Egitto: rifugiati sudanesi e siriani sempre più perseguitati - Nigrizia
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Intervista a Nour Khalil, direttore della Refugees Platform in Egypt
Egitto: rifugiati sudanesi e siriani sempre più perseguitati
Mancati rinnovi dei permessi, arresti, rastrellamenti e deportazioni. L’attivista egiziano denuncia una “punizione collettiva” per rifugiati e richiedenti asilo, foraggiata dalle politiche di controllo delle migrazioni e di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione Europea
13 Aprile 2026
Articolo di Giuseppe Acconcia
Tempo di lettura 8 minuti
Nour Khalil

«Ci stiamo concentrando nei nostri studi su un periodo specifico, tra dicembre 2025 e gennaio di quest’anno, in cui è cresciuta la repressione dei rifugiati e dei richiedenti asilo in Egitto», ci ha spiegato Nour Khalil, direttore esecutivo della Refugees Platform in Egypt (RPE) che sta lavorando a un nuovo report che denuncia gli abusi e le deportazioni che subiscono i migranti, in particolare sudanesi e siriani, nel paese nordafricano.

«Abbiamo iniziato ad assistere a un nuovo modello di arresti e respingimenti, non solo al Cairo e a Giza ma anche in altri governatorati», ha aggiunto l’avvocato, a sua volta rifugiato in Italia.

«A partire da dicembre, il governo ha iniziato a punire collettivamente i siriani. Hanno iniziato a prendere di mira specifici quartieri, noti per l’alta concentrazione di migranti siriani. Hanno attaccato ristoranti siriani o dove lavorano i siriani, colpendo migliaia di persone. Questo è avvenuto un anno dopo che l’Egitto ha cambiato la sua politica di concessione dei permessi, cancellandone moltissimi, soprattutto per i siriani che vivono nel paese», ha confermato Khalil.

«Questo ha imposto a molti siriani di vivere nell’illegalità perché non possono rinnovare i loro permessi. Le autorità egiziane vogliono mostrare pubblicamente che li stanno punendo perché hanno violato la legge, dicono che non hanno i documenti quando è il governo stesso che non permette di regolarizzarli», ha aggiunto. 

Perché la comunità siriana viene presa di mira? 

Abbiamo sollevato l’allarme insieme ad altre ONG su questo modello di punizione collettiva contro i siriani. Pensavamo che gli attacchi mirati fossero dovuti all’instabile relazione diplomatica tra Egitto e Siria dopo la fine del regime di Bashar al-Assad (2024). Anche i siriani che hanno legami familiari in Egitto sono stati arrestati. È capitato a un giornalista siriano, Samer, sua madre è egiziana, ha quindi la cittadinanza egiziana ma è stato arrestato mentre andava al Dipartimento di immigrazione per rinnovare il suo permesso. 

Anche i sudanesi sono nel mirino? 

Da gennaio sono andati avanti gli attacchi alla comunità africana al Cairo, Alessandria, nel Delta e ad Aswan. Questa è la peggiore campagna contro i migranti di sempre. Si tratta di attacchi organizzati, basati sul colore della pelle, hanno preso di mira quartieri dove vivono le comunità sudanesi e provenienti da altri paesi africani.

Dopo tre anni dall’inizio del conflitto in Sudan nel 2023, il governo egiziano ha iniziato a cambiare il suo atteggiamento verso i sudanesi nel paese. Poche settimane dopo l’avvio della guerra, il governo egiziano ha bloccato l’Accordo con il Sudan che permetteva la libertà di movimento tra i due paesi. Da quel momento, i rifugiati sudanesi hanno iniziato ad avere problemi.

Non hanno potuto fare ingresso regolarmente in Egitto nonostante la guerra e la crisi umanitaria nel loro paese che viola gli obblighi internazionali colpendo donne e bambini. Gli sfollati sono spinti a lasciare il paese durante una delle peggiori crisi umanitarie, secondo le Nazioni Unite (che già lo scorso marzo denunciavano la stretta repressiva contro siriani e sudanesi rifugiati in Egitto, ndr).

I sudanesi in fuga dal conflitto non hanno opzioni migliori se non attraversare il confine egiziano tra mille rischi che abbiamo documentato negli ultimi anni, incluso il traffico di esseri umani, rapimenti ed estorsioni alle famiglie per il rilascio dei parenti. 

Cosa succede ai sudanesi che riescono ad arrivare in Egitto? 

Avvocati, ONG, comunità locali ci indicano violazioni continue dopo l’avvio della guerra in Sudan. Abbiamo documentato che in questo periodo, dopo il cambio della normativa per l’ingresso dal Sudan, oltre ai rischi, i sudanesi devono fronteggiare l’esercito egiziano che ha arrestato migliaia di persone, imprigionandole collettivamente nelle basi militari, come centri detentivi di sicurezza, prima di espellerli.

Se passano questa fase, i rifugiati devono affrontare la registrazione negli uffici dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Ma non è possibile farlo ad Aswan, dove non c’è un ufficio dell’Agenzia. Devono andare a 6 Ottobre, la città satellite del Cairo, dove c’è l’unico ufficio in funzione per 1,1 milioni di persone, mentre centinaia di altri rifugiati continuano ad arrivare dal Sudan e da altri paesi.

