Per tanto tempo sono stati gli altri a definire chi fosse Espérance, almeno fino a quando non si è trovata a doverlo fare lei. Perché tutti continuavano a chiederle qualcosa, per diversi motivi: perché nera, perché donna, perché giovane. E perché da un po’ di tempo, i ragazzi e le ragazze come lei, anche se nati o cresciuti qui sin da piccolissimi, hanno visto cambiare il clima, le parole, gli sguardi.

Ed «essere nera è diventato un problema, essere donna una fatica ed essere giovane una lotta continua». Allora eccole, le risposte di questa ragazza che nasce in Rwanda nel 1991, dove fino ai 3 anni e mezzo vive in un orfanotrofio, per poi arrivare in Italia – perché nel suo paese inizia il genocidio –, e qui crescere in un paese di quasi 9mila abitanti nella bassa pianura bresciana.

Sono risposte che Espérance spera siano un pretesto affinché finiscano tutte quelle domande fatte solo per sentire quel che ci si aspetta, senza magari voler capire davvero quel che lei dice, o peggio non voler ascoltare realmente. E poi (per favore…) basta.

Eccola quindi, mettere insieme in un libro diversi tipi di scrittura: diario, lettere, ballate, punti da manifesto e pezzi di quotidianità. Ecco mettere per intero, una parola dietro l’altra, il suo nome così lungo, che per diverso tempo si era rifiutata di scrivere e… scrivere! Che è poi un modo per ritrovarsi, ritagliarsi uno spazio che serve innanzitutto a sé stessi.

A dirsi, utilizzando parole proprie, che niente hanno a che vedere con le etichette che arrivano prima e che rispecchiano i pregiudizi evocati dal colore della sua pelle o con le domande che nascono dalla curiosità e a cui ti senti di dover rispondere.

Un libro, E poi basta, che diventi uno spazio che faccia breccia in tutto questo bianco che la circonda e che per anni è stato l’unico colore cui poteva riferirsi. Un bianco in cui lei come può identificarsi?

Un bianco che acceca e che si ostina a voler definire te che sei nera, seguendo sempre gli stessi cliché: che voi la danza l’avete nel sangue; che vi sta bene qualsiasi cosa, perché il nero sta bene su tutto; che se sei nera, e sei per strada a una certa ora, sei di certo una puttana; che com’è andato il viaggio sul barcone?; che mi serve una testimonianza e tu puoi venire a parlare di immigrazione, anche se sei arrivata che di anni non ne avevi neanche 4, anche se il barcone non lo hai mai visto; che non è vero che tutti ti guardano è una tua fissazione; che… l’elenco potrebbe essere infinito, tanto quanto è reale e quotidiano.

È un atto di ribellione e autodeterminazione questo libro, scritto da chi non vuole più sentirsi «un animale da palcoscenico» che deve rispondere quel che ci si aspetta, secondo un copione scritto da altri e sentito mille volte. È un dito puntato contro i luoghi comuni e la banale superficialità dei nostri sguardi.