Summit di Sharm el-Sheikh: al-Sisi incassa l’elogio di Trump
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L'incontro del tycoon americano con il suo “dittatore preferito” segna il rilancio dell'asse Cairo-Washington
Summit di Sharm el-Sheikh: al-Sisi incassa l’elogio di Trump
Il presidente americano e quello egiziano celebrano l'accordo per Gaza dopo il rilascio degli ostaggi e il ritiro parziale israeliano. Il Cairo conquista centralità diplomatica e un ruolo chiave nella Forza di stabilizzazione internazionale
14 Ottobre 2025
Articolo di Giuseppe Acconcia
Tempo di lettura 9 minuti
Credito: Shealah Craighead

Egitto, Qatar, Turchia e Stati Uniti hanno celebrato l’accordo per il cessate il fuoco a Gaza a Sharm el-Sheikh. «Un passaggio storico, sarà l’ultimo conflitto in Medioriente», ha sostenuto il presidente USA, Donald Trump, volato in Egitto dopo il suo discorso alla Knesset. «Una svolta per l’umanità», ha detto il suo omologo egiziano, Abdel Fattah al-Sisi.

Dopo quattro giorni di tregua a Gaza, il rilascio dei 20 ostaggi israeliani ancora vivi nelle mani di Hamas, di oltre 1.950 detenuti palestinesi e il parziale ritiro dell’esercito israeliano (IDF) da Gaza, il vertice di Sharm el-Sheikh in Egitto, con oltre 30 tra capi di stato e organismi internazionali, ha rappresentato l’avvio della seconda fase dell’intesa per l’avvio del disarmo di Hamas, la creazione della Forza internazionale di stabilizzazione (FIS) e della governance della transizione della Striscia.

Successo diplomatico

Il vertice è stato un successo diplomatico per il Cairo, come riconosciuto da Trump durante il suo incontro preliminare con al-Sisi. Il summit di Sharm el-Sheikh ha confermato la centralità del paese nei lunghi colloqui per il cessate il fuoco e nel fare pressioni su Hamas per accettare l’accordo.

Tuttavia, in varie occasioni, l’appiattimento del presidente egiziano sulle posizioni a favore di Israele e per la marginalizzazione di Hamas aveva favorito il ruolo giocato dal Qatar nei colloqui di pace. Questo è accaduto almeno fino al 9 settembre, quando il tavolo negoziale di Doha è stato colpito dai raid israeliani. A quel punto i mediatori qatarini hanno preteso le scuse ufficiali di Netanyahu prima di riprendere i colloqui.

Non solo, a Sharm, per la prima volta dal suo insediamento, il presidente degli Stati Uniti ha incontrato il suo omologo egiziano, al-Sisi. Si è trattato in sé di un evento molto significativo perché il Cairo ha più volte esercitato il suo soft power per evitare le deportazioni dei palestinesi di Gaza nel Sinai.

Quindi finalmente Trump ha potuto incontrare il suo “dittatore preferito”, anche nel suo secondo mandato, sebbene ormai, nonostante le violazioni dei diritti umani in corso nel paese, gli aiuti militari statunitensi pari a 1,3 miliardi di dollari l’anno al Cairo sono stati completamente ripristinati.

Turchia e paesi europei a Sharm

Il vertice di Sharm el-Sheikh ha rappresentato una vera e propria vetrina, insieme all’occasione di incontri bilaterali e multilaterali, per la Turchia, che ha definitivamente superato qualsiasi divisione con il governo egiziano, e i paesi europei, segnati da mobilitazioni senza precedenti a favore della Palestina.

Recep Tayyip Erdoğan, in prima fila in Egitto, è stato centrale nella fase negoziale per spingere Hamas ad accettare l’accordo, mentre i soldati turchi (insieme a quelli egiziani che manterrebbero il controllo del corridoio Philadelphi) potrebbero avere un ruolo rilevante nella Forza di stabilizzazione, chiamata a garantire il cessate il fuoco a Gaza. Il governo turco ha criticato molto duramente il genocidio nella Striscia ma continua ad intrattenere ottimi rapporti commerciali con Israele.

