L'epidemia in Africa Occidentale
L’epidemia in Africa occidentale non è ancora sotto controllo. In Sierra Leone si registrano ancora nuovi focolai tanto da spingere Freetown a indire tre giorni di quarantena. Le ong sul campo lanciano allarmi e raccomandazioni a non abbassare la guardia. Intanto una fuga di notizie rivela che l’Oms lanciò volutamente l’allarme tardi.

Se ne parla poco e per questo si pensa che ormai Liberia, Sierra Leone e Guinea siano “ebola free”. Ma non è così. Anzi. In Sierra Leone, in particolare nella zona di Freetown, si registrano ancora 50 casi alla settimana. L’allarme è stato lanciato da Gino Strada, fondatore di Emergency: «Ci sono ancora più di 50 nuovi malati di ebola ogni settimana, la metà qui nella zona di Freetown – scrive Strada sulla sua pagina Facebook – dove è situato il centro di Emergency. Purtroppo la maggior parte di loro ha una forma particolarmente grave della malattia, spesso mortale. Ci preoccupa pensare che ci sia qualcosa di nuovo, che il virus stia cambiando, che diventi ancora più cattivo».  Strada poi aggiunge: «Da mesi non vedevamo casi così gravi e ora stanno diventando la norma quotidiana. Siamo frustrati, non riusciamo a capire. Dopo sei mesi stressanti, e nonostante gli sforzi di molti, ancora non riusciamo decifrare questa terribile e complicata malattia». La Sierra Leone rimane, dunque, il paese più colpito coi suoi 11446 casi e 3546 morti.

Che vi sia ancora preoccupazione lo dimostra il fatto che il governo sierraleonese ha annunciato ieri che confinerà nelle loro case per tre giorni 2,5 milioni di persone nella capitale e nel nord del paese per tentare di bloccare l’epidemia. «La quarantena – ha spiegato Palo Conteh, che guida il National Ebola Response Centre –  sarà in vigore dal 27 al 29 marzo e sarà simile a quella già condotta a settembre».
Dal fronte di un’altra ong, impegnata in Sierra Leone dal 2012, Medici con l’Africa Cuamm, arrivano notizie più incoraggianti. L’azione di questa ong si è concentrata su due ambiti: da un lato fornire agli operatori sanitari tutti gli strumenti di protezione di cui hanno bisogno e dall’altro continuare nel lavoro di identificazione e isolamento dei malati nei due centri costruiti dal Cuamm a Pujehun e a Zimmi. Tutto ciò, tuttavia, senza dimenticare di continuare a fornire l’assistenza sanitaria di base alla popolazione, nonostante l’epidemia. È stato proprio questo lavoro del Cuamm nel distretto di Pujehun, in collaborazione con le autorità locali, che ha consentito di arginare bene l’epidemia al punto che il distretto è stato il primo ad essere dichiarato ebola free all’inizio del mese di febbraio.

La conferenza
Una buona notizia che, tuttavia, non permette di abbassare la guardia. All’inizio di marzo, infatti si è tenuta, a Bruxelles, una Conferenza internazionale con le autorità dei tre paesi africani colpiti dal virus e con tutti i protagonisti che operano sul campo, per definire una road map del post ebola. «Il primo punto preso in considerazione a Bruxelles – ci spiega don Dante Carraro, direttore del Cuamm, che ha partecipato alla conferenza – era intitolato “Getting to Zero” (raggiungere lo zero). Obiettivo rinforzato dalle parole del presidente della Sierra Leone, Ernest Bai Koroma che ha detto: “Non può essere una semplice vittoria, ma deve essere vittoria totale sull’Ebola”. Il secondo passo – prosegue don Carraro – è quello di rafforzare il sistema sanitario e, in particolare, la formazione di personale infermieristico e medico che possa sostituire anche coloro che hanno perso la vita a causa del virus. Non dimentichiamo che la Sierra Leone ha avuto 221 morti fra gli operatori sanitari».

Allarme lanciato tardi
Ma c’è da chiedersi, inoltre, quante vite si sarebbero potute salvare se l’allarme fosse stato dato dall’Organizzazione mondiale della Sanità in maniera tempestiva. Eh si, perché è notizia di stamane che secondo l’agenzia di stampa Associated Press (Ap), l’Oms avrebbe aspettato due mesi prima di dichiarare la diffusione del virus nell’Africa Occidentale un’emergenza sanitaria internazionale. Secondo i documenti in possesso dell’Ap, diversi funzionari dell’Oms avevano già chiesto di dichiarare l’emergenza all’inizio di giugno 2014, mentre la dichiarazione ufficiale è stata fatta solo l’8 agosto. L’Oms, sempre secondo l’Ap, avrebbe preso questa decisione per non indispettire i governi africani coinvolti, per non danneggiare le loro economie o interferire con il pellegrinaggio dei musulmani alla Mecca. Sorprendente.

Bambini i più colpiti
Inquietante è anche ciò che emerge da un nuovo rapporto dell’Unicef che rivela dati riguardanti l’infanzia colpita dal virus. Delle circa 24mila persone contagiate, circa 5mila sono bambini, mentre più di 16mila hanno perso uno o entrambi i genitori o coloro che se ne prendevano cura. Bambini che sono stati testimoni di morte e sofferenza al di là della loro comprensione.

Ripristinare i servizi sanitari
Barbara Bentein, coordinatrice a livello globale per l’emergenza ebola dell’Unicef, nel rapporto ha sottolineato che i «servizi di base devono essere rimessi in piedi usando i mezzi a disposizione nella lotta all’epidemia». Il documento punta anche sul ruolo centrale che le comunità stanno giocando nella risposta al virus e mostra segnali incoraggianti nell’adozione di comportamenti sicuri.
In Liberia un sondaggio indica che il 72% degli intervistati pensa che qualsiasi persona con i sintomi di ebola starà  meglio presso i centri di cura, questo dato è significativo, sempre  secondo il rapporto Unicef, perché molti avevano l’abitudine errata di tenere le persone contagiate a casa, diffondendo la malattia nella  comunità.
Nodo centrale, dunque, per affrontare il post ebola, è ripristinare i servizi sanitari di base. «Questo significa, per esempio – spiega ancora don Carraro del Cuamm – contribuire a riaprire gli ospedali che sono stati chiusi, come abbiamo fatto di recente a Lunsar, nel distretto di Port Loko. Un ospedale, gestito dall’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, che conta 151 posti letto, serve una popolazione di oltre 500mila persone, ed è stato chiuso per la morte, da ebola, tra gli altri, di brother Manuel Garcia Viejo, il medico missionario spagnolo e di altre 7 persone dello staff sanitario. Ora, in collaborazione con la direzione ospedaliera e altri partner, tra cui l’Istituto Spallanzani e le ong Engim e Rainbow for Africa, abbiamo inviato un chirurgo, un internista e, la scorsa settimana, siamo riusciti a riaprire la sala operatoria e a far nascere il primo bambino”.

Nella foto in altorelativa al 22 ottobre 2014, un bambino si trova vicino a un cartello che avvisa di una casa in quarantena a Port Loko, in Sierra Leone. (Fonte: Ansa.it)