Informazione e potere
Hanno provato a fare del giornalismo in Rwanda e in Camerun. Glielo hanno vietato e hanno dovuto riparare in Francia. E anche da rifugiati continuano a battersi per il diritto all’informazione. Li abbiamo incontrati a Torino.

Marie Angélique Ingabire (Rwanda) e René Dassié (Camerun) sono due giornalisti rifugiati, accolti dalla Maison des journalistes di Parigi. Facevano i giornalisti in due paesi considerati “democratici”, apparentemente con le carte in regola, senza conflitti. Eppure il Rwanda si trova al 161° posto su 180 paesi della classifica sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere (World press freedom index, 2015) e il Camerun al 133° posto.
Il perché di questa classifica lo hanno spiegato Ingabire e Dassié qualche giorno fa a Torino, invitati dall’associazione culturale Caffè dei giornalisti, in collaborazione con il dipartimento di culture politica e società dell’Università di Torino.

Liberi di adulare
Marie Angélique Ingabire, giornalista della televisione e della radio nazionale rwandese per 4 anni, è stata assunta attraverso un concorso pubblico. «Sono stata costretta a fuggire dopo essermi rifiutata di raccontare il falso, come richiesto dal governo».
In Rwanda dal 2010 non è più il ministero dell’informazione a occuparsi delle testate giornalistiche: il controllo è nelle mani della presidenza della repubblica. E non c’è un organo indipendente di autoregolazione dei giornalisti. C’è un Alto consiglio dei media, nominato dal governo, che influenza anche le elezioni dei membri dell’Association rwandaise des journaistes.
In sostanza, racconta Ingabire, «vai bene se parli bene del governo, se sei embedded, se invece fai notare i problemi… avrai tu dei problemi». Sono numerosi i casi di giornalisti minacciati o anche semplicemente “avvertiti”. Dice Ingabire, quasi divertita: «Un giornalista delle televisione è stato richiamato perché ha mostrato il presidente Paul Kagame mentre si soffiava il naso… ».
La giornalista ricorda alcuni colleghi finiti in carcere o peggio per aver semplicemente fatto il loro lavoro. E spiega: «In Rwanda è impossibile che un giornalista critichi il governo. Anche nelle trasmissioni tivù in diretta si filtrano i messaggi che possono risultare negativi per l’azione di chi è al potere. Senza l’autorizzazione delle autorità non si possono mostrare persone povere o situazioni di degrado né raccontare di qualcosa che non funziona». Per questo nel 2014 è fuggita in Francia.

Non si toccano i militari
René Dassié, 43 anni, giornalista di Le Messager (Camerun) ha fatto inchieste sui crimini commessi dall’esercito del Camerun. Arrestato, torturato e poi esiliato. Il suo giornale è simbolo della libertà di stampa. Chiuso e riaperto molte volte.
Dassié racconta che nel paese di Paul Biya, il presidente al potere da 33 anni, i giornalisti sono processati da tribunali militari e incarcerati. «Per questo, la maggior parte pratica l’autocensura in particolare per ciò che riguarda gli affari del presidente e la diffusa corruzione. Viviamo sotto regime che concede una sorta di libertà vigilata e che di anno in anno aumenta le restrizioni».
I problemi di Dassié sono iniziati quando, all’inizio della sua attività giornalistica, ha scritto un articolo sulla corruzione ai vertici dell’esercito. «È stato il mio battesimo del fuoco: minacciato di morte, incarcerato, ma ero giovane e non mi rendevo bene conto dei pericoli a cui andavo incontro. Mi sono occupato di nuovo di denaro intascato illecitamente dai vertici militari e per tutta risposta è stata distrutta le sede del giornale. Non solo, il colonnello autore dell’irruzione al giornale (senza trovarmi) mi mandava ogni tanto un sms con scritto “prima o poi me la paghi”. Nel luglio del 2003 le mie fonti interne all’esercito mi hanno comunicato che la mia condanna a morte era stata decisa, così ho preso la via dell’esilio».
Queste voci scomode non dovrebbero lasciarci comodi. Perché la libertà di stampa è la cartina di tornasole di ogni democrazia. Osserva Rosita Ferrato, presidente del Caffè dei Giornalisti: «Il diritto dei cittadini all’informazione è più che mai a rischio, soprattutto in contesti socio-politici caratterizzati da regimi autoritari e instabili. Ben vengano testimonianze come queste».

Marie Angélique Ingabire, giornalista della televisione e della radio nazionale (Rwanda)

 

La legislazione rwandese prevede il rispetto dei diritti umani?

I diritti dell’uomo sono assicurati, ma solo a livello teorico. La libertà di stampa è un sogno, bisogna sempre applaudire, in qualsiasi situazione, solo così si può vivere tranquilli. 

Di cosa si occupava di così complicato da essere censurata?

Mi occupavo semplicemente di sviluppo rurale, ma non potevo mettere in evidenza i problemi, le lamentele. Dovevo chiudere gli occhi, non mostrare tetti di paglia, dovevo far vedere lo sviluppo rurale, non il sottosviluppo. Tutto ciò che non era in linea veniva tagliato. Serviva sempre il placet delle autorità. E quando mi sono occupata di tematiche etniche, le autorità sono arrivate ad accusarmi di negazionismo in riferimento al genocidio del 1994. Sono stata incarcerata e alla fine ho preso la via dell’esilio. 

Come vive il suo esilio? 

Ho ancora paura ancora oggi. Non riesco ad esprimermi liberamente come vorrei, non ho superato il trauma. (F.F.) 

 

René Dassié, giornalista di Le Messager (Camerun)


Come vede il Camerun da Parigi?

L’esilio mi consente di guardare con più distacco e più chiarezza la situazione. Ho acquisito un maggior senso di analisi. Tutti coloro che cercano un’alternativa a Biya subiscono la repressione. La compagine al potere, di fatto il clan del presidente, crea tensioni etniche ad hoc e fa leva su sentimenti anti-occidentali pur di restare in sella.

Nessuno reagisce?

Repressione e corruzione sono le armi del regime per indebolire sistematicamente la società civile e l’opposizione. Poi le elezioni sono tutte scientificamente truccate.  

E la magistratura?

La magistratura non è indipendente. Per cui, se tocchi certi interessi, vai in prigione ci resti. E le prigioni sono sovraffollate, tanto che la maggior parte dei detenuti è costretta a dormire per terra. 

In Francia si sente al sicuro?

Nell’ultimo anno ho ricevuto due avvertimenti. Il primo era conciliante: “Vieni dalla nostra parte”. Il secondo era una minaccia. O ti vendi o ti abbattono. (F.F.)