A Sharm, la premier italiana Giorgia Meloni ha avuto un incontro bilaterale con al-Sisi alla presenza del ministro degli Esteri egiziano e del capo dei servizi segreti, Hassan Rashad. L’Italia non ha ancora riconosciuto la Palestina, nonostante il passo avanti in questo senso di Francia, Gran Bretagna e altri paesi europei.

I malumori della vigilia

Anche l’Egitto, con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Pakistan e Turchia aveva dato il suo endorsement all’intesa di Trump per Gaza. Al-Sisi ha sempre puntato sullo stop senza se e senza ma a qualsiasi deportazione di palestinesi da Gaza verso il Sinai, sottolineando lo scetticismo egiziano e giordano al progetto di Trump di creare a Gaza la così detta “Riviera del Medioriente”.

Eppure, quando sono stati resi noti i dettagli dell’intesa la scorsa settimana, in alcuni casi divergenti rispetto al testo originale visionato dai leader arabi, l’Egitto ha fatto sentire di nuovo la sua voce. Per esempio, i malumori hanno riguardato l’esclusione dell’Autorità nazionale palestinese, presente a Sharm, dal governo di transizione a Gaza.

La Forza di stabilizzazione

E così il Cairo potrebbe ricoprire un ruolo centrale nella Forza internazionale di stabilizzazione che dovrebbe garantire la sicurezza in questa fase di transizione a Gaza.

A dimostrazione che le tensioni tra il Cairo e Israele, riverberate anche nell’assenza di incontri pubblici diretti tra Trump e al-Sisi, fino al vertice di Sharm, erano arrivate alle stelle alla vigilia dell’intesa, sono trapelate le lamentele israeliane trasmesse a Trump per una possibile violazione dell’Accordo di pace con il Cairo del 1979 a causa del dispiegamento di militari e della costruzione di nuove infrastrutture dell’esercito egiziano nel Sinai, in parallelo con l’avvio delle operazioni militari per l’occupazione di Gaza City, avviate lo scorso settembre da IDF.

Lo spartiacque l’attacco all’Iran

Come se non bastasse, al-Sisi, al summit arabo-islamico di Doha del 17 settembre scorso, era arrivato a definire Israele un “nemico”, sottolineando che l’estensione del conflitto a Gaza avrebbe rappresentato una minaccia per tutto il Medioriente.

In realtà è stata la guerra dei 12 giorni contro l’Iran dello scorso giugno a mettere in allerta tutti i paesi vicini. Per il Cairo, l’endorsement incondizionato di Trump a Netanyahu avrebbe rappresentato la vera minaccia per la stabilità regionale, al di là della dipendenza egiziana dalle forniture di gas israeliane.

Le garanzie di Washington

Per questo, in ogni fase, il Cairo ha chiesto piene garanzie da parte degli Stati Uniti. Per esempio, al-Sisi vorrebbe che fosse messa nero su bianco una presenza temporanea di 200 soldati statunitensi nella Forza internazionale di stabilizzazione, sul modello di quello che è avvenuto nel Sinai con la Forza multinazionale (MFO).

Ci sono già stati segni che questa possibilità non è così lontana dal realizzarsi. Per esempio, il personale militare USA dalla base di al-Udeid in Qatar, colpita dall’Iran in rappresaglia agli attacchi USA contro il programma nucleare iraniano di giugno, si è spostata in Giordania. E così sembra che gli Stati Uniti si stiano preparando per l’arrivo di rinforzi proprio con lo scopo di implementare il piano di pace.

In altre parole, il Cairo vuole che i militari USA, insieme a quelli turchi, e di altri paesi, inclusa l’Italia, partecipino nel processo di disarmo di Gaza, senza un’ulteriore presenza permanente di soldati statunitensi nella regione.

Il timore di nuove mobilitazioni

Egitto e Giordania già stanno lavorando in coordinamento con gli Stati Uniti per formare le forze di sicurezza palestinesi dell’Autorità nazionale palestinese. Lo scopo è quello di contenere le proteste più che di prevenire futuri attacchi terroristici.

