Urgono riforme

Riserve valutarie a secco, forte inflazione, produzione ed esportazione di petrolio bloccate dalla guerra e dal crollo del prezzo, dipendenza dall’estero anche per le derrate alimentari. Senza contare la corruzione. E l’Fmi che dice: tagliate le spese.

All’inizio di giugno una delegazione del Fondo monetario internazionale (Fmi), dopo aver monitorato le condizioni del paese, ha dichiarato che la situazione economica è al collasso, e questo potrebbe causare nuove sofferenze alla popolazione e minacciare l’ancor fragile processo di pace.

La sterlina sudsudanese (ssp) ha perso il 90% del suo valore in meno di sei mesi e l’inflazione è al 300%, mentre il deficit potrebbe superare il miliardo di dollari, pari al 25% del Prodotto interno lordo (Pil). La situazione potrebbe peggiorare se il governo continuerà a finanziare il deficit stampando moneta, e dunque contribuendo a incrementare l’inflazione e a peggiorare il cambio con il dollaro.

Anche il Sudd Institute, un centro di ricerca di Juba, ha pubblicato un preoccupato rapporto sul tema, in cui si stima che, in pochi mesi, la quantità di valuta locale circolante è aumentata del 20%. Vi si nota che, nonostante la svalutazione dell’ssp decisa dalle autorità monetarie, la differenza tra il cambio ufficiale e il cambio di mercato del dollaro si sta di nuovo allargando, rendendo impossibile anche l’accesso ai beni di prima necessità, in gran parte importati, alle fasce più deboli della popolazione, che hanno accesso esclusivamente alla moneta locale.

Altro dato allarmante riguarda le riserve valutarie, che possono coprire ormai solo pochi giorni di importazioni. In effetti la non disponibilità di dollari nella banca centrale, che non può così rispondere alle richieste delle banche commerciali, e dunque l’impossibilità per chi importa di avere la valuta necessaria per comprare all’estero, ha già determinato la chiusura di diverse attività che dipendevano dall’importazione di materie prime.

Ancora più critico è il rifornimento di derrate alimentari di base, come gli ortaggi, i legumi e i cereali, per cui il paese è al 90% dipendente dai paesi vicini, nonostante la fertilità del terreno, milioni di capi di bestiame (che però hanno un valore sociale più che economico) e abbondanti risorse naturali.

Quest’anno il Pil potrebbe avere una forte battuta d’arresto, mentre solo tre anni fa, prima della crisi, aveva registrato una crescita del 30,7%. E questo dipende non solo dalla guerra civile, che ha praticamente fermato la produzione di petrolio nello stato di Unità e l’ha drasticamente ridotta in quello del Nilo Superiore, ma anche dalla congiuntura internazionale che ha visto la caduta del prezzo del greggio. D’altra parte, fa notare ancora l’Fmi, le entrate del paese sono determinate per il 98% dalle esportazioni di petrolio. In dieci anni (5 di regime di semi autonomia e 5 di indipendenza) non ha diversificato minimamente la propria economia.

Manca quasi tutto

Perciò il Sud Sudan, potenzialmente ricco, è uno dei paesi più poveri del mondo, con i peggiori indici per quanto riguarda la sanità, l’educazione e lo sviluppo umano in generale. (…) 

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Vivere con 300 ssp

Di questi tempi, 100 dollari si cambiano a Juba con 4.000 sterline sudsudanesi (ssp) al mercato nero; più o meno con 3.200 in banca, dove, dalla fine di dicembre dell’anno scorso, il cambio è fluttuante. Prima della svalutazione dello scorso dicembre, il cambio sul dollaro era fisso e 100 dollari valevano poco meno di 300 ssp, ma si cambiavano a 1.700 e più al mercato nero. Se poi si devono acquistare dollari, il valore dipende dalla loro quantità sul mercato. Poche settimane fa, 50 dollari sono stati pagati a Juba 2.700 ssp.

Lo stipendio medio di un infermiere o di un insegnate è di 300 Ssp. Il governo ha promesso che i dipendenti pubblici avrebbero avuta triplicata la paga, ma i denari non sono mai arrivati – conferma Isaias, che vive in un villaggio dello stato di Laghi e lavora in ospedale – e quindi gli scioperi non si contano più. Scioperi locali, dovuti all’esasperazione. Al mercato una tazza di farina costa 20 ssp, come una tazza di fagioli, mentre una tazza di zucchero ne costa 25. Con 65 ssp ? spiega Isaias ? si prepara un pasto frugale per una famiglia medio-piccola. Con 300 ssp si coprono 5 pasti al mese. Se lo stipendio arrivasse a 900, come promesso dal governo, se ne coprirebbero 15. E in un mese di pasti ce ne dovrebbero essere 60.

Si sopravvive come, dunque? «Non certo con il solo stipendio», risponde sorridendo Isaias. Tutti coltivano un pezzo di terra, allevano un po’ di bestiame, hanno un orto, raccolgono frutti che crescono spontanei. E così si dà da mangiare alla famiglia, compresi gli innumerevoli parenti, molti dei quali non dispongono neanche del minimo indispensabile, magari perché tornano al villaggio dalla città dove non ce la fanno più a sfamarsi. È una situazione molto comune in questo periodo. Lo stipendio serve per le tasse scolastiche, i vestiti, le medicine, ma ormai non basta più a coprire neppure quelle spese. Ma il problema vero è quando la stagione agricola fallisce o gli animali muoiono, allora è la fame. Come sta avvenendo oggi in diverse aree del Sud Sudan.

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