Dibattito sul colonialismo europeo, 3
Alessandro Triulzi

Il dibattito in corso sulle pagine di Nigrizia – peraltro non ripreso dalla stampa nazionale – è un primo segno del disinteresse dell’opinione pubblica italiana nei confronti di un tema da noi ampiamente rimosso – il passato coloniale –, mentre rimangono forti e oppositivi i giudizi e le passioni che la memoria coloniale solleva ancora oggi nel pubblico d’Oltralpe.

La dichiarazione di Emmanuel Macron a una rete televisiva algerina («La colonizzazione è stata un crimine contro l’umanità») ha colpito non solo per l’insolita nettezza di un giudizio espresso in piena campagna elettorale, ma per la determinazione con cui il trentanovenne politico francese, che si accingeva a entrare all’Eliseo, si è rivolto al paese e agli “ex-combattenti” («Siete i nostri figli, figli della Francia, figli di uno stato che deve assumersi le proprie responsabilità»), chiedendo a tutti di «chiudere questo lutto» e di «lasciare passare il passato».

Solo nominare questi accostamenti da noi, dove la legge sulla nuova cittadinanza in discussione alla Camera ancora una volta è stata rinviata perché turbatrice dell’ordine pubblico, fa drizzare la pelle – segno palese, secondo lo storico delle dottrine politiche Giovanni Belardelli (Corriere della Sera, 22 febbraio 2017), della «perdita della dimensione del passato nella cultura europea» e del «dilagante anacronismo» di applicare canoni giuridici dell’oggi nel giudicare «i grandi avvenimenti europei» del passato.

Eppure l’affermazione di Macron colpisce proprio per il suo marcato non ideologismo all’interno di un progetto di ricomposizione degli animi, non solo sulle scelte future della Francia ma sulla sua stessa identità nazionale.

Anche se le sue affermazioni sul difficile retaggio coloniale della Francia vanno lette nell’ambito della tensione sociale dettata dagli attentati terroristici e dalla violenza della polizia contro i giovani alienati delle periferie, molti dei quali di origine maghrebina, non vi è dubbio che il giudizio critico espresso da Macron sul passato coloniale del paese segni «uno stacco importante» e, forse, «decisivo» (secondo l’africanista Antonio Morone dell’Università di Pavia, vedi Nigrizia di giugno) rispetto alla più tradizionale percezione “buonista” prevalsa a lungo, e ancora oggi inalberata da più parti con orgoglio nazionalista, in Italia e in Francia. 

La frattura algerina

La prima cosa che viene da notare di fronte a questa levata di scudi è la straordinaria rilevanza simbolica che ha assunto il conflitto franco-algerino nel più generale movimento di decolonizzazione dei territori d’oltremare dalle madrepatrie europee. La “frattura coloniale” – specie quella seguita ai lunghi e dolorosissimi otto anni della Battaglia di Algeri (1954-1962) – è stata fino a oggi uno dei temi dominanti nel dibattito politico-culturale della Francia repubblicana, coinvolgendo, in eguale misura, storici e politologi, Parlamento e società civile, famiglie francesi di ressortissants e famiglie di soldati algerini lealisti (harkis) costrette a rientrare dall’Algeria al termine del duro conflitto, forze divise da rancori e violenze perpetrate e subite dall’una e dall’altra parte.

Voler chiudere oggi questo passato di violenza, riconoscendone l’ambiguo retaggio di “civiltà e di barbarie” da consegnare al passato, non sembra perciò peregrino e conferma la diversa statura politico-culturale dei nostri governanti da quelli d’Oltralpe. Vale la pena ricordare che la guerra d’Algeria è stata per la Francia un enorme trauma collettivo, un tunnel di violenza e repressione in cui è passato un paese già scosso dall’occupazione tedesca e dalla lotta di liberazione, costretto alla resa in Indocina nell’immediato dopoguerra, dopo la sconfitta sul terreno da parte delle forze vietnamite, per venire immediatamente coinvolto nella rivolta algerina dei primi anni Cinquanta: un conflitto che aveva fatto richiamare in servizio l’anziano generale De Gaulle, già alla guida delle forze di liberazione, per presiedere al mantenimento dell’ “Algeria francese” e non capitolare, come invece fu, con il distacco a forza del Dipartimento di Algeri dalla sua capitale.

Durante questi lunghi anni di continui conflitti, la Francia non solo cambiava la struttura politica dello stato, passando dalla Quarta alla Quinta repubblica, rafforzandone i poteri esecutivi e presidenziali, ma a distanza di pochi anni dal conflitto mondiale si vedeva trascinata in una guerra senza fine, con nuove leggi speciali, l’incubo delle torture perpetrate contro i mujaheddin ribelli, la spaccatura nella società civile, l’obiezione di coscienza, le bombe che scoppiavano contemporaneamente nei luoghi pubblici sia ad Algeri che a Parigi.

