Gli stati si trovano in grande difficoltà nel campo dell’educazione perché non raccolgono gli attesi frutti dell’umanizzazione e della convivenza pacifica delle loro società. Questo ci invita a cercare e attuare nuovi paradigmi educativi che conducano al buen vivir, alla convivenza armoniosa. La prospettiva indigena latinoamericana può far intuire l’educazione che dobbiamo promuovere.

«Nei programmi educativi per bambini e giovani – ci indica papa Francesco nell’esortazione apostolica Querida Amazonia (QA) – gli indigeni sono stati visti come intrusi o usurpatori. La loro vita, i loro desideri, il loro modo di lottare e sopravvivere non interessavano; li si considerava più come un ostacolo di cui liberarsi che come esseri umani con la medesima dignità di chiunque altro e con diritti acquisiti» (QA 12).

E aggiunge: «Di fronte a una tale realtà, bisogna apprezzare e accompagnare tutti gli sforzi che fanno molti di questi gruppi sociali per conservare i loro valori e stili di vita e integrarsi nei nuovi contesti senza perderli, anzi, offrendoli come contributo al bene comune» (QA 21).

Prima della conquista, gli indigeni avevano centri di ricerca e istituzioni educative per trasmettere le loro conoscenze scientifiche, sociali, culturali e religiose alle nuove generazioni. In Messico, il Calmecac e il Telpochcali erano luoghi in cui ragazze e ragazzi trascorrevano almeno 10 anni di formazione sistematica per poi entrare nella vita attiva delle loro comunità, fornendo i servizi loro richiesti. Questa educazione si fondava sui saggi (tlamatinime) e su biblioteche gelosamente custodite e interpretate. Fu la base dello slancio di umanità e di civiltà raggiunto da molti popoli di Abya Yala.

Le aree archeologiche si comprendono solo se si riconosce che lì vivevano persone colte e sapienti, con una «educazione concepita come formazione del volto degli esseri umani e come l’umanizzazione del loro amore (cuore)» attraverso educatori che erano te-ix-tlamachtiani, “quelli insegnavano i volti delle persone”.

Come dice Miguel Leon Portilla, antropologo e storico messicano, nel suo libro La Filosofia Nahuatl estudiada en sus Fuentes: «Colui che rende saggi i volti degli altri fa sì che gli altri prendano il suo volto, li fa crescere… Mette uno specchio di fronte agli altri, li rende sani, attenti, fa apparire in loro un volto… Grazie a lui le persone umanizzano il loro desiderio e ricevono un insegnamento fondamentale… ».

Oggi i rappresentanti dei popoli indigeni hanno rivelato il loro modo di comprendere l’educazione. E papa Francesco li sostiene, affermando che «la saggezza dello stile di vita dei popoli originari – pur con tutti i limiti che possa avere – ci stimola ad approfondire questa aspirazione.

Per tale ragione i vescovi dell’Ecuador hanno sollecitato un nuovo sistema sociale e culturale che privilegi le relazioni fraterne, in un quadro di riconoscimento e di stima delle diverse culture e degli ecosistemi, capace di opporsi a ogni forma di discriminazione tra esseri umani». (QA 22)

Farà bene a tutti noi riprendere in mano i grandi principi che hanno sostenuto l’educazione indigena del passato per progettare i programmi educativi non solo per gli indigeni ma per la società nel suo insieme.


Abya Yala

Il nome originario del continente denominato in seguito America. Letteralmente significa “terra in piena maturità” o “terra del sangue vitale”. Termini che stridono con la pretesa degli invasori di chiamare quella terra “Nuovo Mondo”. Il nome trae le sue origini dal popolo Kuna a Panama e Colombia, prima dell’arrivo degli europei, e viene riconosciuto dalla maggioranza dei popoli indigeni come il nome ufficiale del continente ancestrale in opposizione al nome straniero America