Parla il portavoce del partito
Noti per le loro posizioni intransigenti, ora sono per il dialogo e le riforme. Del resto il loro partito, Al-Nur, ha un buon numero di seggi in parlamento ed è chiamato a governare. Vediamo come.

In questa fase di transizione post-regime, tutte le voci messe a tacere durante l’era del “faraone” deposto, Hosni Mubarak, fanno a gara per emergere, ritagliandosi uno spazio nel fermento delle idee di un paese in travaglio. In questo scenario s’inserisce la voce del partito salafita Al-Nur (La luce, nella foto manifesti elettorali), che, prima delle elezioni, veniva considerato minoritario, debole, lontano dalla mentalità dell’egiziano medio. Tuttavia, gli esiti delle elezioni parlamentari hanno capovolto la posizione marginale, sorprendendo gli stessi leader. Al-Nur, infatti, ha ottenuto il 25% dei seggi alla Camera bassa e tanti ne ha guadagnati nelle attuali elezioni della Camera alta, posizionandosi dopo solo il partito Giustizia e Libertà.

Abbiamo raccolto le opinioni di due leader – Mohammad Al-Nur, portavoce ufficiale, e Bassem Al-Zarqa, membro dell’alto consiglio – sull’Egitto del futuro. Nel loro programma per la tutela dei diritti umani, dopo trent’anni di regime, c’è una priorità: garantire una vita dignitosa a ogni cittadino egiziano, senza nessuna distinzione di credo, in base ai principi della shari‘a, o legge islamica, che protegge e garantisce il diritto e la libertà di culto. La shari‘a è già fonte del diritto egiziano e rappresenta, secondo Al-Nur, l’identità della società egiziana. Mohammad Al-Nur, in particolare, ha dichiarato che il loro programma si propone di smantellare e ricostruire le istituzioni statali, come l’apparato di sicurezza, fortemente corrotto.

L’atteggiamento di questa corrente, che vorrebbe tornare ai primi secoli dell’islam, sembra cambiato, più propenso al dialogo, rispetto ai tempi in cui veniva dipinto come uno spauracchio. Essendosi trasformato da movimento a partito politico giunto al potere, ha ridefinito i propri toni, rimettendo in discussione determinate tematiche, difendendosi da attacchi – da loro definiti “falsi” -della stampa sulla loro natura estremista e, talvolta, violenta. Infatti, giustificano lo scontro confessionale, che si vive quasi quotidianamente nei villaggi delle sperdute periferie egiziane, come risultato dell’ignoranza dilagante, derivata da un sistema d’istruzione statale fatiscente. Proprio per questo, tra le priorità del partito salafita, dice Bassem Al-Zarqa, c’è la riforma dell’istruzione.

Cominciamo con un tema delicato: circa la necessità o meno di varare nuove leggi che regolino la vita religiosa dei cittadini privati, come ad esempio la libertà di culto, connessa alla libertà di cambiare religione. I due leader si trovano d’accordo sul fatto che esistono già testi giuridici, attinenti alla shari‘a, che non hanno bisogno di essere revisionati né cambiati, poiché esaustivi.

«Noi siamo un partito politico – insiste Mohammad Al-Nur. Non tocca a noi decidere in merito alla volontà di convertirsi da una religione a un’altra. I cristiani e i musulmani convivono sullo stesso suolo da migliaia di anni qui in Egitto, sotto un ordinamento islamico. Storicamente, non si può dire che ci sia stato alcun tipo di repressione per i non musulmani. Anzi, la shari‘a promuove la difesa delle minoranze. A testimonianza di ciò c’è la presenza di minoranze massicce in Egitto e di tantissime chiese, più numerose rispetto alle moschee, più grandi e migliori. Ci sono religioni che permettono di cambiare religione. La religione cristiana stessa non prevede il divieto di cambiare religione. Ma, se ti impegni con l’islam, non puoi più tirarti indietro. Tuttavia, le sanzioni al reato di apostasia sono di competenza della magistratura, non di un partito politico».

Venendo a questioni di politica internazionale. È risaputo che l’Egitto intende rivedere i trattati di pace nella regione mediorientale. Cosa può dirci in merito?
Esiste un unico trattato di pace: quello con Israele. Secondo noi di Al-Nur, questo trattato è stato stipulato in un clima non democratico. Lo diventerà quando verrà sottoposto a un referendum popolare. Inoltre, è necessario che vi sia trasparenza. Purtroppo, i politici non sanno, finora, quali siano gli articoli di questo trattato. Quindi, innanzitutto dobbiamo rendere integralmente accessibili questi articoli al popolo egiziano. In secondo luogo, se tra questi articoli ci fosse anche un solo articolo che minaccia gli interessi degli egiziani, o che esprime repressione nei confronti degli egiziani, bisogna cambiarlo immediatamente. Questo non significa che vogliamo muovere guerra a Israele. Noi siamo per la pace, ma non vogliamo essere repressi. Non vogliamo interagire con Israele come se fossimo uno stato di secondo livello. L’islam stesso prevede che ci siano trattati di pace. Ma è necessario porsi una domanda: in questo momento Israele sta rispettando il trattato di pace? Questo impegno non può essere adempiuto soltanto dagli egiziani, ma da entrambe le parti. Bisogna capovolgere la domanda, indirizzandola ad Israele: siete disposti a rispettare il trattato di pace e a rispettare l’Egitto, gli egiziani e i palestinesi? Il salafismo è un movimento pacifista. Prima di giungere a un conflitto armato, si valuterà ogni via alternativa basata sul dialogo».

