Rivoluzione impantanata
Il popolo di piazza Tahrir, simbolo del cambiamento, si trova a fare i conti con un esercito che reprime e con i Fratelli Musulmani che si sono defilati. E si chiede dove mai stia andando il paese impegnato nelle elezioni parlamentari.

Rabbia e vergogna sono i sentimenti che si respirano al Cairo, mentre buona parte della capitale e alcune altre città importanti partecipano oggi al ballottaggio della seconda fase delle elezioni parlamentari. In questo secondo turno, che coinvolge un terzo del paese, si confrontano essenzialmente i vincitori del primo turno, cioè i Fratelli musulmani e i salafisti fondamentalisti.

Gli scontri in piazza Tahrir e altrove (15 morti negli ultimi 5 giorni) sono diventati una cronaca così costante negli ultimi giorni, che ormai la città va avanti mostrando quasi una certa indifferenza. Ma al di là della patina di noncuranza, c’è in giro tanta rabbia.

Gente che è stata maltrattata e offesa per trent’anni – tanto è durato il regime di Mubarak – e ora viene di nuovo bastonata, dopo che ha assaporato la dolcezza di un sogno di democrazia: è decisamente un affronto troppo grande. La gente è delusa, oltre ogni immaginazione, proprio di quell’esercito che nella fase iniziale della rivoluzione era stato accolto con esultanza dal popolo di piazza Tahrir.

Il video che mostra una decina di soldati picchiare e prendere a calci una ragazza stesa a terra – non solo disarmata ma anche svenuta – sta facendo il giro del mondo, e a distanza di giorni non ha ancora finito di suscitare notevole sconcerto. È l’immagine di un esercito che non è più con il popolo di piazza Tahrir. Stroncare il dissenso con la violenza è una scelta molto stupida (o forse fin troppo astuta) da parte dell’esercito, che alla caduta di Mubarak godeva di un prestigio e di una fiducia popolare incrollabili. Eìb, “vergogna”, è la parola che la gente usa per descrivere quello che vede.

Se la pancia della gente sente rabbia e il cuore sente amarezza, la testa è persa nella confusione. Le elezioni vanno avanti col cinismo del “the show must go on”, accompagnato da una lista infinita di domande sul futuro. Perché si vota in un clima teso ma pacifico, e appena sono divulgati i risultati scoppiano gli scontri? Dove è finito Hosni Mubarak, ultimo presidente-faraone, il cui processo all’inizio è stato seguito in diretta tivù e del quale da tempo non si sa più nulla? Perché i Fratelli Musulmani, che erano scesi in piazza Tahrir per unirsi alla lotta per la libertà e la democrazia, non battono ciglio ora che gli egiziani vengono picchiati e uccisi? Che gioco stanno giocando, loro e l’esercito?

È molto amaro dirlo, ma sembra che il vecchio spauracchio usato da Mubarak “o l’esercito o gli Islamisti” sia molto di più che una chimera priva di significato. Il caos è sovrano a piazza Tahrir, ma puzza di caos organizzato. Da chi?