Ebrei in guerra non è un semplice saggio. Ma la registrazione urgente di una crisi identitaria profonda. Un dialogo serrato, a tratti aspro, che attraversa i nodi cruciali della guerra di Gaza, del rapporto con Israele, della memoria della Shoah e del futuro dell’ebraismo.
Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, e il giornalista-scrittore Gad Lerner si misurano senza sconti su tutto ciò che divide oggi le comunità ebraiche, partendo da un presupposto comune (il rifiuto dell’idea che esista un “ebreo standard”), e da un’angoscia (essere sull’orlo di una “guerra civile ebraica”).
Di Segni lo ribadisce: «Il popolo ebraico è un mosaico di differenze». Eppure questa pluralità diventa esplosiva quando si confronta con l’urgenza del conflitto. Lerner accusa: chi critica Israele viene ostracizzato. Di Segni replica: criticare pubblicamente in tempo di guerra significa fornire munizioni al nemico.
Il “dissidente” Lerner lamenta che l’occupazione militare abbia prodotto una «grave involuzione della democrazia israeliana» e che la reazione di Israele abbia macchiato la reputazione dello stato ebraico. Critica l’“Israelocentrismo” che spinge la diaspora a un sostegno acritico, denunciando il rischio di alleanze con nazionalisti di destra discutibili.
Di Segni rifiuta l’emotività a favore di un inquadramento razionale. Accusa il dissenso pubblico di essere «inopportuno» e funzionale alla «propaganda organizzata dalla controparte». Difende il diritto all’autodifesa, ricordando che chi attacca Israele «non tollera gli ebrei vivi o per lo meno sovrani e indipendenti». Sostiene che le accuse contro Israele si diffondono facilmente perché molta gente «cova da sempre sentimenti antiebraici e si sente legittimata dalle vicende attuali a esprimerli».
Il confronto tocca tutti i nervi scoperti: il sionismo religioso; il nuovo antisemitismo; il rapporto con la sinistra; il ruolo avuto da papa Francesco, che Di Segni critica per la «freddezza istituzionale» dopo il 7 ottobre; la questione dei coloni messianici, che per Lerner rappresentano una degenerazione dell’ebraismo. Le accuse reciproche sono pesanti. Di Segni bolla Lerner come uno degli “ebrei buoni” che cercano consenso, Lerner ironizza sulla «ferocia» e l’«irrigidimento normativo» del rabbinato e sulla «militarizzazione delle coscienze».
Ma è proprio questa durezza a rendere prezioso il confronto. Emerge un quadro complesso: Di Segni racconta di un proprio passato nel Sessantotto. Lerner rivendica un sionismo che non rinuncia alla critica radicale, citando Primo Levi: «Il baricentro è nella diaspora». Il valore del libro risiede in questo scontro spigoloso (ma onesto) tra due (delle molte) anime dell’ebraismo: quella che insiste sulla sopravvivenza e quella che reclama la moralità.
Come suggerisce la loro conversazione, echeggiando un antico commento biblico, non si tratta di amarsi, ma almeno di riuscire a “parlarsi in pace”. Il pluralismo interno – per quanto doloroso – resta forse l’unico antidoto alla semplificazione.