Lo stesso avviene in Egitto, dove sono almeno 250 gli arresti per gli attivisti che hanno partecipato alle mobilitazioni per la Palestina negli ultimi mesi, relegate ormai soltanto alle porte del sindacato dei giornalisti al Cairo.

Gli arresti tra i volontari della Flotilla

Tra gli arrestati figurano anche tre volontari della Global Sumud Flotilla che è stata accolta in maniera molto ambigua dal Cairo, sia in occasione della marcia verso il valico di Rafah, per mesi chiuso per i feriti palestinesi e l’ingresso di aiuti a Gaza, sia negli ultimi tentativi di rompere l’assedio della Striscia, partiti a settembre.

Questo ha alimentato inesorabilmente il cosiddetto business dell’accoglienza attraverso il quale, pagando alcune migliaia di dollari, i palestinesi di Gaza, che hanno potuto permetterselo, sono riusciti a superare il valico e a fuggire dal conflitto per ripararsi in Egitto.

Le mobilitazioni per Gaza erano state inizialmente ammesse da al-Sisi che ha cavalcato l’onda popolare delle proteste, per poi essere vietate pochi mesi dopo.

La dipendenza economica da Israele

Lo scorso agosto, Egitto e Israele hanno firmato un accordo per 35 miliardi di dollari in materia di forniture di gas naturale. L’accordo ha esteso l’intesa del 2018, pari a 15 miliardi di dollari, accrescendo inesorabilmente la dipendenza egiziana dal gas israeliano già al 72% delle sue importazioni. 

Questa dipendenza è diventata ancora più chiara dopo lo stop parziale alle forniture di gas, durante la guerra tra Israele e Iran, che hanno costretto le autorità del Cairo a continui tagli dell’elettricità.

La necessità del gas israeliano per l’Egitto è ben chiara per Netanyahu che a settembre aveva deciso di sospendere l’accordo con al-Sisi, citando la presenza militare egiziana nel Sinai.

Né vincitori né vinti

In questa guerra che ha raso al suolo Gaza non ci sono né vincitori né vinti. Il piano Trump non rappresenta una soluzione di lungo periodo al sanguinoso conflitto israelo-palestinese, mentre l’“Asse della Resistenza”, incluso l’Iran, è stata duramente indebolita dalla guerra permanente di Netanyahu.

Ora si apre una lunga fase di ricostruzione in cui soprattutto i paesi arabi dovranno fare la loro parte.

Sebbene il vertice di Sharm el-Sheikh vorrebbe rappresentare il successo diplomatico di Trump e Netanyahu nell’ottenere il cessate il fuoco a Gaza, con la mediazione di Egitto e Qatar, in realtà ha confermato che i due leader hanno le mani insanguinate.

Mani insanguinate

La tregua negoziata dall’ex presidente Joe Biden, e conclusasi il primo marzo scorso con il ritorno della guerra di IDF a Gaza, poteva essere estesa e chiudere già allora il sanguinoso genocidio della Striscia. Ma Trump ha dato carta bianca a Netanyahu permettendogli di continuare con il suo piano di pulizia etnica pur non riuscendo a ottenere il completo svuotamento di Gaza. In altre parole, migliaia di vite potevano essere salvate in questi mesi e così non è stato. 

Il vertice di Sharm el-Sheikh ha rappresentato un successo diplomatico per al-Sisi, nonostante tutte le incognite e i nodi da sciogliere del piano Trump per Gaza.

Quale futuro per Hamas

A questo punto per Hamas potrebbe aprirsi un futuro di clandestinità simile a quello riservato alla Fratellanza musulmana, dopo il golpe militare del 2013 in Egitto. Il summit del 13 ottobre riporta inoltre al centro della politica estera egiziana l’asse strategico con gli Stati Uniti, la vera chiave, insieme al rapporto privilegiato con Mosca, del successo geopolitico dell’ex generale, nonostante la repressione dei diritti umani, con la rappresentazione come “stabilizzatore” che al-Sisi ha voluto ritagliarsi per giustificare il pugno duro contro le opposizioni.

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