Lo scorso 13 settembre Uganda e Tanzania hanno firmato un accordo per la realizzazione di un condotto da quasi 1.500 km, il più lungo del continente. Si tratta dell’East African crude oil pipeline (Eacop) che metterà in connessione la regione di Hoima, nei pressi del lago Albert, in Uganda, e il porto di Tanga, in Tanzania. L’infrastruttura, in corso di realizzazione, una volta operativa potrebbe trasportare fino a 200mila barili al giorno.

La pandemia che ha colpito il mondo intero e il prezzo del greggio in caduta libera non sembrano aver scalfito le ambizioni dei gruppi petroliferi. Total ne è l’esempio. Il progetto da 3,5 miliardi di dollari è nelle mani del colosso francese e della società cinese China national offshore oil corporation (Cnooc). In un primo tempo anche la britannica Tullow oil possedeva delle quote, acquistate nell’aprile scorso da Total.

Posti di lavoro, sviluppo economico e cooperazione tra stati. È quanto si augurano i due presidenti firmatari. Sulla carta, l’oleodotto prevede l’impiego di quasi 24mila persone, tra lavoratori diretti e indiretti.

La firma per l’Eacop rafforza anche un altro contestato progetto: Tilenga. Protagoniste le stesse aziende. Più di 400 pozzi petroliferi e un impianto di trasformazione sulle rive del lago Albert, in Uganda. Dal 2006, anno della scoperta del giacimento sotto il lago, il governo ugandese ha sostenuto l’investimento. Secondo le stime di Total i lavori prevederanno l’impiego diretto e indiretto di 6mila persone.

Nella mappa il tragitto dell’oleodotto da Hoima, in Uganda, a Tanga, sull’Oceano Indiano, in Tanzania

I pozzi di estrazione e l’oleodotto preoccupano associazioni e ong ugandesi e internazionali. Il 10 settembre scorso è stato presentato uno studio congiunto dal titolo Oil in east Africa: communities at risk (Petrolio in Africa orientale: comunità a rischio) che ha visto la collaborazione di Oxfam e della Fédération International des droits de l’homme (Fidh).

Con due rapporti New oil, same business? At a crossroads to avert catastrophe in Uganda (Nuovo petrolio, stesso affare? A un bivio per scongiurare una catastrofe in Uganda) e Empty promises down the line? A Human Rights Impact Assessment of the Eacop (Promesse vuote in futuro? Una valutazione dell’impatto sui diritti umani dell’Eacop) hanno denunciato gli effetti del piano di estrazione petrolifera e dell’oleodotto sulle popolazioni e sull’ambiente, in Uganda e Tanzania. Pubblicati dopo due anni di ricerca, gli studi sottolineano i possibili impatti sull’ecosistema e su almeno 12mila famiglie, che perderanno la loro terra.

Le compagnie, attraverso contatti individuali, propongono agli abitanti di cedere le proprie terre in cambio di una promessa di compensazione o di ricollocazione in un nuovo villaggio, su una nuova terra. Misure spesso non all’altezza degli impegni presi. Dalla ricerca effettuata dalle ong, emerge come i campi dati in compensazione alle famiglie, spesso siano più piccoli. Le ricollocazioni, poi, difficilmente tengono conto della divisione in clan. A questo si aggiunge che pascoli e terreni comunitari sono esclusi dal processo di compensazione.

A preoccupare le organizzazioni sono anche le fonti di acqua potabile. Le infrastrutture petrolifere, infatti, potrebbero rendere più complesso l’accesso all’acqua. Timore principale, in questo caso, sono le perdite di greggio che potrebbero inquinare fiumi e laghi. Le fuoriuscite metterebbero a rischio anche il fragile ecosistema del parco nazionale delle cascate Murchinson, sul Nilo Bianco.

Fidh, nel suo rapporto, denuncia anche tensioni e violenze nei confronti dei difensori dei diritti umani e le difficoltà incontrate dai ricercatori nel documentare le violazioni. La presenza di militari e compagnie private di sicurezza genera paura tra gli abitanti. A segnalare minacce e violenze nei confronti degli attivisti è stato anche l’ufficio del dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Total, dal canto suo, nega di aver minacciato coloro che si oppongono al progetto e sostiene di portare avanti un dialogo continuo con le organizzazioni non governative e con le comunità, tenendo conto delle loro raccomandazioni.

L’ultimo rapporto di Oxfam e Fidh non è il solo a mettere in dubbio l’operato di Total. Il colosso, infatti, il 28 ottobre prossimo dovrà difendersi davanti alla Corte d’Appello di Versailles. A portare alla sbarra la compagnia sono l’organizzazione ambientalista Les amis de la terre, l’associazione Survie e quatto ong ugandesi. Accusano Total di aver violato dovere di vigilanza: non avrebbe identificato i rischi relativi alle attività in Uganda e non avrebbe rimediato alle violazioni dei diritti umani.