Gli esperti delle Nazioni Unite hanno nuovamente condannato la detenzione al Cairo dell’attivista di sinistra, con doppia cittadinanza egiziana e inglese, Alaa Abdel Fattah, come illegale per il diritto internazionale, tornando a chiederne il rilascio immediato.
Una detenzione arbitraria
Il Gruppo di lavoro sulle detenzioni arbitrarie (UNWGAD) ha concluso che la detenzione dell’attivista e simbolo delle proteste di piazza Tahrir del 2011 è arbitraria e ha chiesto che venga liberato subito. Gli esperti del Consiglio ONU per i diritti umani erano intervenuti in questo senso già nel dicembre 2021 e poi ancora lo scorso febbraio, sempre senza ottenere risposte.
Il caso di Alaa, tra le migliaia di detenuti politici nelle carceri egiziane, è particolarmente controverso perché l’attivista doveva essere rilasciato già lo scorso 29 settembre dopo aver scontato la sua pena di 5 anni per “diffusione di notizie false”. Le autorità egiziane non lo hanno rilasciato rifiutandosi di considerare i due anni di detenzione preventiva come parte della pena.
E così per gli esperti dell’UNWGAD, la detenzione di Alaa è illegale per varie ragioni a partire dall’assenza di un mandato di arresto al momento della detenzione, fino a una carenza di spiegazioni valide per motivare le ragioni dell’arresto.
Inoltre, il panel di esperti ONU ha fatto notare che Alaa è stato arrestato soltanto perché ha esercitato la sua libertà di espressione, sottolineando la natura discriminatoria della sua detenzione, basata sulle sue opinioni politiche.
La sua detenzione oltre i limiti della pena stabilita rappresenta quindi una violazione dei suoi diritti fondamentali secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. E così il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite ha chiesto alle autorità egiziane di “fare i passi necessari per porre rimedio alla situazione di Alaa senza ulteriori ritardi”.
Secondo gli esperti, Alaa oltre ad essere rilasciato avrebbe anche diritto a un risarcimento per i danni subiti dalla prolungata detenzione. Il panel dell’UNWGAD ha posto un limite di sei mesi per le autorità egiziane per il rilascio chiedendo al Cairo di conformare le sue leggi agli obblighi presi a livello internazionale.
Le reazioni della famiglia
Una prima reazione alla decisione delle Nazioni Unite è arrivata dal cugino di Alaa e una figura centrale per la richiesta del suo rilascio, Omar Hamilton. Secondo lui, le conclusioni degli esperti ONU possono permettere alle autorità inglesi di portare l’Egitto davanti alla Corte di giustizia internazionale per aver violato la Convenzione di Vienna. “Per troppo tempo il regime egiziano ha negato accesso a un cittadino britannico che detiene illegalmente e le cose non possono andare avanti così”, ha commentato Hamilton.
Solo pochi giorni fa, si era svolta una seconda telefonata tra il premier inglese Keir Starmer e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, nella quale il leader labourista ha “fatto pressioni per il rilascio di Alaa affinché possa riunirsi alla sua famiglia”. Starmer aveva parlato con al-Sisi lo scorso 28 febbraio ma le condizioni di detenzione di Alaa non sono cambiate da allora.
Lo scorso 21 maggio, Starmer aveva confermato il suo impegno alla madre di Alaa, Laila Soueif, e che “avrebbe fatto qualsiasi cosa nelle sue possibilità” per assicurare il rilascio dell’attivista.
Lo sciopero della fame
Laila Soueif è in sciopero della fame da 242 giorni. Ha avviato la sua lunga protesta non violenta lo scorso 29 settembre, proprio il giorno in cui la sentenza contro Alaa avrebbe dovuto avere termine e il figlio doveva essere rilasciato.
Dopo la prima telefonata tra Starmer e al-Sisi lo scorso febbraio, Laila ha avviato una fase di sciopero della fame parziale con una nutrizione liquida di 300 calorie al giorno. Ma le sue condizioni di salute si sono andate deteriorando.
Nonostante questo, Soueif ha annunciato la scorsa settimana la completa ripresa del suo sciopero della fame. Lo stesso Alaa ha iniziato uno sciopero della fame per chiedere il suo rilascio dalla prigione di Wadi el-Natrun 90 giorni fa ed ha avuto problemi di salute lo scorso 12 aprile.
