Egitto / Pena di morte

Nove persone condannate per l’omicidio di un pubblico ministero, sono state giustiziate ieri in Egitto. Gli uomini facevano parte di un gruppo di 28 persone, presunte appartenenti al movimento dei Fratelli Musulmani, condannate a morte nel 2017.

Il pm Hisham Barakat è stato ucciso nel 2015 in un attentato con un’autobomba nella capitale, il Cairo. La Corte d’appello aveva confermato le condanne dei nove lo scorso novembre.

Dall’inizio dell’anno 15 persone sono state giustiziate in Egitto.

«Come dimostrano queste ultime esecuzioni, l’uso della pena di morte da parte del presidente Abdel Fattah al-Sisi è ora una vera e propria piaga dei diritti umani», ha detto la direttrice dell’organizzazione britannica Reprieve, Maya Foa, denunciando che dalla sua elezione almeno 12 minori sono stati condannati a morte e per altre 1.451 persone le pene sono state confermate. La tortura, le false confessioni e l’uso ripetuto di processi di massa sono ormai diffusi nel paese. «È scioccante che questi abusi continuino senza sosta mentre la comunità internazionale rimane in silenzio», ha affermato Foa.

Martedì Amnesty International ha lanciato un appello alle autorità per fermare le impiccagioni, in quanto i condannati avevano testimoniato di essere stati segretamente arrestati e torturati per confessare. «Non c’è dubbio che coloro che sono coinvolti in attacchi mortali devono essere perseguiti e devono rispondere delle loro azioni, ma l’esecuzione di prigionieri o la condanna di persone in base a confessioni estorte attraverso la tortura non è giustizia», ha detto Najia Bounaim di Amnesty, denunciando che almeno sei uomini sono già stati giustiziati all’inizio di questo mese dopo processi iniqui.

E cresce nel paese anche la repressione nei confronti della stampa. Martedì le autorità egiziane hanno arrestato ed espulso un giornalista del New York Times al suo arrivo all’aeroporto internazionale del Cairo. Il giornale riporta che funzionari della sicurezza hanno trattenuto David Kirkpatrick per sette ore senza cibo o acqua dopo aver confiscato il suo telefono cellulare, prima di imbarcarlo su un volo per Londra.

Il regime di al-Sissi ha lanciato un attacco senza precedenti contro i giornalisti egiziani negli ultimi anni, imprigionandone dozzine e occasionalmente espellendo alcuni giornalisti stranieri. Il fotoreporter Mahmoud Abu Zaid, noto come “Shawkan”, è il più importante tra loro. Un tribunale ha ordinato il suo rilascio a settembre dopo aver scontato cinque anni di carcere, ma rimane dietro le sbarre. La sua liberazione è attesa in settimana. (Al Jazeera / News 24)