Continua ad aggravarsi il focolaio di Ebola da virus Bundibugyo (BVD) nella Repubblica democratica del Congo. Si tratta della diciassettesima epidemia nel paese dal 1976. Ma questa è la peggiore.
L’ultimo Disease Outbreak News dell’OMS conferma che si tratta ormai del focolaio di Ebola più esteso mai documentato nel paese, con una velocità di diffusione superiore a qualunque epidemia precedente.
Secondo l’OMS, al 12 agosto risultavano 4.665 casi confermati e 2.184 morti. Poi, in soli cinque giorni, dal 12 al 17, si sono superati i 5.000 contagi, arrivando a oltre 2.320 morti.
Nella sola settimana dal 3 al 9 agosto sono stati registrati 579 nuovi casi e 304 morti, il dato settimanale più alto dall’inizio dell’epidemia.
Il tasso di letalità è del 46,8%, come riporta la stessa agenzia dell’ONU.
Diffusione fuori controllo
Il contagio, partito dalla sola zona sanitaria di Mongbwalu, in Ituri, si è esteso a 54 zone sanitarie in sei province. Oltre a Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e, da inizio agosto, anche Bas-Uélé. L’Ituri resta comunque l’epicentro, con l’85% dei casi e il 79% dei decessi nazionali.
Una fonte locale, il Journal de Kinshasa, riportava già sei giorni prima dei dati diffusi dall’OMS 4.294 casi su 53 zone sanitarie: un segno di quanto rapidamente la curva si aggiorni giorno per giorno.
Il ceppo Bundibugyo
Quella che sta circolando ormai da mesi è una forma relativamente rara di Ebola virus. Contro di esso non esistono ancora vaccini o trattamenti specifici approvati. Ed è questa una differenza decisiva rispetto all’epidemia del 2018-2020, quando i morti furono 2.299 in totale.
Il serbatoio naturale del virus è sospettato nei pipistrelli frugivori (quelli che si nutrono di frutta), ma è facile che poi si diffonda ad altre specie selvatiche.
Il contagio umano può avvenire per contatto con fluidi corporei di animali o persone infette, amplificato – dice l’OMS – da pratiche funerarie non sicure e da misure di controllo delle infezioni carenti nelle strutture sanitarie. Il periodo di incubazione va da 2 a 21 giorni.
L’OMS segnala anche, a questo proposito, 155 infezioni tra il personale sanitario, con 45 decessi, e almeno 12 attacchi contro strutture sanitarie dalla dichiarazione dell’emergenza internazionale, il 17 maggio scorso.
La crisi si intreccia con un contesto di forte insicurezza: nella regione operano decine di gruppi armati che complicano il tracciamento dei contatti e l’accesso delle squadre sanitarie. Una situazione che aumenta oltretutto le possibilità di contagio.
E difatti si stima che l’epidemia circolasse nelle comunità da settimane, se non mesi, prima di essere individuata e confermata il 15 maggio 2026.
Senza mezzi termini oggi l’OMS classifica il rischio come “molto alto” in Rd Congo, “alto” in Uganda e nei paesi confinanti, “basso” per il resto della regione africana e a livello globale.
Le cause della propagazione
Ma perché questa epidemia è così complessa e difficile da arginare rispetto alle precedenti? Non c’è una sola risposta ma una serie di circostanze.
La prima è che si tratta di un ceppo raro. I laboratori in questa remota regione del paese disponevano solo di test per i ceppi più comuni del virus. Solo dopo l’invio di campioni di sangue a Kinshasa è stata confermata la presenza del BVD. Un ritardo che è stato fatale.
C’è poi la questione sicurezza, già accennata, e che provoca anche spostamenti forzati e la condivisione senza controlli dei campi sfollati, di solito pieni all’eccesso. Solo nel campo profughi nell’Ituri vivono 270mila persone.
E al di là delle migrazioni forzate ci sono i frequenti spostamenti di popolazione – pensiamo alle attività lavorative nelle miniere artigianali – e i viaggi transfrontalieri ad aumentare il rischio di diffusione, soprattutto nei paesi limitrofi.
Altro problema sono le infrastrutture sanitarie limitate, tra cui l’accesso limitato all’assistenza sanitaria, ai servizi diagnostici e di laboratorio, ai materiali per la prevenzione e il controllo delle infezioni e ad altri servizi di base. Tutti elementi che rendono più difficile fermare questa epidemia.
Anche la violenza contro gli operatori sanitari – dovuta spesso ad ignoranza, diffidenza e rabbia – e la carenza di dispositivi di protezione individuale stanno portando al contagio degli operatori sanitari durante la cura dei pazienti. E, tra le ragioni che rendono il virus così letale, ci sarebbe anche l’insicurezza alimentare.
Una crisi nella crisi
Come ricorda Africa Center, nel Congo orientale circa 10 milioni di persone soffrono la fame e nella provincia di Ituri oltre un terzo della popolazione si trova ad affrontare una crisi alimentare. Ciò indebolisce le difese immunitarie della popolazione contro l’Ebola e altre malattie.
Intanto, il 7 agosto scorso il gruppo consultivo dell’OMS sui vaccini candidati ha raccomandato di testare in un trial randomizzato Ervebo – l’unico vaccino anti-Ebola già autorizzato, sviluppato contro il ceppo Zaire – per verificarne un’eventuale protezione contro il Bundibugyo, per cui – come dicevamo – non esiste ancora alcun vaccino approvato.
Il focolaio attuale ha già superato, per numero di casi, quello del 2018-2020 (ceppo Zaire). Furono 3.323 i casi confermati dall’OMS e 158 quelli definiti probabili. I morti furono 2.299, 1.162 i sopravvissuti. Quell’epidemia fu alla fine arginata anche grazie a una vasta campagna con il vaccino Ervebo.