“Continuerò il mio sciopero della fame fino alla fine. Sia che la fine significhi la mia morte o il rilascio di Alaa”, ha dichiarato Laila Soueif, seduta alle porte di Downing Street a Londra, lo scorso 20 maggio.
Dall’inizio del suo sciopero della fame che denuncia anche l’inazione delle autorità inglese e del nuovo governo labourista per assicurare il rilascio di Alaa, Laila ha perso il 42% del suo peso arrivando a pesare 49 kg. Soueif è stata ricoverata per livelli bassi di glucosio al suo 149esimo giorno di sciopero della fame.
L’ultima visita ad Alaa nella prigione di Wadi el-Natrun da parte di sua sorella Sanaa, attivista più volte in prigione, si è svolta lo scorso 6 maggio. Sanaa ha dichiarato di averlo potuto abbracciare per la prima volta e di essere scoppiata a piangere, e “lui ha cercato di calmarmi”, ha aggiunto.
Una vita da attivista e le violenze in carcere
Alaa viene da una famiglia di attivisti politici. Suo padre, Seif al-Islam, difensore dei diritti umani, è stato in prigione e torturato nel 1980 durante il regime di Hosni Mubarak. Anche sua madre Laila e le sue sorelle sono state arrestate varie volte per il loro attivismo. La moglie di Alaa, la nota blogger Manal, si è occupata nei primi mesi delle proteste del 2011 di raccontare le manifestazioni dal punto di vista della partecipazione femminile.
Per la prima volta Alaa è stato arrestato nel 2006 perché aveva preso parte al movimento Kifaya (Basta!) contro la sesta rielezione di Mubarak. Scontò una pena di 45 giorni. Nelle giornate di occupazione di piazza Tahrir, nel gennaio 2011, Alaa è emerso come uno dei giovani leader del movimento.
In prigione per alcuni mesi durante il governo ad-interim del Consiglio supremo delle forze armate prima (2011) e di Mohammed Morsi poi (2012-2013), Alaa è stato arrestato e detenuto per tre mesi nel 2013 dopo il golpe di al-Sisi. Una volta condannato, ha scontato cinque anni di prigione con l’accusa di aver organizzato le mobilitazioni di piazza. Rilasciato nel 2019, dopo un periodo agli arresti domiciliari, è stato di nuovo condotto in prigione dopo le proteste antigovernative che scoppiarono nell’autunno di quell’anno.
Quando era detenuto nella prigione di Tora, Alaa, autore del libro Non siete stati ancora sconfitti (Hopefulmonster), ha subìto e documentato la violenza della polizia, non ha potuto consultare libri o passare ore all’aperto, senza penne e fogli per scrivere. Quando il suo avvocato Mohamed el-Baqer si è presentato dal pubblico ministero per la difesa di Alaa, è stato arrestato.
Anche per le accuse mosse contro il personale di sicurezza, è arrivata la condanna contro l’attivista nel 2021 per diffusione di notizia false, in base alla quale è ancora detenuto. In quella fase buia della sua detenzione, i suoi familiari, con il sostegno della zia, la scrittrice Ahdaf Soueif, molto nota nel Regno Unito, hanno fatto domanda per il passaporto britannico. Eppure, il suo nome non era incluso nelle liste di prigionieri politici graziati negli ultimi anni da al-Sisi, come Mahiennour el-Masry e Patrick Zaki.
E così nell’aprile 2022, Alaa ha iniziato uno sciopero della fame e, in concomitanza con l’inizio della conferenza sul clima COP27 in Egitto, ha anche iniziato lo sciopero della sete mentre la sua salute andava deteriorandosi. Per l’interesse mediatico che il suo caso ha suscitato, Alaa era stato trasferito dalla prigione di Tora ad Alessandria.
Non accennano a migliorare le violazioni dei diritti umani in Egitto dopo il golpe del 2013. Migliaia continuano ad essere i detenuti politici che marciscono nelle carceri del Cairo, a partire da figure chiave delle rivolte del 2011 come Alaa Abdel Fattah e Moneim Abul Fotuh.
Ai rilasci di alcuni noti detenuti negli ultimi anni hanno fatto seguito nuove ondate di arresti di oppositori politici, affiliati alla Fratellanza musulmana ma anche ai partiti di sinistra e liberali. Non solo. Anche le proteste a sostegno della causa palestinese dopo il 7 ottobre 2023 sono state utilizzate dal regime egiziano come strumento di appoggio governo, per prendere di mira gli attivisti di opposizione o per smobilitare le manifestazioni con una nuova ondata di censura del dissenso.