Da Nigrizia di settembre 2011: fragile transizione
C’è preoccupazione per le elezioni di novembre. Si teme, in particolare, la prospettiva della shari’a come legge dello stato. L’idea di uno stato laico è ancora estranea al paese. Il vecchio faraone Mubarak, arrestato e processato, vanta ancora sostenitori nel paese. Anche tra gli egiziani che hanno cominciato a stancarsi delle continue proteste in Piazza Tahrir.

Dall’inizio dell’anno Piazza Tahrir è diventata il teatro delle proteste popolari contro il presidente Hosni Mubarak, indiscusso faraone dall’ottobre 1981 al febbraio 2011, prima dimissionato, poi arrestato e, dal 3 agosto, sotto processo.

 

Dal 25 gennaio in poi, in questa piazza del Cairo si sono riunite folle di cittadini scontenti, decisi a dare voce alle proprie rivendicazioni e a chiedere il sostegno dell’intera nazione per porre fine a un regime corrotto, oppressivo e ingiusto. I risultati, per ora, si sono concretizzati nel rovesciamento del presidente, di chi l’aveva a lungo aiutato a guidare il paese e di numerosi capi militari. Chiaro l’obiettivo finale: avere un governo democratico in una nazione ricchissima di tradizioni culturali e religiose.

 

Le strade della capitale sono diventate meno sicure dopo le dimissioni di Mubarak. L’anarchia regna in varie zone del paese, soprattutto a causa di alcuni salafiti (gruppo militante dei Fratelli Musulmani) e dei baltagiya (delinquenti comuni, in parte fuggiti dalle prigioni durante le sommosse), anche se apparentemente la vita notturna continua come prima. Permane un minimo di ordine, che consente alla gente di condurre la vita di sempre e di lavorare. Respirabile, però, è la preoccupazione generale per le prossime elezioni.

 

Ampio lo spettro dei temi dibattuti: si va dalla prospettiva di imporre la shari’a come legge dello stato all’idea di una società pluralistica, rispettosa delle varie identità in essa presenti e del loro diritto di influire sulla cultura e sulla politica. L’idea di uno stato laico è ancora estranea al paese. Lungo i secoli, la mentalità politica predominante è passata da una visione teocratica (dopo la conquista araba nel 642) a una monarchica (dall’assorbimento dell’Egitto nell’impero turco-ottomano, nel 1517, fino alla caduta di re Farouk), per sfociare nel 1953 nell’idea di una repubblica araba, un anno dopo il colpo di stato orchestrato da Gamal Nasser.

 

 

Segnali di cambiamento

Nel tempo, i cristiani hanno finito con il diventare una minoranza, stimata ufficialmente al 2% della popolazione. In occasione del referendum sulla costituzione dello scorso marzo, tuttavia, si è registrato un improvviso cambiamento, che potrebbe essere visto come vantaggioso per le comunità cristiane.

 

La consultazione fu preceduta da un’intensa campagna in tutte le chiese cristiane, mirata a invitare i fedeli a votare “no” agli emendamenti suggeriti dal comitato ad hoc creato dalla Commissione militare ad interim. Ai musulmani, invece, era stato chiesto di votare “si”. Hanno vinto i “sì” con il 70% dei voti. Ma il 30% dei “no” ha mostrato che la minoranza cristiana può allearsi con il 28% della popolazione nazionale e dire la sua sul modo di gestire la nazione.

 

Sorprendentemente, l’attentato di fine anno contro una chiesa copta di Alessandria (21 morti e 81 feriti) aveva portato a una insperata solidarietà tra musulmani e cristiani. Molti gli attestati di solidarietà nei confronti dei cristiani da parte dei musulmani, pronti a porsi come scudi umani alle porte delle chiese in occasione del Natale copto (6 gennaio).

 

A un certo punto, il patriarca copto Shenuda III affermò che i cristiani non avrebbero dovuto unirsi ai rivoltosi contro Mubarak. In ossequio all’autorità del patriarca e per un senso di unità dei cristiani, all’inizio furono pochi i fedeli delle denominazioni cristiane a scendere in piazza. Poi, però, davanti al crescente numero di persone pestate e ferite dalle forze dell’ordine, crebbero tra i cristiani sia il senso di frustrazione per le troppe ingiustizie legali nei loro confronti, sia un sano patriottismo. Così, quando il movimento giovanile esplose nella grande rivolta del 25 gennaio, tra i manifestanti c’erano lune crescenti intrecciate a croci cristiane.

 

Per alcuni giorni, Mubarak resistette. Poi tenne un discorso alla nazione dai toni commossi e premurosi. Infine, si fece ricoverare in un ospedale, lasciando mano libera al vicepresidente Omar Suleiman.

 

 

Il sospetto

Oggi serpeggia tra la popolazione un forte sospetto su ciò che le televisioni mostrarono in quei giorni. Ci si chiede se davvero siano stati i giovani a disarcionare Mubarak, o se invece il rais si sia fatto da parte solo per allentare la tensione, lasciando all’apparato militare il difficile compito di negoziare una transizione non violenta. Il vecchio rais era alla fine del suo mandato e si dava quasi per certo che il figlio Gamal gli sarebbe succeduto in un’eventuale elezione presidenziale.

