È un vero e proprio grido d’allarme quello lanciato il 3 settembre da Celeste Saulo, segretaria generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM-WMO), la fonte di informazione più autorevole al mondo per governi e decisori politici in merito alla crisi climatica.
L’ultimo aggiornamento, diffuso ad agosto, indica una “probabilità eccezionalmente alta, pari a quasi il 100%, che El Niño persista fino a febbraio 2027”. E questa, fa notare Saulo, “è la prima volta che esprimiamo un tale grado di certezza”.
Il Pacifico tropicale sempre più bollente
Il fenomeno meteorologico El Niño, spiega ancora la dirigente, risulta ormai saldamente radicato nel Pacifico tropicale. Le conseguenze sono temperature superficiali del mare che risultano già ben al di sopra della media e continuano ad aumentare.
Eccezionalmente elevate sono anche le temperature oceaniche in profondità che in alcune aree, durante luglio e inizio agosto, sono state superiori alla norma di oltre otto gradi centigradi.
Ed è proprio questa enorme massa di acqua oceanica molto calda che alimenta, e continuerà ad alimentare, il fenomeno El Niño, che “si è rafforzato e continuerà a essere un evento molto intenso, persino eccezionalmente intenso, nei prossimi mesi”.
Secondo l’OMM, “se questa traiettoria dovesse continuare, potrebbe essere più forte di qualsiasi altro evento registrato da quando abbiamo iniziato il nostro monitoraggio, quindi letteralmente fuori dalle tabelle che abbiamo utilizzato negli ultimi quarant’anni”.
Il picco a fine anno con fenomeni sempre più estremi
El Niño raggiungerà il suo picco verso la fine di quest’anno, ma i suoi impatti si faranno sentire a lungo anche dopo, anche sulle temperature globali, infliggendo un duro colpo alle comunità, alle economie e alle catene di approvvigionamento di tutto il mondo.
“Stiamo già assistendo a sconvolgimenti e devastazioni causati da siccità, inondazioni e fenomeni meteorologici estremi”, prosegue Saulo. “Prevediamo che questi impatti si moltiplicheranno e si propagheranno a cascata”.
“Questo El Niño eccezionale richiede una preparazione e una risposta eccezionali”, è l’appello lanciato dalla dirigente. “La scienza è chiara. Abbiamo le conoscenze e gli strumenti per impedire che i pericoli legati a El Niño si trasformino in una crisi. Uniamoci e assicuriamoci di non lasciare indietro nessuno”.
L’Africa cerca di prepararsi
Un appello raccolto anche dall’Unione Africana, preoccupata per le conseguenze dell’aggravarsi di una crisi climatica che sta già colpendo duramente vaste zone di tutto il continente, dal Nordafrica al Sahel, dall’Africa orientale a quella meridionale.
La preparazione agli effetti di El Niño è stato infatti uno dei temi centrali dell’Africa Early Warnings Forum, svoltosi dal 2 al 4 settembre nella capitale etiopica e sede dell’UA, Addis Abeba. Una piattaforma di condivisione e programmazione proattiva per prepararsi a fronteggiare le emergenze climatiche e “garantire che ogni persona sia protetta da sistemi di allerta precoce multirischio”.
Negli ultimi anni, “sono stati compiuti progressi significativi in tutto il continente, anche grazie al Sistema di allerta precoce e intervento tempestivo multirischio dell’Unione Africana (AMHEWAS), con miglioramenti nella conoscenza dei rischi, nella capacità di previsione e nei quadri di intervento tempestivo”, con 26 paesi che attualmente dispongono di sistemi di allerta precoce, rispetto ai 10 del 2015.
Tuttavia, avverte l’iniziativa delle Nazioni Unite Early Warnings for All (EW4All), “permangono importanti lacune nelle infrastrutture, nelle comunicazioni dell’ultimo miglio e nei finanziamenti sostenibili, mentre i rischi climatici e di catastrofi continuano ad aumentare in frequenza e complessità in tutto il continente”.
Tra i paesi più attivi nell’attuare sistemi di allerta preventiva, in Africa orientale, il Kenya e la Tanzania che stanno preparando piani di emergenza per affrontare la crisi.
In Tanzania, in particolare, l’Agenzia meteorologica ha lanciato una campagna di sensibilizzazione a livello nazionale, rivolta al settore agricolo e della sicurezza alimentare, alle ferrovie e alle strade, ai responsabili della gestione delle emergenze e al pubblico, in previsione di una stagione delle piogge di portata eccezionale.
Il piano si articola in quattro fasi: preparazione, prevenzione e mitigazione, risposta e recupero. Le prime misure includono la mappatura dei rischi, la mobilitazione delle risorse, la realizzazione di opere di drenaggio e infrastrutture e la prevenzione delle malattie. La fase di risposta comprende soccorso, fornitura di cibo, alloggi e aiuti umanitari. L’ultima fase prevede il ripristino di case, strade e servizi essenziali.
Intanto, un allarme arriva anche dall’UNICEF, secondo cui El Niño rischia di esporre oltre 162 milioni di bambini nell’Africa orientale e meridionale a un elevato rischio di shock climatici, tra cui inondazioni, siccità, caldo estremo, malattie, fame e interruzione dell’istruzione.
L’agenzia ONU per l’infanzia parla di “rischi urgenti e sovrapposti” per i bambini in 13 paesi: Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Uganda, Madagascar, Malawi, Mozambico, Zambia e Zimbabwe.