Erano legati ad Hamas o ad al Qaida i terroristi che domenica 22 hanno fatto esplodere una bomba in pieno centro al Cairo? Probabilmente si è trattato in ogni caso di una cellula autonoma, che voleva colpire il turismo, e Mubarak, impegnato in prima linea nella mediazione tra israeliani e palestinesi.

L’attentato che domenica 22 febbraio ha ucciso una turista francese e ferito almeno 20 persone al Cairo ha riportato in Egitto la paura del terrorismo. Gli ordigni piazzati erano due, uno solo è esploso, l’altro è stato fatto brillare dagli artificieri egiziani. La capitale egiziana non veniva violata da anni.

L’obiettivo concreto erano sicuramente i turisti occidentali: l’esplosione è avvenuta in uno dei luoghi simbolo del Cairo turistico, il suk di Khan al Khalil, frequentatissimo mercato a pochi passi dalla moschea al Hussein. Obiettivo indiretto il regime di Hosni Mubarak, considerato dai gruppi islamici estremisti troppo amico del governo di Israele, dell’Unione europea e degli Stati Uniti.

L’attacco avviene in un momento delicato per il paese, dove alla tensione sociale per il recente aggravarsi del conflitto israelo-palestinese si somma il malcontento diffuso per le conseguenze della crisi economica, che pesa soprattutto sulle spalle della popolazione. Il turismo è un settore particolarmente sensibile, dato che rappresenta la spina dorsale dell’economia egiziana.

La necessità di rassicurare la comunità internazionale e specialmente il turismo ha imposto alle forze di polizia di trovare subito dei responsabili: poche ore dopo l’esplosione 3 persone, un uomo e due donne completamente velate, sono state fermate, per essere tutti rilasciati nei giorni seguenti. Nei giorni seguenti sono state fermati altri sospetti, poi rilasciati.

L’Egitto infatti porta avanti una doppia difficile mediazione: se da un lato cerca di ricucire la divisione interna palestinese tra Hamas e al Fatah (tra i quali giovedì 26 è stato raggiunto uno storico accordo), dall’altro sta lavorando per un dialogo con Israele. Un’ipotesi che si prospetta sempre più difficile, visti i risultati delle recenti elezioni politiche nel paese: il partito nazionalista di estrema destra di Avigdor Lieberman, che si oppone al dialogo con i palestinesi, si è affermato come terza forza alla Knesset con 15 seggi, dopo il partito centrista Kadima e quello di destra Likud, il cui leader, Benjamin Nethanyahu, guiderà il governo.

Delle 2 ipotesi formulate da subito dagli analisti e dagli storici che hanno analizzato l’attentato del Cairo, (un piccolo gruppo legato ad al Qaida, sensibile alla figura del numero due di Al Qaeda, Al Zawahiri, egiziano; oppure formazioni vicine ad Hamas) quella di un gruppo autonomo che si oppone a Israele e alla politica egiziana resta quella più valida. Il fatto che l’attentato non sia stato rivendicato è un ulteriore sostegno all’idea di una cellula armata isolata. In ogni caso l’episodio rappresenta un motivo in più, per Mubarak, per moltiplicare gli sforzi diplomatici e cercare una soluzione al vicino conflitto palestinese.+