Africa, animali a rischio
Si fa strada in sempre più paesi africani la pretesa gestione nazionalista del patrimonio faunistico che rischia di essere sacrificato per rimpinguare le casse statali, svuotate spesso da decenni di politiche spregiudicate e corrotte, rivolte all’arricchimento personale degli establishment al potere.

«Crediamo nell’utilizzo sostenibile delle nostre risorse e questi elefanti devono pagare per il loro mantenimento». In questa frase, pronunciata dal portavoce dell’Autorità per la gestione dei parchi e della fauna selvatica dello Zimbabwe, Tinashe Farawo, sta il senso dell’approccio al patrimonio faunistico di gran parte della dirigenza africana.

Patrimonio, appunto, nel senso che i paesi del continente sub-sahariano sono sempre più consapevoli della propria ricchezza e convinti di doverla utilizzare a vantaggio delle casse dello Stato. Anche se episodi costanti di corruzione lasciano intendere un utilizzo frequentemente personale dei guadagni, provenienti da certe attività che vedono spesso protagoniste specie minacciate di estinzione.

Il portavoce zimbabweano ha pronunciato quelle parole in occasione dell’annuncio – a sei anni dal fatto – di 90 elefanti che dai parchi del paese africano sono passati a quelli della Cina e di Dubai. Vendita che ha fruttato quasi 3 milioni di dollari. E che non è la prima.

Lo Zimbabwe ha giustificato la transazione commerciale come necessaria per tenere sotto controllo l’aumento massiccio e ingestibile della popolazione di elefanti. Le cifre ufficiali sembrerebbero contraddirlo. Quelle dell’Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) che in un report afferma che la presenza di elefanti è crollata dai 12 milioni di circa cento anni fa ai 400mila di oggi. Si tratta di stime che lasciano senza parole e che hanno da tempo messo in allarme ambientalisti e attivisti che lottano per la protezione della specie.

A protezione ci sono anche precise norme. Quelle del Cites (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione) che dal 1973 regola e monitora il commercio e l’esportazione di animali (ma anche piante) a rischio. Un trattato internazionale a cui aderiscono 183 Paesi. Compresi quelli africani. Ma ora i tempi sono cambiati e, dopo gli anni di ricerca di autonomia politica, in Africa è arrivato anche il momento della rivendicazione dell’autonomia economica.

Una rivendicazione che comprende anche poter gestire in piena libertà la propria risorsa faunistica. Proprio in occasione dell’annuncio della vendita degli elefanti, il ministro del Turismo dello Zimbabwe, Prisca Mupfumira, aveva dichiarato che non è giusto che paesi che non possiedono certa fauna selvatica debbano decidere per tutti.

A questo paese fanno eco le proteste di Botswana e Namibia che hanno recentemente rinnovato le loro richieste affinché vengano cancellati divieti e limitazioni al commercio di avorio. Richiesta avanzata nell’ambito della riunione annuale del Cites. 

E intanto il Botswana, che ospita un terzo della popolazione di elefanti del continente, ha ritirato ieri il divieto di caccia a questi pachidermi. La proibizione era stata introdotta nel 2014 dall’allora presidente Ian Khama – considerato un ambientalista – come salvaguardia della specie. Oggi però il nuovo governo, subentrato nel 2018, dice, al contrario, che è diventato impossibile gestire l’aumento del numero degli elefanti presenti sul territorio. Non sono pochi quelli che vedono in questa mossa anche lo zampino delle lobby dei cacciatori.
A novembre anche la Tanzania ha tolto la proibizione della caccia grossa – permessa a pagamento -, che era stata imposta nel 2015.

Quest’anno l’evento, Cites COP 2019, che avrebbe dovuto svolgersi in Sri Lanka è stato rinviato a data da destinarsi a causa degli attentati che hanno interessato la capitale Colombo nel giorno di Pasqua.

Ma proprio pochi giorni fa, il gruppo di lavoro ha rilasciato una dichiarazione preoccupata sul bracconaggio e sui suoi effetti. Nei 30 paesi africani sotto osservazione, dal 2003 al 2018 sono state ritrovate 19.100 carcasse. Ovviamente agli elefanti erano state asportate le zanne. Solo nel 2018 sono stati registrati casi di 1.235 carcasse di cui 520 appartenevano a elefanti uccisi illegalmente. E si tratta solo delle aree monitorate. Il periodo peggiore è stato il 2011, e negli anni successivi le azioni di bracconaggio sono diminuite, segno che le attività di contrasto possono avere dei risultati.

Non sono però diminuite, anzi, le quantità di avorio “guadagnate” con azioni di bracconaggio. Lo dimostrano i dati. Nel 2016, l’anno segnalato per il maggior numero di sequestri di avorio illegale, ne furono sequestrate in Africa 40 tonnellate. Le situazioni più gravi si registrano in paesi dell’Africa orientale e centrale. Oltre agli elefanti, a rischio sono anche rinoceronti e pangolini, richiesti, e molto ben pagati, dai mercati asiatici.

Intanto, dicevamo, alcuni paesi africani premono per diventare “amministratori unici” del patrimonio faunistico. I soldi derivati da una gestione autonoma, dicono, servirebbero per finanziare progetti per le comunità che vivono intorno ai parchi o per piani di conservazione della stessa fauna. Chi, a livello internazionale, si oppone, teme che invece la limitazione delle regole darebbe vita a una sorta di far west che sì, farebbe girare più soldi, apparentemente in modo lecito nei paesi africani, ma finirebbe per distruggere quanto ancora si può salvare.

Nela foto un elefante “big tusker” (grandi zanne) nel Parco naturale di Tsavo, in Kenya, dove a gennaio 2017 è stato ucciso Satao II, uno degli ultimi esemplari rimasti.