Tribunali militari per gli attivisti
Il malcontento cova ancora sotto le ceneri della rivoluzione del 25 gennaio. Gli attivisti non si arrendono e continuano a contrastare i soprusi dell’apparato militare che guida la transizione. E denunciano: mentre l’ex generale Hosni Mubarak è giudicato da un tribunale civile, migliaia di civili sono processati da corti militari.

A far riaccendere le proteste è la comparsa in giudizio davanti ad una corte militare, dell’attivista Asmaa Mahfouz (nella foto), 26 anni, una dei fondatori del Movimento Giovani 6 Aprile. Accusata di incitamento alla violenza contro l’esercito attraverso i social network e di insulti al Consiglio Supremo delle Forze Armate (Csfa), la giovane viene rilasciata su cauzione domenica scorsa. Ma la vicenda scatena un coro di nuove proteste.

 

In prima linea ci sono i movimenti pro-democrazia, ai quali si uniscono anche alcune voci appartenenti alle forze laiche dell’opposizione politica, da sempre vicine ai moti di piazza: “Processi militari ai giovani attivisti, mentre Mubarak & company vengono portati davanti a tribunali civili, è una farsa legale. Non interrompete la rivoluzione” scrive su Twitter l’ex direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e futuro candidato indipendente alla presidenza, Mohammed El Baradei.

 

Adesioni alle proteste arrivano anche da una parte del frammentato fronte islamista. Sheikh Hazem Abu Ismail, candidato alla presidenza dei Fratelli Musulmani, nella sua pagina Facebook sostiene che rimarrà nemico del Csfa fino a che questo continuerà a mandare i civili davanti a tribunali militari. L’ostilità del movimento nei confronti del potere militare, d’altronde, non rappresenta certo una novità. Il 29 luglio (ultimo venerdì di preghiera prima dell’inizio del Ramadan), nel pieno della nuova ondata di proteste di piazza contro i militari, i Fratelli Musulmani appoggiati da altri gruppi islamisti radicali, erano scesi a migliaia in piazza Tahrir al Cairo, occupando per la prima volta gli spazi storici dei movimenti laici della rivolta con cori inneggianti ad uno Stato islamico.

 

A sorprendere sono state, invece, le successive dichiarazioni, in cui il movimento sosteneva di voler accordare fiducia e tempo al Csfa, al quale gli egiziani chiedevano processi rapidi e maggiori aperture democratiche. Una tattica, quella di alternare il sostegno ai giovani pro-democrazia e caute aperture ai militari, che evidenzia la presenza di diverse correnti interne dal movimento ma che potrebbe anche celare un tentativo di abbracciare un più ampio quadro di consensi, in vista delle elezioni legislative di novembre, in cui i Fratelli Musulmani puntano alla conquista della metà dei seggi in Parlamento. La risposta delle forze laiche e islamiche moderate alla manifestazione di fine luglio, intanto, è arrivata venerdì 12 agosto, in pieno Ramadan, con una marcia pacifica per le vie del Cairo all’insegna della laicità del nuovo Egitto.

 

Le tensioni, dunque, restano vive. Gli attivisti da mesi criticano duramente i militari che guidano il paese dalla caduta del presidente Hosni Mubarak l’11 febbraio, accusandoli di usare, oggi, gli stessi metodi del precedente regime per mantenere il potere. Una nuova vampata di proteste, esplosa all’inizio di luglio con un sit-in permanente in piazza Tahrir al Cairo e con una serie di manifestazioni che hanno toccato le principali città del paese, è stata sedata dall’esercito dopo un mese di scontri (un ragazzo ucciso e più di mille feriti) e la rimozione forzata del presidio alla fine di luglio.

 

Nel tentativo di placare gli animi, il 6 luglio, il governo di transizione aveva approvato un progetto di legge elettorale che introduce un parziale sistema proporzionale per l’elezione dei membri del Parlamento. La metà dei 500 seggi della Camera Bassa sarà scelta attraverso un sistema di lista proporzionale e l’altra metà sarà disputato su base individuale. L’intento dichiarato è quello di rendere più difficile per qualsiasi gruppo politico ottenere una maggioranza schiacciante. Un progetto di legge – che incoraggia anche timidamente le candidature al femminile – che non è piaciuto ai nuovi partiti liberali e laici (quelli nati dopo in seguito alla caduta di Mubarak e del suo disciolto Partito Democratico) e nemmeno ai meglio organizzati Fratelli Musulmani.

Una settimana dopo, il 12 luglio, sono arrivate le dimissioni del vice primo ministro Yehya Al Gamal, nuova concessione alle richieste dei manifestanti che puntano a un radicale rinnovamento dell’esecutivo.

 

A stretto giro, il 21 luglio, è arrivato anche un rimpasto di governo. Le nuove nomine hanno riguardato più della metà dei ministeri, tra cui anche i vertici di Finanza ed Esteri. Tra 14 nuovi ministri vi è Hazem el-Beblawi, 74 anni, consulente presso il Fondo Monetario Arabo di Abu Dhabi, che ha sostituito il ministro delle Finanze, Samir Radwan. Beblawi ha annunciato subito di voler attuare una politica di apertura dei mercati per favorire gli investimenti e i prestiti esteri.

 

E’ rimasto invece al suo posto il contestato ministro dell’Interno, Mansour el-Essawy, così come il maresciallo Mohamed Hussein Tantawi, capo del Csfa che mantiene saldamente il controllo del potere dopo le dimissioni di Mubarak di cui è stato ministro della Difesa per due decenni. Nessun sostanziale cambiamento è emerso, peraltro, nemmeno dalle 11 nuove nomine dei governatori provinciali, cariche che continuano ad essere preriogativa per lo più di ex militari o politici riciclati del vecchio regime. (m.t.)