nel settore della logistica petrolifera, in società con l’allora vicedirettore delle dogane, Atiku Abubakar, divenuto poi vicepresidente e uno degli uomini più ricchi e potenti del paese.

Per la Commissione d’inchiesta Usa, Volpi non sarebbe altro che il portaborse-prestanome del potentissimo ex vicepresidente nigeriano, nel frattempo caduto in disgrazia. Nel 2007 la Commissione d’inchiesta del senato nigeriano chiese che Abubakar fosse sanzionato per aver «abusato del proprio ufficio e favorito la diversione di fondi pubblici per un totale di 145 milioni di dollari». Un’altra commissione nigeriana sui crimini economici e finanziari ha accusato Abubakar di aver abusato del proprio potere politico, di aver «promosso attività economiche a beneficio proprio e dei suoi amici» e di «essere responsabile di corruzione e riciclaggio di denaro».

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