Da Nigrizia di luglio-agosto 2010: la missione di p. Vincenzo Salasso
Las Malvinas, quartiere di Guayaquil, deve la sua celebrità alle bande giovanili che la controllano. Il missionario comboniano, con la semplice apertura di un campo da calcio, ha iniziato a cambiare la vita di tanti ragazzi. Nonostante le minacce e la paura.

La gente di Las Malvinas, uno dei quartieri più degradati di Guayaquil, non si sarebbe mai aspettata di venire visitata da tante personalità altolocate e tutte in una volta. C’è voluto il devastante incendio del 20 novembre scorso per riportare all’attenzione pubblica questa zona della città, che sino ad allora doveva la sua celebrità alle bande giovanili che la tengono in pugno.

 

L’incendio fu immenso. Provocato da un fortunoso cortocircuito, causò la distruzione di 300 abitazioni. E così, il sindaco, il governatore e persino il presidente della repubblica, Rafael Correa, vennero in visita alle famiglie colpite.

 

Territorio di nessuno, a Las Malvinas vivono, su due bracci di terra lambiti dall’oceano, 70mila dei quattro milioni di abitanti di Guayaquil. Sono emigrati qui dal nord del paese. Molti sono di origine africana. Due volte al giorno, l’alternarsi dell’alta e della bassa marea copre e scopre, in un puzzolente gioco a rincorrersi, le immondizie che colmano gli interstizi tra una palafitta e l’altra.

 

In questo tortuoso groviglio di pali, assi, polvere e rifiuti, l’unico spazio libero è un piccolo campo da calcio, dietro la chiesa. Ci si può giocare in quattro contro quattro. In cinque, si è già in troppi. Da sempre chiuso, il campetto era diventato il rifugio delle bande locali e il nascondiglio delle refurtive delle ruberie compiute fuori città.

 

Proprio da qui è cominciata l’azione evangelizzatrice di padre Vincenzo Balasso, comboniano varesino, in Ecuador da vent’anni. Racconta: «Nel 2007, rientrando da una permanenza in Italia, fui assegnato a questa zona. Non è stato facile. Ho trascorso i primi tre mesi da solo. Me ne stavo davanti alla porta della chiesa a salutare le persone che passavano. Soltanto uno su dieci rispondeva al saluto. La gente mi considerava un pazzo».

 

Rotto il ghiaccio, il missionario decise che doveva fare qualcosa. «La zona era in mano alla delinquenza. La gente non usciva di casa per paura di essere coinvolta in qualche sparatoria. Nell’intero circondario ci sono solo due scuole, con circa 300 alunni. Oltre il 40% dei giovani è analfabeta. Che fare? Ho pensato allo sport come strumento di conoscenza reciproca e di sana aggregazione».

 

Il comboniano non era nuovo a iniziative di questo tipo. Nella sua precedente esperienza missionaria, a San Lorenzo, nel nord del paese, aveva aperto una scuola di calcio. «E di tutto rilievo, se si pensa che da lì sono usciti atleti come Segundo Alejandro Castillo Nazareno, Félix Alexander Borja Valencia, soprannominato “il canguro” per la sua capacità di elevazione quando colpisce di testa. Per non parlare del nazionale Luis Antonio Valencia Mosquera, oggi centrocampista del Manchester United». Dopo l’incendio, anche questi campioni hanno fatto visita al missionario. «La gente ne è stata fierissima. Si è sentita privilegiata».

 

 

Il ferimento

Las Malvinas assomiglia a un’immensa discarica. Lo è per davvero. E non solo dal punto di vista ambientale – i rifiuti vi regnano sovrani – ma anche sociale. «È come se gli scarti della società finissero tutti qui. E allora ho deciso di aprire il campo da calcio e di metterlo a disposizione dei giovani».

 

La cosa non dev’essere piaciuta a tutti. Una settimana dopo, la casa parrocchiale è stata assaltata e spogliata di ogni cosa. «La sera di quello stesso giorno, uno dei boss più temuti è venuto sul sagrato. Era con sei ragazzi. Davanti ai miei occhi, ha puntato la pistola alla testa di uno di loro e l’ha freddato. Così, per pura attestazione del suo dominio su tutti e su tutto. Ho capito che stava per ripetere la stessa cosa con un secondo ragazzo. Allora mi sono messo di mezzo. È partito un colpo, che mi ha colpito solo si striscio, ferendomi il lobo di un orecchio».

 

Continua: «Ma il campetto è sempre aperto. Di tanto in tanto, ci finisce anche qualche banda di scapestrati, che s’inseguono minacciandosi con le pistole. Ma, tutto sommato, rimane il luogo d’incontro di tutti i ragazzi della zona. È il nostro stadio Olimpico».

 

La zona è divisa in settori, controllati dalle varie bande. «Ognuna è specializzata in una tipologia di crimine: si va dal semplice furto, alla rapina a mano armata, al commercio di armi verso la Colombia, destinate alle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc)».

 

I media locali hanno soprannominato p. Vincenzo «il prete dei banditi». Lui non è d’accordo: «Presi singolarmente, sono solo dei ragazzi. Ricordo quando ho incontrato per la prima volta David, uno dei capi più temuti. Mi sono avvicinato, l’ho salutato e ho cominciato a parlargli in tono amichevole. La cosa stupì molto il giovane: non era abituato a quei modi e a quel tipo di considerazione. Dopo David, ci fu Elvis, e poi Alex. Iniziò un circuito virtuoso tra i vari capetti e oggi giocano insieme nel campo sportivo».

 

 

Le olimpiadi

Oggi suona come miracolosa la richiesta di Alex di essere battezzato. Un altro miracolo c’è stato il giorno dell’Epifania: «Al momento della processione offertoriale, è apparso Henry, soprannominato “pistola” a motivo dell’arma mai abbandonata. Si è messo in fila dietro chi portava il pane, il vino e i fiori. Lui teneva in mano il suo dono: la pistola. È venuto fino all’altare per deporvela per sempre». Anche la banda delle “formiche”, bambini dagli 8 ai 12 anni capaci di razziare ogni cosa, non esiste più: «In cambio, ci sono estenuanti tornei di calcio».

 

Molti dei ragazzi oggi svolgono un lavoro onesto. Si sono organizzati in gruppi, grazie anche alla collaborazione di alcuni postulanti comboniani, che vengono in parrocchia per un’esperienza pastorale, e di persone di buona volontà di altri quartieri di Guayaquil. C’è chi raccoglie e rivende bottiglie di plastica. C’è chi compra della soia e ne ricava del latte, che poi vende. Qualcuno si è inventato un autolavaggio in uno spazio messo a disposizione dalla parrocchia. Altri hanno formato una piccola cooperativa che produce immagini sacre e bigiotteria.

 

«L’ultimo nato è il grest lavorativo. Il programma prevede ore di lavoro, momenti di formazione e… una piccola olimpiade. I gestori di alcuni impianti sportivi di una zona ricca della città, saputo delle nostre iniziative, ci hanno offerto l’uso gratuito del campo da baseball, di quello da basket e perfino della piscina. Hanno donato le divise. Tre volte la settimana inviano autobus a prendere i ragazzi e, la sera, li riportano a casa».

 

È nata anche la prima squadra femminile di softball di Las Malvinas. «Si chiama “Pamela Caroto”. Conta una trentina di ragazze. Come colore delle loro uniformi hanno scelto lo scaramantico verde».

 




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