Lei dice che il salafismo è contro la violenza. Ma, secondo quanto appreso dalla stampa, ci sono stati diversi attacchi alle chiese copte da parte di gruppi di salafiti.
Questa notizia è falsa. Abbiamo una tradizione lunghissima di convivenza in Egitto. Le notizie riguardanti gli episodi di violenza trattate dalla stampa sono state da noi analizzate, indagando a fondo e risalendo alle fonti, e le garantisco che non hanno riscontri con la realtà. La stampa scaglia contro di noi accuse e bugie che respingiamo. Abbiamo un forte legame con i copti in Egitto… Tra l’altro, durante la rivoluzione, abbiamo giocato un ruolo importantissimo nella difesa delle chiese.


Perché il salafismo ha così tanti consensi, non solo in Egitto, ma in tutto il mondo che ha vissuto la “Primavera araba”?

Esiste una sorta di “accoglienza” generale verso il pensiero salafita, che si dimostra semplice e basilare: abbracciare la vita degli antenati e dei primi musulmani, una sorta di “ritorno alle origini”, all’identità. Anzi, posso addirittura aggiungere che le correnti salafite proliferano non solo nei paesi islamici, ma anche in Europa. La gente ha provato a lungo a vivere le idee capitaliste, imperialiste, socialiste, ecc. Hanno provato il socialismo, il comunismo per lunghi periodi che, alla fine, si sono rivelati fallimentari. Ora è arrivata la resa dei conti anche per il sistema capitalista. Ci si è resi conto che tale dottrina lede i diritti umani e la giustizia sociale. Questo è anche quanto dicono gli esperti in economia a livello mondiale. Viviamo nella globalizzazione, ovvero in un’era in cui una cultura, in particolare quella anglo-americana, ha voluto imporre il suo dominio in ogni parte del mondo. Quindi, in questo contesto di imposizione di culture dall’esterno, i popoli hanno innescato un meccanismo di autodifesa per riappropriarsi della propria cultura locale. Questa è una reazione naturale all’attacco anglo-americano.

Dato il ritorno alle origini e all’applicazione della shari‘a in Egitto, in futuro saranno vietate, ad esempio, la produzione di alcol o altri prodotti considerati “haram”, cioè vietati, nell’islam?
Ripeto: siamo innanzitutto un partito politico. Spetta alle autorità giudiziarie agire in questo campo. Comunque, se dovesse essere applicata la shari‘a, l’islam rispetta l’individualità del non musulmano, consentendogli di mangiare e bere quello che preferisce. In secondo luogo, bisogna distinguere tra la sfera pubblica e quella privata. Non entreremo nel privato per indagare su cosa viene mangiato e bevuto quotidianamente. L’islam proibisce assolutamente la violazione della privacy. Tuttavia, la strada è proprietà dello stato, quindi rientra nella giurisdizione delle istituzioni statali. Inoltre, ogni paese ha le sue tradizioni e costumi che è necessario rispettare. Non bisogna rimanere stupiti se i musulmani vogliono adeguarsi alle usanze islamiche, già note ampiamente. Anche se, purtroppo, in Egitto esiste un vero e proprio razzismo nei confronti di coloro che vogliono impegnarsi a rispettare le tradizioni islamiche. Ad esempio, se entri nel club delle forze armate vi è un cartello dove si legge chiaramente: “Vietato l’ingresso ai barbuti ed alle donne con il velo integrale”. Questo è vero razzismo. Noi di Al-nur siamo contro il razzismo e a favore della libertà personale: io voglio la mia libertà di vestire come mi pare ed entrare in qualsiasi club o hotel, senza restrizioni riguardanti l’abbigliamento.

In realtà, è curioso quanto afferma perché, stando all’esperienza di molte donne straniere, ma anche autoctone, che indossano abiti non “islamici” nel senso in cui lei intende, si registrano casi continui di molestie. Insomma, una sorta di “razzismo”, come lei ha appena definito.
Questa sua osservazione è importante: in questo modo sai che ci sono tradizioni in Egitto che devi rispettare, così come io rispetto il modo di vestire e le leggi europee in Europa. Noi, francamente, come partito, non ci interessiamo di queste problematiche… Esistono problemi molto più urgenti da risolvere nel paese, come le derrate alimentari, la costituzione che deve garantire le libertà al popolo, l’occupazione, la crisi del gas e della benzina… Purtroppo la stampa liberale, i media al soldo dell’imperialismo globalizzante, pongono l’attenzione su questi problemi, per noi marginali.

Qual è la sua opinione e quella del partito circa gli eventi legati agli episodi di violenza come quello avvenuto nello stadio di Port Said, dove sono rimaste uccise 74 persone? È lecito continuare a protestare contro la giunta militare?
Esistono forze anti-rivoluzionarie, sia esterne che interne, che vogliono distruggere il paese. Episodi di violenza come quello dello stadio di Port Said, e le reazioni ad esso, non sono altro che gli ultimi di una lunga serie, e probabilmente ce ne saranno ancora. Grazie a Dio, siamo riusciti a svolgere le elezioni che hanno prodotto un parlamento, che rinnoverà il paese e sradicherà i problemi. L’Egitto, purtroppo, è ancora malato di un virus che risiede ancora nel suo cuore. Stiamo lavorando per renderlo un paese migliore, inshallah!

Ilaria Costa è junior analist dell’Osservatorio Geopolitico del Medio Oriente (OGMO)