Programma di espulsione
Da qui a fine marzo, il governo Netanyahu ha intenzione liberarsi di 38mila richiedenti asilo irregolari, perlopiù eritrei e sudanesi. Previsto un incentivo di 3500 dollari per chi accetta di spostarsi. Al paese ospitante vanno 5000 dollari a migrante. Dubbi Acnur sull’inclusione.

Dopo un periodo che si potrebbe definire sperimentale, in cui migliaia di migranti irregolari, la maggioranza richiedenti asilo, sono stati fortemente motivati a muoversi verso altri paesi, ora il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, annuncia la fase finale del programma. 38.000 profughi, la maggior parte dei quali eritrei e sudanesi, dovranno lasciare Israele entro tre mesi.

Se acconsentiranno a una rilocazione volontaria, potranno godere di un incentivo pari a 3.500 dollari, che sarà gradualmente ridotto a partire dall’inizio di aprile. Se si opporranno, dovranno affrontare il carcere. E chi darà loro accoglienza e lavoro dovrà pagare forti multe. Il programma prevede anche la chiusura del centro di detenzione di Holot, nel deserto del Negev, in modo da poter destinare le risorse necessarie alla sua gestione per sostenere il programma di espulsione. In questo modo, saranno le autorità preposte alla sicurezza nazionale a gestire il piano, piuttosto che il ministero degli interni, da cui dipende il dipartimento della popolazione, che sarebbe competente in materia.

Il programma, fortemente contestato dai gruppi per la difesa dei diritti umani, arriva così a compimento. Era stato messo a punto già da 3 anni, ma era stato fermato da una decisione dell’Alta corte di giustizia, perché considerato illegale. Secondo gli attivisti della società civile, in Israele c’è una crescente pressione sui migranti, in particolare quelli africani, perché lascino il paese. In aumento anche gli episodi di vero e proprio razzismo, fomentati direttamente da politici di destra.

Già negli anni scorsi sarebbero stati rilocati da Israele almeno 15.000 richiedenti asilo. 3.600 si sarebbero diretti verso i paesi occidentali; la maggior parte avrebbe trovato rifugio in Canada. Molti degli altri sono stati rilocati in alcuni paesi africani, e in particolare in Rwanda e in Uganda, con i quali il governo israeliano ha stipulato accordi precisi, confermati nel corso dell’ultima visita di Netanyahu in Africa in occasione dell’insediamento del presidente kenyano Uhuru Kenyatta.

I 38.000 profughi africani che dovranno lasciare Israele nei prossimi 3 mesi saranno infatti accolti da Kigali, e, in numero molto minore, da Kampala, in cambio, dicono i gruppi di attivisti per i diritti umani, di 5.000 dollari per ognuno degli arrivati. Ma non ci sarebbe un vero e proprio piano di reinsediamento e inclusione sociale ed economica. Così i nuovi arrivati finiranno per rimettersi ben presto in cammino verso altri paesi.

I conti di Kagame

Lo ammette anche l’Acnur (agenzia Onu per i rifugiati), che dice di essere in contatto solamente con 7 persone delle migliaia che sono arrivate a Kigali da Israele tra il 2014 e il 2016. Erika Fitzpatrick, responsabile Acnur in Rwanda, ha recentemente dichiarato: «Siamo preoccupati perché i profughi in arrivo da Israele non hanno trovato una sicurezza adeguata e una soluzione duratura alle loro difficoltà; perciò molti hanno ripreso pericolosi movimenti in Africa o verso l’Europa».

D’altra parte è difficile aspettarsi che ai profughi possano venire offerte condizioni di vita migliori degli stessi cittadini, in un paese già sovraffollato, in cui l’economia non è certamente florida e per i giovani è davvero difficile inserirsi nel mondo del lavoro. Ciononostante la ministra degli esteri rwandese, signora Mushikiwabo, afferma di poter offrire una vita normale e l’inclusione economica a tutti i rifugiati ospitati nel paese entro il 2020. E sta raccogliendo credito e aiuti anche dall’Europa. Neven Mimica, la commissaria europea per la cooperazione internazionale e lo sviluppo ha incontrato sul tema il presidente rwandese, Paul Kagame, durante il summit Africa-Europa di Abidjan a fine novembre.

Ma, per ora, l’impressione è che i paesi africani che si sono resi disponibili ad accogliere i profughi espulsi da Israele stiano cercando di incassare credito gratuito e fondi per necessità interne piuttosto che per supportare operazioni serie di inclusione socioeconomica dei nuovi arrivati.

Manifestazione di richiedenti asilo a Tel Aviv.

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