COMBONIANI 150 ANNI – DOSSIER OTTOBRE 2017

L'Asia è l’area del mondo che negli ultimi dieci anni ha conosciuto le maggiori trasformazioni economiche e sociali. Che la missione comboniana, presente nel sudest asiatico e nel mondo cinese, è chiamata a capire e ad affrontare.

Confesso che vent’anni anni fa, quando mi fu comunicato che la mia destinazione era Taiwan, dovetti andare a cercare sull’atlante l’esatta posizione di questa isola di cui sapevo poco o niente, per poi scoprire con sorpresa che là non c’erano ancora confratelli… Questo per dire come la presenza in Asia dei missionari comboniani negli anni Novanta fosse ancora agli inizi e quel continente davvero sconosciuto. In buona parte, lo è ancora oggi.

Il disorientamento si può comprendere: la ventina di comboniani che costituiscono la delegazione Asia sono dispersi in realtà davvero molto diverse tra loro. Abbiamo comunità nel sudest asiatico, in paesi in via di sviluppo e con una presenza cattolica predominante (Filippine, dal 1988) o crescente (Vietnam, dal 2012). Poi c’è la nostra significativa presenza nel caleidoscopio socioculturale del mondo cinese, dove i cattolici sono invece una ristrettissima minoranza: a Macao (dal 1992), ex-colonia portoghese, dai tempi del gesuita Matteo Ricci (1552-1610) ponte tra oriente e occidente; a Taiwan (dal 1997), isola multiculturale con una democrazia burrascosa ma stabile; e infine, nell’enorme Cina continentale.

La presenza comboniana in Cina continentale è, in verità, molto limitata. La Costituzione cinese garantisce la libertà di religione, ma solo a gruppi registrati presso il governo e sotto il controllo del partito, che non permette a missionari stranieri di vivere e operare liberamente nel territorio.

Ciononostante, i comboniani in Asia hanno sempre cercato il modo, soprattutto da Macao, per entrare in contatto con la Chiesa cinese, sia registrata che clandestina (i papi hanno sempre insistito: la Chiesa in Cina, benché divisa, è una sola). Abbiamo dato il nostro modesto contributo a diverse comunità cristiane, in forme diverse: attraverso il Progetto Fen Xiang (borse di studio per studenti poveri; la formazione di religiosi e laici; aiuto a diversi centri sociali e Caritas diocesane per la cura di orfani, lebbrosi, malati di aids…); con l’iuto nella pastorale giovanile e l’animazione missionaria; infine, collaborando con i laici nelle attività di formazione o caritative.

Tutto questo è possibile solo se viene portato avanti in maniera non appariscente, mantenendo il basso profilo, agendo quasi di nascosto. Nonostante ciò, le cose fatte (e da fare) sono tante: non sono pochi i missionari appartenenti a congregazioni che storicamente hanno fatto missione in Cina, che si stupiscono di fronte a quello che, in pochi e con pochi mezzi, riusciamo a portare avanti.

Abbiamo fatto la differenza

Del resto, ci rendiamo conto che di fronte a una cultura politica che esalta la separazione dal resto del mondo (il governo spinge per la “sinizzazione” della Chiesa), la nostra semplice presenza come missionari stranieri (limitata sì, ma anche qualificata, perché parliamo la loro lingua e perché siamo portatori di esperienze e sensibilità differenti) è occasione preziosa di testimoniare la cattolicità della Chiesa come unità nella diversità. Al di là dei risultati, ne vale la pena.

Gli inizi sono stati difficili ma…

Nella foto: la preghiera di una piccola comunità cristiana.