L’epidemia in RDC
Confermato lo scoppio di un nuovo focolaio dell’epidemia in Repubblica democratica del Congo. Le autorità di Kinshasa hanno accertato due casi di ebola a Jara nella provincia dell'Equatore. Proprio lì dove il virus venne registrato per la prima volta nel 1976.

Si allarga l’epidemia di Ebola. Ad essere colpita, oltre all’Africa occidentale, anche la Repubblica democratica del Congo, dove si sono registrati, nei giorni scorsi, 70 casi di febbre emorragica. Il ministero della salute di Kinshasa, in particolare, conferma due casi accertati di Ebola sugli otto casi di febbre emorragica su cui si sono effettuati i test. In totale l’ultimo bilancio dell’Organizzazione mondiale della sanità, parla di 1427 vittime e 2600 casi di contagio, principalmente localizzati in Liberia, Sierra Leone, Guinea e, più limitatamente, in Nigeria.

Il governo di Kinshasa, tuttavia, sostiene che i due casi di Ebola, che vide per la prima volta la sua comparsa proprio in Congo nel 1976 (all’epoca Zaire), «non sono collegati» all’epidemia in corso in Africa Occidentale. Felix Kabange, ministro della salute, ha ricordato che questo è il settimo caso di focolaio dal 1976 nel paese. Le autorità hanno immediatamente posto in quarantena la zona interessata, individuata a Jara nella provincia dell’Equatore, ad oltre 1200 chilometri dalla capitale Kinshasa.

Il ministro della salute ha poi annunciato la «creazione di un centro di cura, di un laboratorio itinerante, ma anche il divieto di caccia nella zona e di termometri laser in tutti i porti e aeroporti». In tutto tra 30-40mila persone non possono lasciare la zona messa in quarantena.

La paura del contagio, tuttavia, si sta ripercuotendo nei paesi vicini. In Benin, per esempio, i vescovi della Chiesa cattolica hanno adottato misure precauzionali per evitare il contagio. «In occasione della messa, il celebrante ometterà il rito facoltativo del segno della pace e la Comunione sarà impartita, preferibilmente, nella mano dei fedeli con la massima cura e rispetto», si legge in un messaggio dell’arcivescovo di Cotonou, Antonio Ganye, che invita le parrocchie, le comunità e le istituzioni della Chiesa a «rafforzare in modo responsabile, evitando il panico, le norme igieniche».

Sul fronte degli aiuti, l’Unicef ha inviato in Liberia 68 tonnellate di forniture sanitarie e igieniche. «Stiamo lavorando su più fronti dall’inizio dell’epidemia per fornire gli approvvigionamenti d’emergenza necessari, nonché per sensibilizzare le comunità con le informazioni utili per fermare la diffusione della malattia. Questo carico completerà i nostri sforzi con una nuova ondata di forniture per equipaggiare le strutture sanitarie, sostenere il controllo delle infezioni e proteggere i lavoratori sanitari in prima linea», ha sostenuto il responsabile dell’Unicef in Liberia, Sheldon Yett.

La rapida diffusione dell’epidemia in Liberia è dovuta, tra gli altri fattori, all’indebolimento del sistema sanitario del paese, gravemente danneggiato dagli anni di guerra civile e che, ora, è a dir poco fatiscente. Il governo britannico e una fondazione scientifica del Regno Unito hanno lanciato un programma di ricerca sulle modalità di trasmissione di Ebola, con un finanziamento di 6,5 milioni di sterline (circa 8,1 milioni di euro). L’obiettivo è quello di testare nuove modalità di diagnosi della malattia. Oltre a questo i ricercatori cercheranno di mappare e monitorare i focolai dell’epidemia, perché l’esatta portata del fenomeno è ancora sconosciuta, proprio a causa della carenza di infrastrutture sanitarie nelle aree colpite.