Editoriale settembre 2013

Difficile dare una lettura adeguata, tanto meno univoca, di una crisi complessa e in continua evoluzione come quella egiziana. Siamo consapevoli che le analisi proposte in queste pagine forniscono sottolineature diverse, a volte anche contrastanti. Crediamo, comunque, sia necessario dare spazio a questa pluralità di prospettive, che consentono al lettore di valutare i fatti e di maturare un giudizio.

L’evento più controverso e fonte di interpretazioni diverse è indubbiamente l’intervento dei militari guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi, che il 3 luglio ha deposto il presidente Mohamed Morsi e istituito un governo provvisorio. A bollarlo di golpe sono alcuni governi stranieri, osservatori internazionali e in particolare i Fratelli musulmani, scesi in piazza in rivolta aperta contro i militari accusati di aver usurpato il potere estromettendo un governo democraticamente eletto. Un golpe che avrebbe sigillato l’epilogo della rivoluzione popolare iniziata il 25 gennaio 2011 contro il regime dittatoriale di Mubarak.

Opposta è la reazione del movimento di protesta Tamarrud: milioni di egiziani che a fine giugno sono scesi in piazza chiedendo le dimissioni di Morsi, forti del sostegno di ventidue milioni di firme. Il movimento Tamarrud ha accolto con sollievo la presa del potere da parte dell’esercito, definendo il golpe un «colpo di stato popolare» che ha liberato il paese dal governo dei Fratelli musulmani, fallimentare dal punto di vista economico e colpevole di aver modificato la costituzione secondo le esigenze di un islam intransigente, soffocando libertà individuali e civili.

Le minoranze religiose – copti ortodossi, cattolici e protestanti che costituiscono il 10% circa degli 84 milioni di abitanti – hanno salutato l’intervento dei militari come una liberazione dall’oppressore. Per il loro appoggio all’azione dei militari, sono diventate il bersaglio principale dell’ira dei Fratelli musulmani che hanno dato alle fiamme decine e decine di chiese, conventi e negozi di cristiani.

A oggi il paese rimane in mezzo al guado. Per uscire dalla crisi e riavviare il cammino della democrazia vanno compiuti alcuni passi essenziali. I militari, innanzitutto, devono ripagare la fiducia riposta in loro da una larga parte della popolazione garantendo al più presto il ripristino delle leggi democratiche e l’attuazione di elezioni libere. Certo, i militari – che possiedono una stratificata rete di interessi economici e di privilegi – potrebbero resistere alla prospettiva di un ritorno a una posizione defilata e farsi tentare da un ritorno ai “fasti” del regime di Mubarak. Ma un passo indietro da parte dei vertici militari è necessario per garantire il ritorno alla democrazia.

Una seconda importante condizione per rilanciare il cammino democratico è la ripresa del dialogo con la Fratellanza musulmana. Il ventilato tentativo del governo ad interim di mettere al bando il movimento sarebbe un grave errore. Il loro ritorno alla clandestinità favorirebbe gli elementi più radicali e violenti della Fratellanza, spingendoli verso il terrorismo jihadista. Occorre invece fare opera di persuasione per indurre la Fratellanza al tavolo negoziale, rendendola partecipe della ricostruzione del paese.

La sfida è enorme e prevede che la parte moderata della Fratellanza faccia compiere all’insieme del movimento un passo in avanti verso l’accettazione dei principi di uno stato laico. La strada del dialogo tra militari, Fratellanza e movimento Tamarrud è impervia, e tuttavia va tentata fino in fondo, pena l’incancrenirsi delle divisioni, fonte di una perenne instabilità.

Altra condizione indispensabile per approdare alla riconciliazione nazionale è non rimuovere la memoria delle vittime degli scontri di questi mesi. Le ferite interiori, i torti subiti, il dolore delle famiglie dei morti chiedono pietà, rispetto e risposte. Perciò quanto è accaduto nelle piazze va affrontato, va fatta emergere la verità dei fatti e vanno accertate le responsabilità individuali di atti criminali. Senza tale percorso, il rancore e la sete di vendetta continueranno a covare sotto la cenere e, prima o poi, troveranno sfogo in nuove forme di violenza, aggiungendo vittime a vittime.

Infine dev’essere recuperato l’impegno a costruire una coscienza nazionale, a veicolare il senso di identità e appartenenza a una sola nazione, al di là delle differenze sociali, politiche e religiose. L’unità del popolo egiziano, sperimentata a partire dal 25 gennaio 2011, aveva visto laici, religiosi, cristiani, musulmani, islamisti, nazionalisti e liberali spendersi in una causa comune: far cadere il regime di Mubarak. Era certamente più semplice essere uniti contro un nemico. Ora occorre riscoprire l’unità per un progetto comune, la costruzione di una nazione basata sul pluralismo e su regole condivise che rispettino i diritti umani fondamentali.