Difficile oggi capire le parole di Macron se non si torna con la mente allo stato di effervescenza, dolore e spaesamento di quegli anni, quando tutti i giovani in Francia dovevano prestare servizio militare in Algeria (come sarebbe stato dopo per i giovani americani che partivano per il Vietnam) e tutti rientravano con l’orrore e la cieca violenza di guerra ancora negli occhi: «La guerra d’Algeria – ha ancora detto Macron – ha bruciato l’anima di migliaia di giovani soldati francesi».

Vulgata buonista

Ben altrimenti da noi ha pesato la memoria del periodo coloniale, dove la perdita dei territori d’oltremare veniva sancita con una apposita e volontaria “rinuncia” iscritta nel Trattato di pace del 1947, che chiudeva la sconfitta militare e la caduta del fascismo disperdendo il suo breve e illusorio Impero africano come parte della riconquistata libertà. Con un senso di sconfitta, certo, e un groppo in gola per essere sbalzati improvvisamente dal piedistallo di sicurezze e di orgoglio nazionale che la situazione coloniale sembrava rappresentare, e che i governi italiani del dopoguerra si assicurarono di conservare, diffondendo in Italia e all’estero una massiccia campagna di legittimazione sulla bontà della presenza italiana in Africa.

Il luogo comune “italiani, brava gente” si è insinuato da allora nella vulgata buonista radicata nel nostro paese, il passato coloniale uscendo perlopiù indolore e inconsapevole dagli strascichi di memoria del dopoguerra.

È forse per questo che in Italia non si è stati costretti, come in Francia, a fare i conti con i propri demoni coloniali e le sue velleità realizzate di repressione e violenza. E non ci sono stati processi contro chi le aveva commesse. Abbiamo scordato – e per lungo tempo abbiamo perfino negato – i gas all’iprite lanciati massicciamente sulle popolazioni etiopiche invase dalle nostre truppe; abbiamo dimenticato la dura repressione condotta in Libia e in Etiopia contro le forze nazionaliste durante e dopo la conquista; la marcia della morte ordinata dal generale Graziani in Libia, che ha decimato le popolazioni nomadi ribelli spostate da un estremo all’altro del deserto per consegnarle in disumani campi di annientamento, dove si moriva letteralmente di fame.

Per non parlare dell’applicazione delle leggi razziali, introdotte in colonia per il prestigio e la salvaguardia della razza, e il sistema di separazione razziale, che è stato alla base dell’apartheid italico che ha anticipato di pochi anni quello sudafricano.

Anche questi sono “avvenimenti europei” la cui comprensibilità (e i necessari accostamenti con il presente migratorio razzializzato) sfugge se su di essi non prevale un giudizio storico di condanna, che vale per ieri come per il presente. Lo storico Belardelli afferma che «il colonialismo rappresenta oggi per noi qualcosa di negativo e inaccettabile, è ovvio», ma che «così non è stato per la maggioranza di quanti vivevano nell’Europa dell’800 (…)». Ma è davvero così ovvio il rifiuto del fenomeno coloniale oggi come ieri lo è stato il suo consenso?

E su questi gloriosi “avvenimenti europei” possibile che in epoca post-coloniale si parli ancora e solo di «maggioranza di quanti vivevano in Europa»? Non vanno forse anche visti con gli occhi delle società e individui che quegli avvenimenti subivano, contro cui protestavano e venivano perseguitati e uccisi?

Veramente il dibattito pubblico in Italia sembra anni luce da quello in corso in molti paesi della pur inospitale Europa odierna.

Certo, il colonialismo di per sé non è sinonimo di “crimine contro l’umanità” (l’art. 7 della Corte penale internazionale che lo istituisce, come ci ricorda Luciano Ardesi, è stato scritto per giudicare eventi futuri non del passato), ma le strutture di ineguaglianza, predominio e dipendenza che la colonizzazione ha introdotto nei rapporti tra i popoli, come i molti “crimini e barbari” che sono stati commessi in suo nome e in sua difesa, devono oggi essere riconosciuti come parte di un vulnus complessivamente agito “contro l’umanità” e non per il suo bene. Questo Macron ha affermato, e di questo occorre dargli atto.

Ignorare le varie forme di violenza criminale impiegate non solo dalla Francia per instaurare l’ordine coloniale, per mantenerlo, e per reprimere il suo dissenso equivale a negazionismo. Che nega non solo fatti e giudizi assodati dalla storia ma favorisce il progressivo imbarbarimento (il “bruciare”) degli animi e delle coscienze. E, inevitabilmente, la cancellazione della memoria.

Nella foto: manifesto in occasione della Giornata Coloniale, il 9 di maggio, in cui venivano rilasciati i diplomi di partecipazione ai corsi di preparazione alla vita coloniale.

 

Alessandro Triulzi è docente di Storia dell’Africa all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.