 

Di sicuro, Mubarak era diventato impopolare. Ma non per tutti. Alcuni ceti sociali traevano profitto dal suo regime. La minoranza cristiana non gli era contraria e riteneva il mantenimento dello status quo preferibile all’alternativa rappresentata dai Fratelli Musulmani. Del resto, questi sono stati i primi a saltare sul carro delle sommosse giovanili e, almeno per ora, sono i meglio piazzati per una vittoria elettorale.

 

I protagonisti della rivoluzione, tuttavia, hanno sempre resistito ai tentativi di questo o quel partito di appropriarsi del loro movimento. Il loro maggiore problema rimane il fatto di non avere una figura carismatica che li rappresenti degnamente. E se, a marzo, hanno suggerito al Consiglio militare il nome di Essam Sharaf come successore del primo ministro Ahmed Shafik, non sono certi che costui saprà gestire il difficile compito assegnatogli: garantire una tranquilla transizione verso le elezioni, che sono state spostate da settembre a novembre.

 

Ci sarà da affrontare il principio religioso secondo cui una comunità islamica non può essere governata da un non musulmano. L’islam si considera l’ultima religione, abrogante ogni altro credo rivelato in precedenza, e quindi non accetterà mai un’uguaglianza tra le religioni. In Egitto, ciò significa disuguaglianza anche in fatto di cittadinanza: un cristiano sarà sempre un egiziano di seconda serie.

 

 

Blocco islamico frazionato

È difficile, tuttavia, unire tutti i musulmani in un solo blocco. Il 29 luglio, gruppi islamici estremisti – tra cui il Partito della Luce degli integralisti salafiti, Al-Jamaa Al-Islamiya, il Gruppo Jihad e altre formazioni militanti – hanno convocato un milione di cittadini in Piazza Tahrir per chiedere che l’Egitto sia dichiarato stato islamico, guidato dalla shari’a. Il settimanale Al-Ahram dell’11- 17 agosto ha commentato: «Mentre gli islamisti sollevavano fotografie di Osama bin Laden, altri sventolavano la bandiera saudita. Di certo, gli altri partiti si sono sentiti traditi dal tentativo degli islamisti di mostrare i muscoli e di presentarsi come la maggiore forza politica del paese».

 

Il 12 agosto, la coalizione formata da partiti liberali, formazioni di sinistra, gruppi di ispirazione copta e sufi e altre associazioni islamiche moderate, ha inscenato una contro-manifestazione. Significativo lo slogan scelto: “Per amore dell’Egitto, uno stato laico”. Si sono sentite forti critiche contro la nomina di 11 nuovi governatori provinciali fatta il 4 agosto dal primo ministro: tutti ex ufficiali militari o di polizia, già ministri in governi di Mubarak. Mohamed El-Baradei, leader dell’opposizione e pronosticato come possibile presidente, ha detto: «Si tratta di un chiaro passo indietro. Degli attuali 28 governatori, ben 18 sono generali e commissari di polizia in pensione ». Anche i giovani rivoluzionari hanno contestato le nuove nomine.

 

Gli egiziani, però, hanno cominciato a stancarsi delle continue proteste in Piazza Tahrir. La crisi economica e la crescente insicurezza spingono molti a togliere il loro sostegno alla lotta per il cambiamento. Il rischio di avere un governo nuovo ma con politiche vecchie è reale. Un’eventualità che provocherebbe sgomento nelle famiglie di chi è caduto durante le rivolte: il loro costoso sacrificio verrebbe annullato.

 

Il braccio di ferro continua e nessuno è in grado di predire quale sarà l’esito finale. Tuttavia, è cresciuto il senso di responsabilità nei cittadini. In futuro, non basterà più essere considerato un cittadino egiziano: ogni egiziano, sia egli cristiano o musulmano, vorrà avere un ruolo attivo nella gestione della nazione.

 

Anche i cristiani si sono svegliati dal loro atavico letargo, hanno abbandonato il fatalistico atteggiamento di ieri e sono diventati più intraprendenti nel voler dire la loro sul tipo di paese in cui vogliono vivere.

 

Oggi tutti attendono con ansia le elezioni di novembre. Costante è la richiesta di una nuova costituzione che garantisca i diritti di tutti e di una nuova legge che assicuri il corretto svolgimento delle consultazioni elettorali. Si vuole soprattutto la garanzia che i risultati delle prossime presidenziali non siano manipolati, magari dietro pressione di qualche potenza mondiale o per contrastare l’aggressività di alcuni gruppi estremisti in seno ai Fratelli Musulmani.

 

Se la rivolta scoppiata a inizio anno in Egitto è stata una totale sorpresa per le autorità locali e per il mondo intero, prepariamoci ad altre sorprese simili, se non maggiori.

