Sierra Leone
Il paese soffre ancora. Molti sopravvissuti al virus mostrano sintomi di stress post-traumatico, così come tanti membri delle squadre incaricate di raccogliere i corpi. Ma in Sierra Leone l'assistenza, la cura e la riabilitazione psicologica non sono state inserite tra le priorità del piano di recupero post-ebola.

Nella Sierra Leone è trascorso un anno da quando il presidente Ernest Bai Koroma ha annunciato la fine dell’epidemia di ebola, che in 18 mesi ha ucciso più di 3.580 persone e ha lasciato profonde cicatrici nella popolazione.

Molti di coloro che avevano contratto il virus stanno mostrando sintomi del disturbo post-traumatico da stress, che richiede necessariamente un intervento psicoterapeutico per facilitare l’elaborazione del trauma fino alla scomparsa dei sintomi d’ansia. 

Nel paese africano, però, i pazienti che presentano i segni di questo stato di sofferenza psicologica non sono adeguatamente curati. Mancano infatti le strutture di supporto, mentre per una popolazione che supera i 6 milioni di abitanti ci sono solo 21 infermieri qualificati nella cura dei disturbi mentali e un unico specialista di psichiatria geriatrica.

Oltre ai sopravvissuti all’ebola, un pesante fardello psicologico grava anche su molti degli operai che facevano parte delle squadre che avevano l’ingrato compito di passare di casa in casa per raccogliere i morti e tumularli nei cimiteri. Queste squadre spesso raccoglievano fino a 15 corpi in un giorno e il lavoro era emotivamente traumatico e fisicamente impegnativo. 

Per cercare di compensare la difficoltà del loro incarico, queste persone venivano retribuite con stipendi mensili equivalenti a sei volte il salario minimo. Per questo, la gente li ha marginalizzati, accusandoli di aver tratto profitto dall’epidemia.

Ebola ha lasciato acute ferite psicologiche su molti abitanti della Sierra Leone, non solo su quelli che hanno perso i loro cari, ma anche sui componenti delle squadre di pronto intervento e su coloro che hanno perso tutto quello che possedevano.

Paese in difficoltà

Ciononostante, quando nel giugno scorso il presidente Koroma ha annunciato che le priorità del piano biennale di recupero post-ebola prevedevano ingenti stanziamenti per l’istruzione, l’energia, l’agricoltura, il sostegno del settore privato e la sanità, non ha menzionato l’urgenza di supportare il settore della tutela della salute mentale.

Tantomeno, nessuno studio è stato finora intrapreso per valutare l’impatto psicologico di ebola e rimane imprecisato il numero delle persone colpite dal disturbo post-traumatico da stress.

Del resto, la situazione nel paese è ancora di estrema difficoltà, con l’economia che nel 2015 ha registrato una contrazione del 22%, mentre l’energia elettrica raggiunge meno del 10% della popolazione e solo il 5% ha accesso alla rete idrica.

Anche l’accesso e l’utilizzo dei servizi di salute materna e infantile, che era andato lentamente migliorando grazie ad un programma di assistenza sanitaria gratuita, si è notevolmente ridotto durante e dopo l’epidemia.

La situazione è critica anche per quanto riguarda gli standard educativi, che rimangono tra i peggiori al mondo, con la dimensione media di una classe di prima elementare che supera i cento bambini e con più del 60% della popolazione considerata analfabeta o semianalfabeta.

Per questo, tra le priorità del piano di risanamento economico figura un programma di edilizia scolastica per ridurre le dimensioni delle classi, fornendo 225 nuove aule in tutto il paese. Nel tentativo di rilanciare il settore dell’istruzione è stato varato anche un programma di alimentazione scolastica nazionale, che darà agli 1,2 milioni di bambini che frequentano le scuole statali, la possibilità di usufruire di un pasto cucinato due giorni alla settimana. 

Di conseguenza, appare evidente che il piano di recupero post-ebola dovrà prima di tutto permettere ai sierraleonesi (ma anche ai cittadini degli altri due paesi colpiti, Liberia e Guinea) di poter ricominciare a produrre un nuovo reddito per ricostruire le loro comunità e rendersi meno vulnerabili a futuri traumi.