Il Sinai ancora scosso dalle violenze
La tensione tra i due paesi resta alta dopo la recente escalation di violenze nella penisola del Sinai. Tel Aviv guarda alle elezioni di novembre nel paese vicino. Teme una svolta de Il Cairo rispetto alla linea moderata garantita da Mubarak, l’apertura all’estremismo islamista e agli interessi iraniani nella regione.

Lo ha detto chiaramente il vice-primo ministro israeliano Sylvan Shalom: “Se l’Egitto abbandonerà la sua linea pro-occidentale, tutta la regione e le sue risorse petrolifere passeranno sotto il controllo dell’Iran” ha avvertito, auspicando una normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due stati. Dal 20 agosto l’Egitto non ha una rappresentanza diplomatica in Israele. L’ambasciatore è stato richiamato al Cairo dopo l’uccisione di cinque poliziotti di frontiera egiziani durante un’operazione israeliana contro un gruppo responsabile della morte di cinque civili israeliani nell’attentato terrorista contro due autobus, avvenuto il 18 agosto nei pressi della città turistica di Eilat, nel Golfo di Acaba, sul Mar Rosso.

 

Negli ultimi trent’anni il regime del presidente Hosni Mubarak ha di fatto garantito, con il sostegno degli Stati Uniti, il mantenimento sostanziale degli accordi di Camp David, firmati nel 1978 dal suo predecessore Anwar As-Sadat che portarono, un anno dopo, al trattato di pace israelo-egiziano. La caduta di Mubarak lo scorso febbraio ha lasciato un vuoto nella gestione dei rapporti politici ed economici con il vicino stato ebraico, provocando un allentamento della presenza militare nell’intera regione del Sinai e lungo il confine.

 

Il crollo del regime ha anche favorito la crescita del potente movimento dei Fratelli Musulmani e l’emersione di una galassia di piccole formazioni di stampo salafita, fino a pochi mesi fa bandite dalla vita politica del paese e i cui movimenti erano comunque tenuti sotto stretta sorveglianza dall’intelligence egiziana, diretta da Omar Souleiman. Oggi Tel Aviv osserva, dunque, con attenzione, il modo in cui questi movimenti si preparano alle elezioni parlamentari di novembre.

 

Israele teme un futuro aumento del potere politico di vecchie e nuove formazioni ostili, ma teme anche, nell’immediato, un deterioramento dei rapporti con la giunta transitoria al potere che, dopo aver aperto i valichi con Gaza e Rafa, ha detto chiaramente di considerare Israele responsabile legalmente e politicamente della morte dei 5 militari egiziani durante il recente raid israeliano oltreconfine. Operazione, questa, che Il Cairo ha detto di considerare come una violazione degli accordi di Camp David.

 

Un segnale della distensione o meno dei rapporti, arriverà ad ottobre, quando si aprirà in Egitto il processo nei confronti di due uomini (un cittadino giordano e un israeliano) accusati di essere spie del Mossad e di aver tentato di intercettare le reti di telecomunicazioni egiziane durante i mesi della rivolta popolare.

 

Sul terreno, il cuore dei contrasti è ancora una volta il Sinai, vasto territorio desertico restituito all’Egitto proprio grazie agli accordi del 1978 e popolato da tribù beduine legate ai movimenti palestinesi e dedite ad ogni sorta di traffici illeciti. Traffici il cui fiorire è stato favorito in parte anche dal divieto di dispiegamento militare egiziano, stabilito proprio dagli accordi di Camp David dopo una guerra trentennale tra i due vicini. E’ qui, nel nord del Sinai, che si sono susseguite, negli ultimi mesi, una serie di azioni terroristiche e attacchi a posti di polizia, per fare fronte ai quali il governo di transizione ha dovuto ottenere per ben due volte il permesso di Israele per il dispiegamento di truppe speciali dell’esercito.

 

Il ricercato numero uno è Ramzi Mahamud al Muwafi, già medico personale di Osama Bin Laden ed esperto in armi chimiche, evaso da un carcere egiziano a gennaio, allo scoppiare della rivolta, assieme ad una trentina di sospetti appartenenti ad al-Qaeda. Ed è proprio nel nord, nella zona di al-Arish, che sono stati arrestati il 16 agosto quattro sospetti terroristi, trovati con armi ed esplosivi e accusati di voler far saltare il gasdotto attraverso cui l’Egitto garantisce a Israele il 40% circa del proprio fabbisogno di gas.

 

Un gasdotto, quello di Sheik Zueid, che ha subìto già cinque attacchi dal 27 aprile scorso, con conseguenti lunghe interruzioni delle forniture. Attacchi che sono stati lodati e incoraggiati nell’ultimo messaggio audio dell’attuale Numero Uno di al-Qaeda, l’egiziano Ayman Al-Zawahiri.

 

La questione delle forniture di gas è un’altra miccia accesa nel braciere dei nuovi rapporti politico-diplomatici tra i due stati. Recentemente, infatti, Il Cairo ha annunciato di voler raddoppiare il prezzo del gas diretto a Tel-Aviv. L’accordo, firmato nel 2009, prevede la fornitura di 1,7 miliardi di metri cubi all’anno per 15 anni. La vendita – a prezzi inferiori a quelli di mercato – fa anche parte delle accuse rivolte a Mubarak ed a Hussein Salem, in carcere in Spagna. L’uomo d’affari, molto vicino all’ex famiglia presidenziale, risulterebbe, infatti, coinvolto nella vendita sottocosto del gas egiziano a Israele.