La Corte penale del Cairo ha rimosso l’attivista socialista, Alaa Abdel Fattah, che ha anche la cittadinanza britannica, dalla lista degli individui accusati di terrorismo. Secondo i giudici, Alaa non è coinvolto in nessuna attività collegata alla Fratellanza Musulmana, fuorilegge in Egitto dal 2014.
Nella lista sono stati inseriti tra gli altri l’ex presidente islamista, morto in detenzione nel 2019, Mohamed Morsi, i principali leader del maggior partito di opposizione Libertà e giustizia, bandito nel 2014, l’ex calciatore, Mohamed Abu Trika, e il giornalista, Hisham Gaafar.
Il caso
L’attivista era stato aggiunto alla lista dei sospettati di legami con il terrorismo nel 2020 per un periodo di cinque anni.
Abdel Fattah ha sempre negato tutte le accuse contro di lui dalla diffusione di notizie false sulle violenze della polizia in carcere fino ai presunti legami con la Fratellanza musulmana egiziana.
La notizia della decisione della Corte di rimuovere l’attivista dalla lista è stata confermata e salutata positivamente dall’ex candidato di sinistra alle elezioni presidenziali e avvocato per i diritti umani, Khaled Ali.
Da questo momento la Corte ha eliminato alcune restrizioni per l’attivista in carcere, nella prigione di Wadi el-Natrun, nonostante abbia già scontato l’intera pena stabilita dai giudici egiziani. Per esempio, sono stati scongelati i suoi beni ed è stato cancellato il suo divieto di recarsi all’estero.
Gli arresti e la detenzione arbitraria
Lo scorso maggio il Gruppo di lavoro sulle detenzioni arbitrarie (UNWGAD) delle Nazioni Unite aveva avvisato che la detenzione dell’attivista è arbitraria chiedendone il rilascio immediato.
L’attivista egiziano, 43 anni, doveva essere rilasciato già lo scorso 29 settembre dopo aver scontato la sua pena di 5 anni per “diffusione di notizie false”. Le autorità egiziane non lo hanno rilasciato rifiutandosi di considerare anche i due anni di detenzione preventiva come parte della pena.
Alaa viene da una famiglia di attivisti politici. Suo padre, Seif al-Islam, difensore dei diritti umani, è stato in prigione e torturato nel 1980 durante il regime di Hosni Mubarak.
Anche sua madre Laila e le sue sorelle sono state arrestate varie volte per il loro attivismo. La moglie di Alaa, la nota blogger Manal, si è occupata nei primi mesi delle proteste del 2011 di raccontare le manifestazioni dal punto di vista della partecipazione femminile.
La lunga vicenda giudiziaria
Per la prima volta Alaa è stato arrestato nel 2006 perché aveva preso parte al movimento Kifaya (Basta!) contro la sesta rielezione di Mubarak.
Scontò una pena di 45 giorni. Nelle giornate di occupazione di piazza Tahrir, nel gennaio 2011, Alaa è emerso come uno dei giovani leader del movimento.
Dopo il golpe militare del 3 luglio 2013, Alaa Abdel Fattah è stato arrestato lo stesso anno per aver partecipato alle manifestazioni contro la legge anti-proteste che impedisce qualsiasi assembramento in Egitto.
In seguito alla condanna a cinque anni, nel 2015 è stato accusato anche di aver assalito un ufficiale di polizia.
Dopo il rilascio nel marzo 2019, Alaa è stato arrestato di nuovo nel settembre dello stesso anno rimanendo in detenzione preventiva fino al 2021, quando ha ricevuto un’altra condanna a 5 anni per diffusione di notizie false per le accuse mosse contro le violenze testimoniate in carcere da parte della polizia.
La madre e lo sciopero della fame
Sua madre, l’attivista, Laila Soueif, ha concluso un lunghissimo sciopero della fame per chiedere il rilascio del figlio solo pochi giorni fa. Laila aveva avviato la sua lunga protesta non violenta il 29 settembre 2024, proprio il giorno in cui la sentenza contro Alaa avrebbe dovuto avere termine e il figlio doveva essere rilasciato.
Dopo il primo interessamento del premier labourista inglese, Keir Starmer, lo scorso febbraio, Laila Soueif aveva avviato una fase di sciopero della fame parziale con una nutrizione liquida di 300 calorie al giorno. Ma le sue condizioni di salute sono andate deteriorandosi.
Soueif ha chiuso lo sciopero della fame in seguito ad una telefonata di Starmer con al-Sisi lo scorso giugno in cui il premier britannico ha enfatizzato le preoccupazioni inglesi per le condizioni detentive di Alaa.
Parlamentari e gruppi per i diritti umani nel Regno Unito hanno chiesto azioni più incisive, incluse sanzioni e bandi agli spostamenti, chiedendo al governo di accrescere le pressioni sulle autorità egiziane per il rilascio di Alaa.
Le torture in carcere
Abdel-Fattah, autore di un diario dal carcere di grande umanità, Non siete stati ancora sconfitti, ha denunciato torture in carcere durante la sua detenzione. Nel 2022 è stato trasferito dal carcere di massima sicurezza di Tora alla prigione di Wadi al-Natrun nella provincia di Beheira.
L’attivista ha ripreso e poi sospeso lo sciopero della fame lo scorso marzo in solidarietà con la madre Laila, docente di matematica al Cairo.
Secondo l’Arabic Network for Human Rights Information, sono circa 65mila le persone arrestate tra il 2013 e il 2021 per motivi politici dal regime militare di al-Sisi. Molti tra loro sono ancora in detenzione preventiva con accuse opache oppure vengono spostati in altri casi per prolungare per anni il loro arresto.
Dialogo nazionale?
Nel 2023, al-Sisi ha lanciato la cosiddetta iniziativa per il dialogo nazionale con le opposizioni per dare seguito all’iniziativa del Comitato presidenziale per il perdono, formato nel 2016, che aveva portato al rilascio di molti attivisti in prigione, tra cui l’avvocata per i diritti umani, Mahienour el-Masri, lo studente copto, Patrick Zaki, e l’avvocato Mohamed al-Baqer.
Repressione continua
La cancellazione di Alaa Abdel Fattah dalla lista degli individui accusati di terrorismo può essere letta come una buona notizia in vista del suo rilascio.
È possibile che l’iniziativa, sicuramente favorita da un maggior interessamento britannico nella vicenda in seguito allo sciopero della fame avviato da sua madre, faciliti la liberazione di Alaa.
Tuttavia, la repressione dei movimenti in Egitto non accenna a diminuire come dimostra la censura che ha subìto lo scorso giugno l’iniziativa degli attivisti della Global March to Gaza che intendevano raggiungere il valico di Rafah per rompere l’assedio della Striscia.