Dati e informazioni sull'epidemia

Migliaia le vittime

Il virus è stato identificato la prima volta nel 1976 nella valle del fiume Ebola, nel nord della Repubblica democratica del Congo (allora Zaire). Da allora si è manifestato in varie altre nazioni (Sudan, Gabon, Uganda, Congo, Costa d’Avorio) con una virulenza non paragonabile a quella di oggi in Africa occidentale.
Nel dicembre 2013, i primi casi di febbre emorragica di ebola sono comparsi in Guinea, propagandosi poi in Sierra Leone e Liberia. Ad oggi si contano 3091 morti in Africa Occidentale, mentre i contagiati hanno ormai raggiunto quota 6574. Questo è il drammatico bilancio fornito dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms)
In Africa, i pipistrelli della frutta, che abitano le foreste tropicali, sono portatori sani del virus ebola e lo possono trasmettere alle scimmie e ad altri animali. L’uomo può contrarre il virus consumando carne di animali selvatici infetti. La trasmissione da uomo a uomo avviene attraverso fluidi e secrezioni corporei (sangue, muco, lacrime, saliva, liquido seminale) e al contatto con oggetti utilizzati da una persona ammalata.
Dal momento del contagio all’insorgere dei primi sintomi trascorrono al massimo tre settimane. I primi sintomi sono simili a una qualsiasi influenza, ma evolvono rapidamente fino a provocare vomito di sangue, danni cerebrali e emorragia interna. Il tasso di mortalità è elevato. Farmaci e vaccini per trattare la malattia sono nelle prime fasi di sviluppo.

 

 

L’accusa a Big Pharma

Sono economiche le ragioni  per cui non è stata subito disponibile una cura per ebola L’accusa è del professor Adrian Hill, dell’università di Oxford, a cui la Gran Bretagna ha affidato la creazione di un vaccino sperimentale anti-ebola. In un’intervista al quotidiano inglese The Indipendent, Hill chiama in causa “Big Pharma” al completo. «La diffusione del virus sarebbe potuto essere stroncata sul nascere se il vaccino fosse stato sviluppato e accumulato prima». Un vaccino «tecnicamente più fattibile di quello per altre malattie difficili e più diffuse, come la tubercolosi, l’Hiv e la malaria, che però ricevono più finanziamenti». Ma non è stato realizzato perché oggi «le scorte di vaccini sono monopolizzate da 4 -5 grandi aziende e anche se c’è un modo di fare un vaccino, a meno che non ci sia un grande mercato, le major decidono che non ne vale la pena». Come per il caso ebola. «Non c’era mercato per un vaccino contro ebola: primo per la natura dell’epidemia, secondo per il numero di persone contagiate, che finora si pensava molto piccolo, e terzo perché queste persone vivono in paesi molto poveri, che non possono pagare un nuovo vaccino». Secondo Hill, l’approccio di Big Pharma è stato sbagliato fin dall’inizio e il fatto che un vaccino non fosse stato subito disponibile quando sei mesi fa è emersa la malattia in Guinea ha rappresentato un «fallimento del mercato», dominato dai giganti del farmaco. 

 

 

Il contagio del Pil

Liberia, Sierra Leone e Guinea, i tre paesi più colpiti dall’epidemia, pagheranno anche un grave prezzo economico per ebola, visto che è previsto un calo del loro Prodotto interno lordo (Pil) tra l’1 e l’1,5%.
A dirlo è la Banca africana di sviluppo. Il suo presidente, Donald Kaberuka, ha sottolineato come la sicurezza alimentare sia particolarmente a rischio in Liberia, dove il virus minaccia anche la resa dei raccolti e se la gente non tornerà a occuparsi dei campi si rischia una crisi alimentare.
Ad essere più colpiti saranno proprio i paesi del fiume Mano (dove sono riuniti Liberia, Sierra Leone, Guinea e Costa d’Avorio) dove, in seguito all’epidemia, i commerci oltrefrontiera sono drasticamente calati.
Paesi, ha sottolineato la banca africana, che proprio in questi ultimi anni avevano appena cominciato a rimettersi dai difficili anni di crisi e guerre civili degli anni ’60, ’80 e ’90.
Ma oltre alla crisi immediata e a medio termine, la moltiplicazione della chiusura di frontiere terrestri e aeree in molti paesi africani, decisa per precauzione, rischia di avere un alto costo sul commercio e sui flussi economici.

