PAROLE DEL SUD – luglio-agosto 2012
Giampietro Baresi

Esaminando alcune biografie del vescovo ecuadoregno Leónidas Proaño, mi sono meravigliato nel constatare come nessuno dei loro autori abbia identificato e sintetizzato la sua storia con le parole con cui il Vangelo puntualizza l’essenza del mistero della vita di Gesù Cristo: «E il Verbo si fece carne» (Gv 1,14). Voglio credere che qualcuno lo abbia fatto in testi che non conosco. In ogni caso, chiedo scusa se presento come originale un’intuizione che è già stata di altri.

Nei suoi 31 anni di episcopato, la società bianca brasiliana lo etichettò come o bispo indio, “il vescovo indio”. Era una connotazione peggiorativa, che ironizzava sul suo modo di vestire come gli indios. I vari signori e monsignori che lo guardavano dall’alto in basso cambiarono atteggiamento solo nel 1985, poco prima del suo ritiro per limiti d’età, quando Giovanni Paolo II gli conferì il titolo onorifico di bispo dos indios, “vescovo degli indios”. In fin dei conti, la preposizione “dos” sembrava sottolineare la distanza che esisteva tra il vescovo e gli indios: il primo era “missionario inviato dalla chiesa” ai secondi.

Questa sottigliezza non sfiorava neppure la mente di mons. Proaño. Per lui era gratificante che fosse riconosciuto il cammino di tutta la sua vita verso una progressiva e totale “incarnazione” nei popoli indios: dapprima come sacerdote (1936), poi come vescovo di Riobamba (1954-1985), nella provincia del Chimborazo, regione centrale del paese, infine, nella fase finale della sua vita, condividendo il destino dei poveri, giungendo a rifiutare trattamenti medici per curare il tumore che lo portò alla morte (31 agosto 1988).

Questa identificazione con il popolo povero non fu una scelta fatta in un certo periodo della sua vita, bensì la continuazione e maturazione di ciò che aveva appreso dalla famiglia, povera e animata da un profondo senso di giustizia. Fu un sentimento che si mantenne vivo per tutta la durata della formazione seminaristica, quando la quasi totalità dei candidati di origine umile, in tutte le parti del mondo, fanno, volenti o nolenti, “un salto di classe”, per diventare rappresentanti di una istituzione avvertita come elevata, abbandonando le loro origini. Nei migliori dei casi, si diventa preti e vescovi “del” popolo, ma non preti-popolo e vescovi-popolo.

Mons. Proaño si gloriava di dire: «Ho frequentato l’università del popolo. I miei migliori professori sono stati i poveri». E l’alunno aveva qualità tali che gli consentivano di capire le lezioni e di tradurle poi nella pratica, come fece per tutti i 18 anni vissuti da parroco. Colto, giornalista, educatore e comunicatore nato, assiduo studioso, sorprendente animatore di movimenti giovanili: tutte doti, queste, che egli pose al servizio dei poveri, soprattutto degli indios.

Negli anni ’50 e ’60 non erano ancora nate la teologia e la pastorale della liberazione. Ma quando cominciarono a imporsi, dopo la conferenza del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) di Medellín (Colombia) nel 1968, mons. Proaño si trovò naturalmente “al passo” con tutte le tematiche della liberazione, già allenato nell’impegno per la soluzione dei conflitti sociali e religiosi e pronto a essere etichettato “vescovo comunista”.

Nel 1964, ricevette una lettera in cui un visitatore di Roma si diceva insoddisfatto del suo scarso interesse per la costruzione di una sontuosa cattedrale. Lapidaria la sua risposta: «Sono più preoccupato della costruzione della chiesa viva». Ebbe risonanza mondiale l’episodio accaduto il 12 agosto 1976. Quattordici poliziotti irruppero in una casa di ritiro della sua diocesi, dove erano riuniti 17 vescovi latino-americani, 45 sacerdoti, numerose suore e laici. Furono tutti arrestati, condotti alla caserma e accusati di «riunione sovversiva».

Come motto episcopale aveva scelto la lode alla Trinità che conclude ogni preghiera eucaristica: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria». A un osservatore superficiale queste parole non facevano prevedere un’esistenza totalmente e coraggiosamente spesa per la difesa della giustizia, soprattutto dei poveri e degli indios. Per mons. Proaño, invece, c’era una stringata logica di fede in quel motto: «Quando m’impegno in favore della giustizia e della verità, io ho in mente l’onore di Colui che è la verità e la giustizia in persona, cioè nostro Signore. È per lui che lotto, è lui che io amo ed è solo lui che io servo, quando lotto per i poveri, quando li amo e quando li servo».

Dalla sua anima irrobustita da una fede militante gli veniva un’angustia che l’avrebbe tormentato fin sul letto di morte: «C’è una domanda che mi opprime e non mi vuole abbandonare: non sarà stata proprio la chiesa la responsabile di tutte le difficoltà cadute sulle spalle degli indios per molti secoli? Questo pensiero mi procura un dolore immenso. Ecco: io porto in me il peso di questi secoli di sofferenza».