La guerra in Iran di Stati Uniti e Israele sta facendo sentire i suoi effetti anche in tutto il Nordafrica. In particolare in Egitto, negozi, ristoranti e bar devono chiudere i battenti in anticipo rispetto al solito per far fronte all’aumento dei prezzi dell’energia dovuti alla guerra. E così, a partire dallo scorso 28 marzo e per tutto il mese di aprile i negozi di vendita al dettaglio dovranno chiudere entro le 21, ben prima del solito orario.
Misure eccezionali
Si tratta di una serie di “misure eccezionali”, volute dal governo. Tra i provvedimenti è prevista una riduzione dell’illuminazione pubblica e il ritorno allo smartworking almeno una volta a settimana per il mese di aprile. Misure simili sono state prese anche dalle autorità etiopi.
L’Egitto è stato particolarmente colpito dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui passa il 20% del mercato petrolifero globale, con il conseguente aumento dei prezzi di gas e benzina. Le autorità egiziane si aspettano a breve aumenti dei prezzi anche dei beni alimentari e dei farmaci.
Per questo, il primo ministro egiziano Mostafa Madbouly ha fatto sapere che le spese per l’importazione di petrolio sono passate da 1,2 miliardi di dollari a gennaio, a quasi 2,5 a marzo, con un onere aggiuntivo di 1,3 miliardi di dollari al mese e un conseguente aumento tra il 14% e il 30% del prezzo di carburante e gas.
Per il momento alberghi e resort turistici non sono coinvolti nelle misure. Eppure, alcune grandi catene come Mariott e Cosmopolitan hanno fatto sapere che si sono dotate di generatori per fronteggiare possibili blackout, lasciando i loro ristoranti aperti oltre gli orari stabiliti.
L’aumento dei costi dei trasporti
Come se non bastasse, le autorità egiziane avevano già aumentato i prezzi della benzina e i costi dei biglietti dei trasporti pubblici per fronteggiare l’impatto economico del conflitto in corso. La guerra sta rallentando anche i progetti statali di miglioramento energetico con un taglio drastico alle forniture di benzina per il trasporto pubblico.
L’accelerazione dei lavori ad Ain Sokhna
Il primo effetto della guerra in Iran e della chiusura dello Stretto di Hormuz è stata anche l’accelerazione dei lavori al porto di Ain Sokhna, a pochi chilometri dall’imbocco del Canale di Suez. Una licenza è stata firmata dall’Autorità generale della Zona economica del Canale per usare le infrastrutture esistenti e tentare di bypassare gli effetti della chiusura di Hormuz.
Il progetto nel lungo termine rafforzerà la posizione egiziana come hub per il trasporto, la logistica e il transito commerciale. Tuttavia, più a sud, anche l’ingresso nel conflitto delle milizie sciite houthi in Yemen, al fianco dell’Iran, potrebbe mettere a rischio la navigazione attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb e l’accesso al Mar Rosso.
Le dure parole di al-Sisi
Il primo a tuonare contro il proseguimento del conflitto è stato il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. «Solo Trump può fermare questa guerra nella regione», ha detto l’ex generale, sottolineando il crescente malcontento regionale, in particolare nel Golfo, per le implicazioni del conflitto.
L’Egitto, che negli ultimi mesi aveva sensibilmente migliorato i suoi rapporti con Teheran, insieme a Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, sta intensificando gli sforzi diplomatici per un negoziato che porti a un cessate il fuoco. I colloqui dovrebbero svolgersi in forma indiretta a Islamabad, in Pakistan, nei prossimi giorni.
L’Egitto allineato con i paesi del Golfo
Dopo i primi raid israeliani e statunitensi, al-Sisi aveva immediatamente parlato con i leader di Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Bahrain, colpiti dalla risposta iraniana.
«La via diplomatica è la sola possibile» per risolvere la crisi, si legge in una serie di note, pubblicate dopo i colloqui, in cui si fa riferimento alla «solidarietà» egiziana con i paesi del Golfo. E così non è arrivata una condanna esplicita da parte egiziana ai raid statunitensi contro Teheran.
In particolare, le autorità saudite avrebbero, in via non ufficiale, avallato i bombardamenti di USA e Israele contro l’Iran, in particolare in seguito alle rappresaglie iraniane che hanno colpito basi statunitensi, infrastrutture energetiche e civili nei paesi del Golfo.
Hormuz come Suez
Secondo il parlamentare iraniano Alaeddin Boroujrrdi, Teheran sta già imponendo un pedaggio ad alcune delle petroliere che passano per lo Stretto di Hormuz nonostante il blocco, pari in alcuni casi a 2 milioni di dollari.
E così, con la fine del conflitto, potrebbe emergere l’idea di imporre nello Stretto di Hormuz un pedaggio per il transito delle navi, petroliere e altre imbarcazioni, non dissimile a quello riscosso dall’Autorità del Canale di Suez per il passaggio nelle acque territoriali egiziane. Per quanto riguarda Suez il pagamento medio per le grandi petroliere va dai 300mila ai 600mila dollari.
L’Egitto sta affrontando una delle crisi energetiche più gravi della sua storia recente. E così al-Sisi sta chiedendo a gran voce agli Stati Uniti di fermare questa, a causa delle implicazioni imprevedibili per la fragile economia egiziana. I raid iraniani nel Golfo puntano proprio a esacerbare la dicotomia tra élite politiche vicine agli Stati Uniti e popolazioni locali, contrarie alle guerre di Israele nella regione.