 

 

Box: La rivoluzione “suggerita” / Geopolitica e strategie Usa

 La domanda ricorre da sempre: le sommosse egiziane, iniziate con forza nelle piazze del Cairo il 25 gennaio scorso, sono state spontanee o teleguidate? Un dubbio alimentato dalle stesse dichiarazioni dei protagonisti delle rivolte nel cuore politico e culturale del mondo arabo. Ahmed Maher, tra i fondatori del “Movimento 6 aprile” (movimento oggi diviso) e tra gli attori principali dei tumulti di Piazza Tahrir, già lo scorso febbraio dichiarava al Riformista: «La mia avventura da attivista non è stata improvvisata. Erano anni che mi muovevo nei sotterranei egiziani per minare le fondamenta del regime (…) Abbiamo studiato i movimenti non violenti, incontrato attivisti di Otpor, studiato il pensiero dell’accademico americano della non violenza, Gene Sharp».

 

In quegli stessi giorni, il New York Times, in un articolo intitolato “Il ritorno della promozione della democrazia”, raccontava come i movimenti di protesta tunisini ed egiziani collaborassero da almeno due anni, iniziando a organizzarsi nel 2005. «Il loro modello è stato quello delle battaglie non violente anti-Miloševic di Otpor, il gruppo giovanile serbo sostenuto dagli Usa». Al-Jazira, la televisione con sede in Qatar che ha giocato un ruolo importante nel cibare le rivolte arabe, ha consacrato il legame Egitto-Serbia, confermando che la rivoluzione sotto le piramidi non è stata affatto spontanea, ma preparata da almeno 3 anni, «durante i quali i rivoluzionari si sono addestrati anche con il training di Otpor».

 

Quest’influenza balcanica sulle rivolte arabe è confermata pure dal fatto che il Movimento 6 aprile ha modellato il suo logo sulla base di quello di Otpor: un pugno chiuso dal colore bianco. Le conferme di una stretta collaborazione tra movimenti così distanti sono ormai acquisite. I nomi che s’intrecciano in questa storia si ripetono. Ma cos’è Otpor? Chi è Sharp? E, soprattutto, che c’entrano gli Stati Uniti?

 

Otpor (“resistenza”) è nato nel 1998 all’interno dell’università di Belgrado con l’obiettivo di abbattere, con tecniche non violente, il regime di Miloševi”. La sua bibbia era un manuale di Gene Sharp, From Dictatorship to Democracy (in italiano, Come abbattere un regime, Chiarelettere), distribuito in 5mila copie durante le prime sommosse. Secondo la vulgata generale, in due anni, senza un colpo d’arma da fuoco, gli attivisti sarebbero riusciti a rovesciare il dittatore. Senza sangue. Ma con molti soldi. Perché, come è noto, le rivoluzioni costano.

 

Da chi sono (stati) finanziati? I maligni definiscono Otpor «l’università del “colpo di stato” della Cia». Questo perché tra i finanziatori del movimento, secondo The Guardian, troviamo l’Open Society Institute di George Soros, il National Endowment for Democracy (Ned), l’International Republican Institute (Iri), la Freedom House, il National Democratic Institute (Ndi), il Dipartimento di stato Usa, l’Agenzia internazionale di sviluppo degli Stati Uniti (Usaid) e l’Albert Einstein Institute di Gene Sharp. Il sospetto è evidente: Washington utilizza queste fondazioni e le sue strutture per fornire sostegno e fondi a partiti politici o movimenti in grado di esportare la democrazia – in salsa stelle e strisce – nei paesi oppressi.

 

Il successo e le tecniche di Otpor hanno, infatti, varcato i confini della Serbia. I suoi attivisti sono entrati in azione in Georgia per aiutare i rivoltosi locali a deporre Shevardnadze nel 2003. Hanno inviato formatori in Ucraina durante la rivoluzione arancione. Poi è toccato all’Egitto, come conferma Srdjan Popovic, uno dei leader di Otpor: «Abbiamo addestrato gli egiziani, con video e documenti consegnati loro». Un ruolo, quello assunto a livello internazionale da Otpor, che ha valso all’organizzazione serba la definizione di “srl della rivoluzione”, mentre i suoi membri sono stati definiti “i mercenari della democrazia”. Questi, in più di un’occasione, si sono dichiarati orgogliosi di essere finanziati dai servizi di un grande paese straniero. I dubbi si accavallano: se le rivolte arabe hanno senz’altro incrinato irrimediabilmente il vecchio ordine regionale; se le sommosse di piazza Tahrir sono state sobillate; se dietro il Movimento 6 aprile c’è il sostegno di Otpor; se Otpor vuol dire Cia; se la nuova architettura del potere in quell’area deve ancora emergere… quale disegno ha Washington sul Cairo e sul mondo arabo? Come fanno gli Usa, dopo aver sostenuto per decenni Mubarak, a proporsi come i supporter e finanziatori dei nuovi “democratici”? (Giba)

 


 



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