Tra Aswan e il Cairo spesso i rifugiati sudanesi vengono arrestati, devono confrontarsi con i metodi arbitrari della polizia. Ricomincia il circolo vizioso di detenzioni e accuse vaghe di contrabbando che poi portano alla loro deportazione. Se arrivano al Cairo, ci vogliono mesi e mesi per ottenere un appuntamento all’UNHCR. Restano così senza documenti, non hanno accesso al sistema sanitario ed educativo né possono acquistare una scheda telefonica egiziana per i loro cellulari.

Non solo, le autorità egiziane non riconoscono la registrazione dell’Agenzia ONU prima che i rifugiati abbiano ottenuto un permesso valido che può arrivare anche dopo due anni. 

Perché il governo egiziano vuole ostacolare la regolarizzazione dei rifugiati sudanesi? 

Il governo egiziano ha creato una situazione negli ultimi tre anni che costringe tutti ad essere illegali, per la legge egiziana. Abbiamo documentato varie campagne contro i sudanesi, mirate contro di loro per il colore della pelle. Prima di dicembre si registravano attacchi periodici ai quartieri dove vivono i sudanesi. Da dicembre avviene costantemente, non stop.

Centinaia di persone sono state arrestate in posti diversi, è una campagna a livello nazionale. Tutte le agenzie di sicurezza, controllate dal ministero dell’Interno, e la polizia segreta del Dipartimento per l’immigrazione, sono coinvolte in questa campagna organizzata, basata su ordini diretti del ministero. Fermano quelli che chiamano “migranti irregolari” nel paese, soprattutto neri, e l’85% sono sudanesi.

È più facile deportare i sudanesi perché danno loro due opzioni: andare via a loro spese o, dopo una lunga detenzione in centri disumani, dove la magistratura non ha poteri di indagine, fronteggiare i respingimenti. In alcuni casi si tratta anche di migranti che hanno permessi regolari o carte dell’UNHCR i cui documenti vengono confiscati. La questione non è più avere un permesso o meno, tutti i migranti e i rifugiati sono nel mirino.

Questa campagna di arresti prende di mira anche i bambini. Vengono arrestati e deportati senza i genitori. È successo che eritrei e rifugiati del Sud Sudan siano stati deportati in Sudan anche se non sono sudanesi. Questa che stiamo documentando non è una repressione temporanea, è un cambiamento delle politiche migratorie verso i rifugiati.

Rispetto al Sudan questo accade soprattutto perché il governo egiziano ha accordi con il governo sudanese del primo ministro Kamel Idris per deportare i sudanesi e non solo, in modo da ripopolare il più possibile la capitale per giustificare il ritorno del governo e dell’esercito da Port Sudan a Khartoum, dando maggiore stabilità all’esercito sudanese, sostenuto dall’Egitto nel conflitto. 

Tutto questo avviene anche dopo l’approvazione della nuova legge sul diritto d’asilo al Cairo?

A oltre un anno dall’approvazione della nuova legge sul diritto d’asilo, non ci sono i comitati per i rifugiati previsti in seguito al passaggio del compito di registrazione dall’UNHCR ai comitati governativi. Non c’è un processo di transizione chiaro per gli 1,1 rifugiati registrati dall’UNHCR e in questa situazione ambigua il ministero dell’Interno cerca di prendere il controllo del sistema di asilo prima che inizi.

In altre parole, le agenzie di sicurezza in Egitto si occupano dei migranti solo con una prospettiva securitaria che viola il diritto internazionale e la legge egiziana, accrescendo il terrore tra le comunità migranti per spingerle a restare chiuse in casa, a non organizzarsi politicamente. Secondo la giustizia amministrativa egiziana, il ministero dell’Interno non ha il potere di deportare un rifugiato il cui status è stato riconosciuto, soprattutto in Sudan, un paese che affronta una crisi umanitaria.

E così l’Egitto non è un paese sicuro per i migranti? 

L’Egitto non è un paese sicuro per i migranti perché non dà loro protezione, soprattutto ai più vulnerabili. L’Egitto non è un paese sicuro neppure per gli egiziani, basta vedere il caso dei prigionieri politici, come Ahmed Douma, leader del movimento 6 aprile, arrestato di nuovo nei giorni scorsi dopo 10 anni in carcere con l’accusa di diffondere “fake news”.

L’UE non ha una lista di paesi sicuri ma ogni stato ha la sua. È stata l’UE a spingere l’Egitto ad avere la legge sull’asilo, non ancora implementata, che viola il diritto internazionale e la Costituzione egiziana perché diminuisce lo spazio e i diritti per i migranti.

Tutto questo accade mentre l’Unione Europea, con il suo partenariato con l’Egitto per un valore di 7,4 miliardi di euro, dà fondi diretti per 200 milioni di euro che vanno a progetti di gestione delle migrazioni e di controllo dei confini.

Nella lista è incluso il progetto italiano Itepa (I e II) che va avanti dal 2018, in cui la polizia italiana fornisce training agli ufficiali per l’immigrazione dei paesi africani nell’Accademia della polizia egiziana. Il progetto sostiene la repressione delle agenzie di sicurezza egiziane.

Non solo, progetti europei fanno arrivare fondi direttamente alla polizia di frontiera che si occupa dei respingimenti in Sudan. Questa partnership con l’UE ha lo scopo di esternalizzare le espulsioni e rafforza l’approccio securitario della polizia egiziana. 

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