PAROLE DEL SUD – novembre 2011
Giampietro Baresi

Il 7 settembre scorso, si è celebrata in tutto il Brasile la 17a edizione del Grito dos excluídos, una mobilitazione nazionale per i diritti del popolo brasiliano. L’iniziativa è nata nel 1995, a conclusione della Campanha da Fraternidade di quell’anno.

Due parole per spiegare, o per ricordare. È dal 1964 che la chiesa cattolica in Brasile organizza, durante la Quaresima, una campagna che sensibilizza la gente a focalizzare la propria attenzione su un tema sociale. Nel 1995, una approfondita analisi della situazione sociale del paese mise in luce il drammatico peggioramento della condizione delle masse povere. Per una società sempre più organizzata con criteri capitalistici, i poveri non esistevano più. Erano considerati “massa sobrante”, cioè moltitudine eccedente, in più, da dimenticare, da relegare ai margini della strada, per non intralciare la marcia del progresso. La risposta della chiesa fu una campagna che ebbe come tema “La fraternità e gli esclusi”, e come slogan: “Eri tu, Signore?”, di chiara ispirazione evangelica.

Come frutto di quella campagna, nacque l’iniziativa del “Grido degli esclusi”, una manifestazione popolare da ripetersi tutti gli anni, per dare voce a coloro che nessuno voleva ascoltare. Come data, fu scelto il 7 settembre, festa nazionale dell’indipendenza del Brasile, in ricordo del giorno in cui, nel 1822, Dom Pedro de Alcántara, figlio del re del Portogallo e principe reggente della colonia del Brasile, dichiarò l’indipendenza dalla madre-patria con il grido: “Indipendenza o morte!”. Pochi mesi prima, il 2 gennaio dello stesso anno, aveva resa pubblica la sua intenzione di disobbedire al padre, che gli intimava di ritornare in Portogallo, con le storiche parole: «Se è per il bene di tutti e per la felicità generale della nazione, sono pronto! Dica al popolo che io resto qui».

Non è difficile riconoscere che gli ideatori del Grito dos excluídos sono stati geniali nella scelta della data. In quel giorno, non lontane dalle sfilate ufficiali, passano le rumorose e colorate manifestazioni dei rappresentanti degli esclusi, gridando a tutti che, per la maggioranza della nazione, il bene e la felicità promessi con il grido di indipendenza non sono ancora arrivati. L’iniziativa è ormai il principale spazio di concentrazione, mobilizzazione e affermazione dei movimenti sociali e delle loro richieste. Promossa dal settore della pastorale sociale della chiesa, conta sull’appoggio della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), della Commissione pastorale della Terra, del Consiglio delle chiese cristiane in Brasile (Conic), e di diversi movimenti e istituzioni impegnati nella lotta per l’uguaglianza, la giustizia e la vita.

Quest’anno il Grito dos excluídos ha occupato, con grande successo, strade e piazze in centinaia di città. Significativo lo slogan scelto: “Pela vida, grita a terra… Por direitos, todos nós” (“Per la vita, grida la terra… Per i diritti, tutti noi”). Decine di movimenti vi hanno preso parte, richiamando l’attenzione sui più svariati problemi del paese – abitazione, salute, lavoro, sicurezza, rispetto per i diritti delle donne, dei bambini, degli adolescenti e degli indios – e contestando i grandi progetti varati dal governo, che calpestano i diritti di intere comunità e deturpano il pianeta.

Suppongo che questo tipo di presenza della chiesa nel sociale stupisca il lettore italiano. Per lo meno, lo spero. Perché, è a partire da questo stupore che voglio concludere con una breve riflessione. Il manuale del rito del battesimo usato in Brasile fino ad alcuni decenni fa, tra altre cose, invitava il sacerdote a impartire alcune istruzioni alla mamma su come trattare il neonato. Ad esempio, la si metteva in guardia contro il pericolo di schiacciarlo durante il sonno. Senza dubbio, c’erano motivi per fare questo, per supplire a ciò che la società non faceva.

Da tempo non c’è più bisogno di questa supplenza. Ma altre supplenze, non meno importanti, rimangono aperte. Per esempio, quella di richiamare l’attenzione e risvegliare le coscienze sul silenzio e le omissioni riguardo agli esclusi della società. E non solo con pronunciamenti della gerarchia della chiesa (facilmente digeribili dalle gerarchie sociopolitiche), ma promovendo il protagonismo del popolo, senza distinzione di credo e di ceto sociale (cosa che inquieta i responsabili politici).

Il “Grido degli esclusi” è nato – e continua tuttora – perché la chiesa crede che nel loro grido c’è quello di Gesù Cristo.