Da Nigrizia di luglio-agosto 2010: test francesi nel Sahara
All’inizio degli anni Sessanta, il Sahara algerino, allora colonizzato dalla Francia, fu teatro di diversi esperimenti nucleari. Cinquant’anni più tardi, il velo del segreto sotto il quale sono stati tenuti gli effetti negativi su persone e ambiente è solo parzialmente squarciato, a causa delle resistenze da parte dei militari e del governo francesi.

La prima bomba atomica francese fu fatta esplodere il 13 febbraio 1960 nell’oasi di Reggane, nel deserto del Sahara, provincia di Adrar (Algeria). Seguirono altre tre esplosioni atmosferiche e 13 test sotterranei nel massiccio dell’Hoggar, fino al febbraio 1966, quando l’Algeria era già indipendente da 4 anni. Si calcola che i test nucleari siano stati 57, coinvolgendo 27mila persone, tra civili e militari.

 

In quegli anni la Francia di De Gaulle cercava un posto tra le potenze nucleari e i tempi delle esplosioni furono in gran parte dettati da esigenze diplomatiche.

 

Da una decina d’anni, i veterani dell’esercito francese hanno iniziato a dare voce alle proprie memorie fino ad allora rimosse. Sono nate associazioni, si sono moltiplicate inchieste indipendenti e sono apparsi molti articoli sui giornali. Nel gennaio di quest’anno è stata approvata la legge di indennizzo per coloro che furono colpiti dalle radiazioni. Nel frattempo, la lista dei militari deceduti si è allungata.

 

Poco o niente è stato fatto, invece, per le popolazioni locali colpite dal fallout (o ricaduta di radioattività). Si tratta degli algerini impegnati nei cantieri per la costruzione e la manutenzione dei siti, dove avvennero le esplosioni e che, dopo i test, sono stati esposti alle radiazioni. Dalle testimonianze raccolte da Solange Fernet – pacifista francese ed ex deputata europea, morta nel settembre 2006 -, risulta che le precauzioni prese dai militari francesi furono del tutto inadeguate.

 

Non ci sono stime ufficiali sul numero dei lavoratori locali impiegati, ma si sa che furono diverse migliaia. Su queste persone, come del resto sulla maggioranza dei militari, nessuna ricerca sistematica è stata condotta per valutare gli effetti delle radiazioni assorbite.

 

Ancora più grave è stato l’impatto sulla popolazione locale, soprattutto di etnia tuareg, la cui vita nomade la rendeva particolarmente esposta alle radiazioni. Quando gli esperimenti furono spostati nelle montagne del massiccio dell’Hoggar, per i test sotterranei, l’esercito francese era solito dare l’allarme di un’esplosione attraverso gli elicotteri. I nomadi, però, o non capivano o non davano importanza a quanto veniva loro detto: a loro premeva seguire il bestiame. Dopo le esplosioni, per evitare il diffondersi della contaminazione, i militari ricevevano l’ordine di sterminare alcuni branchi di animali, ma non si occuparono mai delle persone. Impossibile, pertanto, calcolare il numero delle vittime.

 

Quando i francesi abbandonarono i siti degli esperimenti, questi furono recintati con del filo spinato. Ma per molti anni la gente vi entrava in cerca di cavi di rame per farne commercio. Si sa che materiale radioattivo è stato venduto anche nei paesi vicini.

 

Gli effetti sulla salute si fecero presto sentire. Le testimonianze dei tuareg sono concordi nel riferire che gli uomini avevano difficoltà ad avere figli. Le donne, anche quando rimanevano incinte, andavano spesso soggette ad aborti spontanei. Sterilità maschile e aborti si ripetevano, anche quando l’uomo, non sopportando l’onta di una mancata paternità, divorziava da una donna e ne sposava un’altra. Alcuni testimoni hanno affermato che intere famiglie furono falcidiate dalle conseguenze delle radiazioni. Anche il bestiame fu decimato.

 

Le persone malate si rivolsero ai medici locali, ma per molto tempo questi non seppero riconoscere i sintomi della contaminazione radioattiva. La popolazione rimase, dunque, senza assistenza e i suoi problemi di salute furono del tutto ignorati.

 

Nel 2001 si è costituita l’Associazione algerina dei veterani dei test nucleari. Oggi il suo presidente, Mohamed A. Bendjebbar, stima che le vittime siano 30mila. In mancanza di studi epidemiologici, si ritiene che il loro numero sia di molto superiore, e anche destinato a crescere, per il fatto che i siti degli esperimenti sono tuttora accessibili ai nomadi, del tutto ignari della loro pericolosità.

 

Con un certo ritardo, anche il governo algerino ha cominciato a muoversi. Oggi Algeri chiede a Parigi di riconoscere le proprie responsabilità. Sono molti gli algerini a domandarsi come sia stato possibile ai loro dirigenti firmare, a suo tempo, accordi di pace le cui clausole segrete contemplavano la continuazione dei test nucleari. Inoltre, la legge francese copre solo parzialmente i lavoratori algerini che furono impiegati nei siti, mentre ignora del tutto i nomadi. Anche perché il decreto presuppone che le conseguenze negative si siano arrestate al momento della sospensione degli esperimenti.

 

Il governo algerino esige l’accesso alla documentazione tenuta fin qui segreta, per stimare l’impatto sull’ambiente. Gli algerini che abitavano nei pressi dei siti degli esperimenti, ad esempio, ricordano ancora che camion e automobili furono sepolti in grandi buche subito dopo i test. Ciò farebbe pensare a una gestione improvvisata del materiale contaminato, che continua a produrre i sui effetti.

 

Una commissione mista franco-algerina sta facendo l’inventario dei siti, raccogliendo dati e studi di ogni tipo, per giungere a una diagnosi della pesante eredità lasciata da questa faccia nascosta del colonialismo francese in Africa. Non si conoscono ancora le conclusioni e le misure da prendere. I rilevamenti fatti dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) nel 1999, con molte difficoltà e senza alcuna collaborazione delle autorità francesi, indicavano livelli di radioattività incompatibili con la presenza umana.

 

Alla fine di marzo, è andato in onda sulle televisioni francesi il nuovo documentario del franco-algerino Larbi Benchiha sui test nucleari in Algeria, dal titolo L’Algerie, De Gaulle et la bombe. È la continuazione di un altro documentario, Vent de sable, le Sahara des essais nucléaires (2008). In ambedue i film appare chiaro che le zone contaminate sono tuttora liberamente accessibili alla popolazione locale.

 

Sono ormai provate sia la totale assenza di un piano di decontaminazione dei siti al momento del loro abbandono da parte dell’esercito francese, sia la consapevolezza tra le autorità militari dei rischi legati alle esplosioni. È stato dimostrato che militari e civili sono stati usati, a propria insaputa, come cavie «per vedere l’effetto che fa». Prigionieri di guerra algerini (era in corso la lotta per l’indipendenza) furono piazzati nei pressi delle esplosioni e sarebbero stati carbonizzati. Una vera e propria cricca criminale si era, dunque, installata ai vertici dell’esercito francese, ma, come in altri paesi, godeva della copertura della politica.

 




Acquista
l’intera rivista in versione digitale