Al-Kantara – luglio-agosto 2015
Mostafa El Ayoubi

Le elezioni legislative in Turchia (7 gennaio 2015) hanno sferrato un duro colpo al partito della giustizia e dello sviluppo, di matrice islamista sunnita, l’Akp, e al suo leader Erdogan, che dall’agosto 2014 è presidente della Repubblica (prima di allora, ha occupato il posto di primo ministro dal 2003 al 2014). Dopo 13 anni di dominio incontrastato, l’Akp ha perso la maggioranza assoluta al parlamento. Ha ottenuto 258 seggi su 550, il 40,8% (contro il 49,9% del 2011), ma gliene servivano 276 per conservare la maggioranza.

Questo è uno dei principali dati partoriti dalle urne. L’altro indicativo dato è il superamento della soglia del 10% (necessaria per entrare in parlamento) da parte del Partito democratico dei popoli, l’Hdp: una coalizione politica eterogenea guidata dai curdi che con il 13,1% ha ottenuto 80 seggi, di cui 31 assegnati a delle donne (mentre per l’Akp le donne sono solo 41 su 258).

Un altro elemento da tenere in considerazione è l’avanzamento dell’Mhp, partito della destra ultraconservatrice, che è passato dal 12,9% del 2011 al 16,2% del 2015. Quanto al partito del Chp, di orientamento socialdemocratico e principale rivale dell’Akp, il calo è stato molto contenuto: ha ottenuto il 24,9%, contro il 25,9% del 2011.

Diversi sono i fattori che hanno contribuito alla debacle elettorale di Erdogan. Alcuni interni, altri legati alla sua politica internazionale. Un primo fattore interno riguarda il problema della corruzione e gli scandali che negli ultimi anni hanno coinvolto il suo entourage familiare e il suo clan politico. Un secondo elemento è da individuare nella crisi economica. Negli “anni d’oro” di Erdogan, la crescita economica si aggirava intorno al 10%; i salari dei lavoratori in diversi settori erano triplicati. Ciò ha consentito ad Erdogan di avere il sostegno politico anche della parte “apolitica” del mondo del lavoro. Ora che la crescita del Pil è scesa al 3%, una parte di questo settore gli ha voltato le spalle.

Un terzo fattore è legato alla deriva autoritaria di Erdogan. Contro questa deriva – che ha colpito giornalisti, giudici, avvocati, militari, studenti – si è ribellato il popolo di piazza Taksim nell’estate 2013. E i cittadini di Istanbul hanno alla fine reagito alla repressione attraverso le urne.

Tuttavia, il fattore che ha avuto maggiore peso nella sconfitta di Erdogan è stata la “questione curda”. L’apertura ai curdi, compresi quelli del Pkk di Ocalan, si è rivelata una mera tattica politica per ingannare i curdi. E questa mossa i curdi l’avevano intuita e hanno reagito con il voto. In passato molti di loro avevano votato per l’Akp. Questa volta invece hanno preferito l’Hdp: ad Amed, capitale del Kurdistan turco, la percentuale dei voti per il partito di Erdogan è scesa al 14% (contro il 33% nelle 2011).

La “questione curda” ha avuto un ruolo determinate anche nelle cause esterne della sconfitta di Erdogan. La faccenda di Kobane, città curda siriana che l’anno scorso è stata per mesi assediata dall’Isis, è stata indicativa in tal senso. Egli aveva impedito ai curdi turchi di andare a soccorrere i loro cugini siriani contro i jihadisti dell’Isis.

Sempre sul versante esterno, il coinvolgimento negativo del governo turco nella drammatica situazione nel mondo arabo, in Siria in particolare, ha giocato un ruolo importante nel ridimensionamento delle ambizioni politiche di Erdogan. Il suo sostegno ad al-Qaida e le sue derivate (Isis, al Nusra ecc), è ormai risaputo. Regolarmente colonne di camion pieni di armi entrano in Siria, con il sostegno del Mit (servizi segreti turchi). Nel gennaio scorso, alcuni poliziotti e magistrati, per aver denunciato questo traffico sono finiti nei guai con l’accusa di «tradimento».

Erdogan era sicuro di vincere queste elezioni che gli avrebbero consentito di trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale, cambiando la Costituzione. E nell’ottobre 2014 aveva inaugurato ad Ankara un “suo” palazzo presidenziale costato alla collettività 650 milioni di dollari. Ma ha fatto male i suoi calcoli. Salvo nuovi clamorosi sviluppi, Erdogan non diventerà un sultano neo-ottomano. Ha perso la partita sia in casa che fuori. E la speranza di ripristinare il califfato turco anche con il sostegno degli islamisti radicali sunniti arabi si sta sgretolando!

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Nella foto in alto il Presidente della Repubblica turca, Recep Tayyip Erdogan.