Domani, giovedì 15 gennaio, gli ugandesi andranno alle urne per eleggere il presidente, i parlamentari e le istituzioni amministrative locali. Sono iscritti alle liste elettorali 21,6 milioni di persone che potranno scegliere tra otto candidati alla presidenza. Ma gli unici veramente in gara sono solo due.
Yoweri Museveni, 81 anni, leader del National Resistance Movement (NRM), in carica dal 1986, che si presenta al voto per la settima volta consecutiva; Robert Kyagulanyi, più conosciuto come Bobi Wine, ex pop-star di 43 anni, leader della National Unity Platform (NUP), che nella tornata elettorale del 2021 fu secondo con il 35% circa dei voti.
Il candidato di opposizione storico, Kissa Besigye, è in carcere con accuse pretestuose dal marzo dell’anno scorso.
Gli elettori dovranno eleggere anche 353 parlamentari e 146 rappresentanti delle donne.
Il paese isolato
Il paese va alle urne in un clima teso, tanto che il governo, temendo manifestazioni e proteste, ha deciso misure drastiche per limitare, anzi si direbbe impedire, le comunicazioni sia nel paese che con il mondo esterno.
Una direttiva diffusa ieri, 13 gennaio, dalla Commissione per le comunicazioni del governo ugandese (UCC) impone di sospendere l’accesso a internet, di disabilitare le reti private virtuali (VPN, Virtual Private Network), di impedire le chiamate internazionali in uscita dal paese, di non attivare nuove Sim card. Misure duramente condannate da organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch.
Tutti i provvedimenti sono entrati in vigore alle ore 18 di ieri, in anticipo di un giorno e mezzo sull’apertura delle operazioni di voto. I servizi saranno ripristinati a tempo opportuno, ha dichiarato il presidente della commissione, Nyombi Thembo, facendo pensare che potrebbero restare in vigore ben oltre la pubblicazione dei risultati elettorali.
Le misure non sono del tutto nuove per il paese. Anche durante la tornata elettorale del 2021 l’accesso a internet venne sospeso per circa 4 giorni. Ma i provvedimenti decisi questa volta sono molto più drastici, globali ed impattanti, sia sul piano sociale che economico.
Danni collaterali
Secondo dati recenti della UCC, gli utenti di internet sono attualmente 10,6 milioni mentre praticamente tutti gli ugandesi adulti possiedono un telefono cellulare che non potranno usare come al solito, neppure per comunicazioni relative al lavoro e agli affari.
Nel 2021 il danno economico per l’interruzione di internet fu stimato in 390 miliardi di scellini ugandesi, pari a più di 109 milioni di dollari. Una perdita importante anche per un’economia in crescita come quella ugandese, con un PIL valutato l’anno scorso tra i 61 e i 65 miliardi di dollari.
Ma evidentemente le perdite economiche sono considerate un danno collaterale accettabile rispetto ad altri prevedibili problemi, giudicati ben più gravi.
Nella comunicazione diffusa da Thembo, si legge che le decisioni prese si propongono “di limitare il rapido diffondersi online di disinformazione, di frodi elettorali e rischi relativi, così come di prevenire incitamenti alla violenza che potrebbero influenzare la fiducia della gente e la sicurezza nazionale”.
Il governo ha anche ordinato a due gruppi locali per i diritti umani di cessare le attività dopo che questi avevano denunciato la detenzione arbitraria e la tortura di sostenitori dell’opposizione e giornalisti. Una decisione che segue il recente arresto di Sarah Bireete, avvocata e direttrice esecutiva del Centre for Constitutional Governance, un’importante organizzazione della società civile, ma anche presidente di due importanti organizzazioni regionali di monitoraggio del voto.
L’esempio di Kenya e Tanzania
Insomma le autorità ugandesi hanno molto bene in mente situazioni come le recenti proteste post elettorali in Tanzania (dove coprifuoco e blocco di Internet hanno coperto massacri compiuti dalle forze di sicurezza, ndr) e quelle contro il governo in Kenya, facilitate dall’uso dei social media e fatte conoscere immediatamente all’estero, con grave pregiudizio dell’immagine del paese. E hanno deciso di prevenire.
L’immagine dell’Uganda, però, è già stata rovinata dalle modalità di svolgimento della campagna elettorale. Basta osservare la sequenza delle immagini di Bobi Wine per convincersene. In ottobre si presentava ai comizi in giacca e cravatta e salutava i sostenitori con un sorriso rilassato. Nelle ultime settimane, invece, ha sempre indossato un giubbotto anti proiettile e un casco protettivo. E non per scelta estetica.
Le sue iniziative elettorali si sono svolte tra lancio di lacrimogeni, blocchi stradali, arresti di supporter. Tra gli altri, è stata arrestata e torturata la sua guardia del corpo che si trova ancora in carcere.
Si è vantato del crimine Muhoozi Kainerugaba, figlio di Museveni e capo dell’esercito, indicato come il probabile successore del padre. Muhoozi ha perfino minacciato numerose volte di decapitare Bobi Wine stesso, anche prima dell’inizio della campagna elettorale.
Per fortuna queste minacce grandguignolesche non si sono realizzate, ma Bobi Wine è stato attaccato anche fisicamente in più di un’occasione.
Nuove strategie, stessa repressione
Anche la campagna elettorale del 2021 era stata violenta, apparentemente anche più di questa. Ma, dicono diversi osservatori, ora sono cambiate la strategia e le modalità, non la durezza e la pervasività della repressione.
Sotto pressione i candidati al parlamento delle liste di opposizione, in particolare di quella del partito di Wine. Alcuni sono stati bloccati all’inizio del percorso dalla Commissione elettorale che li ha ritenuti non idonei. Diversi si sono ritirati dalla competizione per le minacce ricevute. Altri sono stati corrotti e sono confluiti nelle liste del partito di Museveni. L’opposizione ne è convinta. Il governo, nega, ma la realtà dei fatti sembra smentirlo.
Secondo Bobi Wine, le cose potrebbero peggiorare a ridosso e durante le operazioni di voto, tanto che ha chiesto ai suoi candidati di rendersi irreperibili, per evitare eventuali arresti o sequestri, e ai suoi sostenitori di fermarsi nelle vicinanze delle urne, per “proteggere il voto”.
Anche il governo, a suo modo, “protegge il voto”: schierando l’esercito nella capitale.
Museveni forever
Le previsioni sono tutte per una vittoria del presidente in carica, visto l’apparato schierato per proteggerlo e per intimidire gli avversari. Ma molti osservatori si aspettano disordini e contestazione dei risultati, come successo anche in tornate elettorali precedenti.
Questa volta, però, il clima sembra cambiato. I giovani, che sono la maggior parte della popolazione votante, sono con Bobi Wine e non sembrano disposti a subire ancora a lungo un governo che non li rappresenta. Le manifestazioni della Gen Z in Kenya e Tanzania insegnano.
Altri approfondimenti sull’Uganda al voto nel nostro dossier di gennaio.