 


 

Msf: bisogna svegliarsi!

Medici senza frontiere, organizzazione non governativa premio Nobel per la pace 1999, ha avviato il suo intervento contro l’ebola in Africa occidentale a marzo 2014 e oggi è presente in Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone. L’organizzazione gestisce cinque centri per il trattamento di ebola per una capacità totale di 415 posti letto. Da marzo, Msf ha ammesso nei propri centri un totale di 1.885 pazienti. 907 di loro sono risultati positivi a ebola, di questi 170 sono guariti. Msf lavora nella regione con 184 operatori internazionali e 1.800 operatori nazionali.
Secondo Msf «la risposta internazionale all’epidemia di ebola in Africa occidentale continua a essere caotica e del tutto inadeguata». Il 2 settembre, intervenendo alle Nazioni Unite, la presidente internazionale di Msf, Joanne Liu, ha dichiarato: «I leader mondiali stanno fallendo nell’affrontare la peggiore epidemia di ebola mai registrata. Gli stati che hanno capacità di risposta ai disastri biologici, inclusi apparati medici civili e militari, devono immediatamente inviare materiali e personale in Africa occidentale».
E a proposito di crisi umanitarie, Msf (www.medicisenzafrontiere.it) non è tenera con i media italiani. In un rapporto pubblicato a settembre e realizzato con l’Osservatorio di Pavia, si rileva che lo spazio dedicato dai telegiornali di Rai e Mediaset di prima serata ai contesti di crisi è crollato dal 16,5% del 2004 al 3,6% del 2013. Sotto accusa i criteri di notiziabilità, per cui guerre, malattie, carestie diventano notizie se sono eventi eccezionali, se minacciano l’Italia e l’Occidente, se un volto dello star system si occupa di questo o quel fatto. Il dramma è che 8 italiani su 10 utilizzano i telegiornali come principale strumento informativo. L’Africa può stare serena…

 

 

Ghana, roccaforte Onu

Sono già iniziati i voli Onu da Accra verso Sierra Leone, Liberia e Guinea, i tre paesi più colpiti dall’epidemia di ebola e gradualmente tagliati fuori da tutte le maggiori linee aeree commerciali. Per questo la capitale ghaneana è stata invitata dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon a prestarsi come centro logistico per l’invio di aiuti nella lotta al virus.
Dal canto suo, il Ghana non ha finora registrato alcun caso di infezione da ebola e può concentrarsi esclusivamente sulla prevenzione. Un compito che, secondo vari attori della società civile locale, fatica a svolgere sia in termini di comunicazione che di azione.
Lo scorso 2 settembre la Ghana Coalition of NGOs in Health (GCNH) ha definito « frammentata e priva di coordinazione» la strategia comunicativa del governo. A Nigrizia, Jeremy Kuseh, responsabile contenuti di InformGhana – un progetto di informazione online alla cittadinanza – spiega che «il governo non mette in campo le misure che promette; il che aumenta il senso di vulnerabilità della popolazione».
A fine luglio, ai media locali era bastata una semplice visita all’aeroporto di Accra per dimostrare che non c’era traccia delle misure di controllo sbandierate dal ministero della sanità pochi giorni prima.
Kobby Blay, il presidente di Ebola Watch, la più nota organizzazione ghaneana dedita alla prevenzione del virus, sottolinea il problema della porosità dei confini: «Dei quaranta punti d’accesso, solo 17 sono dotati di qualche forma di controllo in termini di attrezzature e personale medico. Si dovrebbe arrivare a 20, tramite donazione di compagnie private, ma è chiaro che le risorse rimangono insufficienti».
Le poche disponibili sono per ora indirizzate verso la ben più tangibile epidemia di colera. Negli ultimi tre mesi ha colpito più di 10mila persone, uccidendone all’incirca 100. «Il sistema sanitario è assolutamente sotto stress, soprattutto qui nella capitale, dove si registrano la maggior parte dei casi di colera», racconta a Nigrizia Naa Ashluy Vanderpuye, medico in un ambulatorio ad Accra, e amministratore delegato di West African AIDS Foundation, dedita alla lotta contro le malattie infettive. E aggiunge «Se questo fosse un test per misurare la preparazione a una epidemia di ebola, il Ghana lo avrebbe già fallito». (Roberto Valussi da Accra)


Le foto di questo servizio sono riferite alla Guinea e sono state scattate da Enrico Dagnino.

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