PAROLE DEL SUD – ottobre 2009
Frei Betto

Come tiene a ribadire Bartolomeu Campos de Queirós, scrittore brasiliano, tutto ciò che esiste – l’articolo che sto scrivendo, il computer che uso, la sedia su cui sono seduto, la casa in cui abito… – è stato un pensiero nella mente umana prima di diventare realtà.

La letteratura narrativa trae la sua forza da questo fatto: prima di essere libro è stata fantasia nella mente dell’autore e rinvia il lettore a un realtà di sogno che gli consente di guardare la vita con occhi diversi. La fantasia stimola i nostri gesti, i nostri atteggiamenti e le nostre scelte.

La finzione funge da specchio al lettore e lo aiuta ad andare oltre (“trascendere”) la situazione in cui si trova. Il testo gli svela il contesto e lo imbeve di pretesti e motivazioni che lo affascinano, di quell’entusiasmo di cui parlavano gli antichi greci: egli si sente quasi posseduto dagli dèi, da energie spirituali che lo spingono a tirar fuori il meglio di sé.

Ogni finzione, sia narrativa che poetica, è scoperta, rivelazione. Non siamo monoliti, ma abbiamo personalità dalle molte sfaccettature. Durante la lettura, grazie alla capacità che un’opera letteraria ha d’incantare, emerge ora questa ora quella sfaccettatura.

Non importa che l’opera letteraria corrobori o smentisca una visione del mondo di destra o di sinistra. L’importante è che sia bella. Fare della finzione un banco di prova della ragionevolezza sarebbe imprigionarla in una camicia di forza, trasformandola in uno specchio che non riflette il lettore, ma l’autore e la sua sete di proselitismo.

La finzione non deve essere necessariamente “impegnata”. Impegnato sarà lo scrittore, che deve essere etico e impegnarsi nella difesa dei diritti umani in questo mondo tanto conflittuale e discriminatorio.
Nel prologo del Vangelo di Giovanni – uno dei testi biblici più poetici – si dice che «il Verbo si fece carne» (Gv 11,14). Nell’arte della letteratura, la carne è la capacità che un autore ha di creare, e questa si fa verbo: instaura la parola, e questa mette ordine nel caos.

Nel libro della Genesi, Dio crea l’universo con la forza della sua parola. Il Creatore stesso si fa parola. Questa manifestazione di sé, propria di un’opera letteraria, invita alla trascendenza (l’autore supera la quotidianità, o le imprime un nuovo carattere), alla trasparenza (il testo fa emergere ciò che è nascosto tra le righe), all’approfondimento (il racconto o la poesia ci spinge verso qualcosa di più profondo di quello che scorgiamo alla superficie della realtà).

Leggere opere di fantasia è un’esperienza estatica: si è in sé e fuori di sé allo stesso tempo. Siamo portati nel mondo dell’immaginario e indotti a un’esperienza catartica che dà ossigeno alla nostra psiche. L’estetica ci offre un nuovo modo di guardare in faccia le cose. Come ricordava il poeta e scrittore uruguaiano Mário Benedetti (una delle figure più rilevanti nella letteratura ibero-americana, morto nel maggio scorso a Montevideo all’età di 88 anni), la letteratura non cambia il mondo, ma cambia le persone; saranno queste a cambiare il mondo.

L’estetica letteraria, accostandoci al non detto e trasportandoci nella sfera del desiderio, suscita in noi sogni, progetti, utopie: dall’incontro con il principe azzurro al re-incontro amoroso con la figura del padre (vedi La metamorfosi di Franz Kafka e Lavoura Arcaica di Raduan Nassar). Lo aveva sottolineato lo stesso Aristotele: la poetica completa ciò che manca alla natura e alla vita. L’arte, insomma, non è paga dello stato fattuale dell’essere; ci sprona a essere diversi, a cambiare.

Educare i bambini e i giovani a leggere significa liberarli dalla vita piatta, superficiale e futile, ed educarli al dialogo con i personaggi, i racconti e i simboli (poetici). Questi li aiuteranno ad ampliare la loro capacità di accettare il diverso e di avere relazioni più umane con sé stessi, con il prossimo, con il cosmo e, forse, con Dio stesso.