Mentre le cancellerie internazionali osservano con apprensione le fragili linee di faglia del Corno d’Africa, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan sceglie di muoversi con la risolutezza di chi non si limita a osservare la storia, ma intende scriverla.
La visita ufficiale del presidente turco ad Addis Abeba, il 17 febbraio – la prima in undici anni – non è stata solo una celebrazione del centenario delle relazioni diplomatiche bilaterali, ma un’operazione di chirurgia geopolitica volta a blindare il ruolo di Ankara come perno indispensabile della regione.
Una partnership strategica
Il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha accolto Erdogan con i massimi onori di stato, definendo il rapporto tra le due nazioni una “profonda partnership”. Al di là dei cerimoniali, il cuore della visita è stato il pragmatismo economico e militare.
Con investimenti turchi che nel 2025 hanno superato i 2,5 miliardi di dollari – concentrati in settori vitali come il tessile, le infrastrutture ferroviarie (con il colosso Yapı Merkezi in prima linea) e l’energia – Ankara si conferma come il secondo investitore straniero in Etiopia dopo la Cina, con un commercio bilaterale che ha raggiunto i 253 milioni di dollari lo scorso anno.
Durante il recente summit è stato firmato anche un cruciale Protocollo d’intesa sulla cooperazione energetica, che prevede progetti congiunti nella produzione idroelettrica e nelle infrastrutture di rete, un asset vitale per un’Etiopia che ambisce a diventare l’hub elettrico dell’Africa orientale grazie alla gigantesca Diga della rinascita etiopica (GERD), realizzata dall’italiana WeBuild (ex Salini) e al centro di annose tensioni con Egitto e Sudan sull’utilizzo delle acque del Nilo.
Equilibrismo diplomatico
Il posizionamento turco nel Corno d’Africa appare come un capolavoro di equilibrismo diplomatico.
Se da un lato Ankara è da tempo il principale alleato militare della Somalia – dove gestisce la base Camp TURKSOM e con cui ha siglato un accordo decennale per la difesa marittima e avviato estrazioni petrolifere offshore – dall’altro è stato il partner tecnologico-militare che ha permesso ad Abiy Ahmed di mutare le sorti della guerra civile nel Tigray, conclusa nel novembre 2022 anche grazie all’apporto dei droni Bayraktar TB2.
In questo contesto, Erdogan si è ritagliato il ruolo di mediatore autorevole nella crisi tra i due paesi, scaturita dal controverso Memorandum d’intesa tra Addis Abeba e la regione indipendente del Somaliland, che Mogadiscio considera parte integrante del territorio nazionale.
Un accordo che prevedeva il riconoscimento della sovranità del Somaliland da parte dell’Etiopia, in cambio della concessione di un porto commerciale e militare al paese senza sbocco al mare.
Un riconoscimento che, dopo il dietrofront di Addis, il governo di Hargeisa ha poi ottenuto, in tempi più recenti, da Israele, scatenando le ire di Mogadiscio e la pressocché unanime condanna internazionale.
Anche su questo il messaggio inviato dal leader turco è stato netto: il riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland è «illegale e inaccettabile» e «non giova a nessuno», un monito che serve a rassicurare la Somalia sulla propria integrità territoriale, offrendo però all’Etiopia una via d’uscita onorevole.
L’obiettivo turco è ambizioso: facilitare, attraverso il cosiddetto “Processo di Ankara”, un accesso commerciale al mare per Addis Abeba che sia “sicuro e sostenibile”, ma rigorosamente privo di pretese di sovranità territoriale che potrebbero incendiare l’intera regione.
Geopolitica del mare e sicurezza: la sfida ai nuovi attori
Il protagonismo turco, tuttavia, non si ferma alla risoluzione delle crisi. La visita di Erdogan segue di pochi giorni i suoi viaggi in Arabia Saudita ed Egitto, suggerendo un coordinamento tattico tra Ankara, Riad e Il Cairo per limitare l’influenza di attori terzi (su tutti gli Emirati Arabi Uniti) e contrastare l’interesse israeliano nell’area del Mar Rosso, corridoio strategico essenziale, in cui transita il 12% del commercio globale.
In questo senso giocano un ruolo di rilievo anche gli storici rapporti della Turchia con un altro paese chiave della regione: Gibuti, con cui Ankara ha firmato lo scorso anno un accordo di cooperazione militare.
Verso un nuovo ordine regionale?
In definitiva, la missione di Erdogan in Etiopia conferma che la Turchia ha completato la sua metamorfosi: da “potenza emergente” a perno di stabilità (e di affari) nel Corno d’Africa.
Per l’Etiopia, Ankara rappresenta l’alternativa pragmatica a una Cina sempre più cauta sui prestiti e a un Occidente percepito come troppo propenso a interferire nelle questioni interne. Ma anche un partner solido per arginare la crescente dipendenza da Abu Dhabi.
Per la Turchia, l’asse con Addis Abeba è la “testa di ponte” ideale per una strategia che unisce hard power militare e soft power economico con l’obiettivo di contrastare la politica di espansione emiratina e israeliana nell’area.
Resta da vedere se la “via turca” riuscirà a disinnescare definitivamente la bomba a orologeria delle crescenti tensioni geopolitiche dell’Africa orientale.