Eritrea: Afwerki denuncia interferenze straniere che fomentano conflitti in Africa orientale
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Il presidente eritreo punta il dito contro le politiche di militarizzazione della vicina Etiopia, «finanziate da potenze estere»
Eritrea: Afwerki denuncia interferenze straniere che fomentano conflitti in Africa orientale
14 Gennaio 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti

Che tra Asmara e Addis Abeba da parecchio tempo non scorra buon sangue è cosa nota. Lo scorso 12 gennaio il presidente eritreo Isaias Afwerki in un’intervista diffusa dalla televisione di stato ERI-TV ha parlato senza mezzi termini del deterioramento delle sue relazioni con il partito al governo in Etiopia.

«Se ci sarà dichiarata guerra, non chiederemo a nessuno di difendere i nostri diritti», ha detto tra l’altro l’autocrate eritreo, aggiungendo che il paese non dovrebbe essere coinvolto in quella che ha definito «la loro tavola delle bugie».

Respingendo le false narrazioni che inquadrano le tensioni tra i due paesi riducendole a una disputa sull’accesso al Mar Rosso, Afwerki ha accusato il Partito della prosperità di Abiy Ahmed di promuovere un ampio programma di militarizzazione e acquisto di armi, sostenendo che in tutta l’Etiopia si protraggono conflitti armati, nonostante la firma dell’accordo di pace del 2022 a Pretoria abbia concluso la guerra civile in Tigray.

«Dopo l’accordo di Pretoria – ha dichiarato il leader eritreo – Addis Abeba ha lanciato l’offensiva nella regione Amhara per distruggere le milizie FANO, e proseguono tensioni o conflitti in Tigray, nell’Afar, nell’Oromia e nella regione Somala».

E ha aggiunto: «Questo gioco non rientra nei programmi del partito al potere in Etiopia. In realtà sono programmi di altri: di coloro che lo finanziano e elargiscono loro mezzi economici».

Afwerki insiste sul fatto che l’Etiopia sta importando droni e armi in preparazione a un eventuale conflitto con l’Eritrea: «Chi importa i droni? Chi compra tutte queste armi dall’estero? Chi finanzia tutti questi complotti? Da dove provengono tutti questi soldi?», si chiede in modo retorico il presidente.

Etiopia e Mar Rosso

Da ricordare, riprendendo il tema dell’accesso al Mar Rosso, quanto il primo ministro etiopico Abiy Ahmed aveva dichiarato ai membri della Camera dei rappresentanti del popolo nell’ottobre 2025, che cioè non esiste alcun documento ufficiale o decisione istituzionale che provi come l’Etiopia abbia perso l’accesso al Mar Rosso.

Una questione di natura legale, storica ed esistenziale, da affrontare attraverso un dialogo pacifico. E aveva insistito che la questione non avrebbe dovuto essere interpretata come provocatoria, perché l’Etiopia la vede come un problema di esistenza nazionale e di sopravvivenza.

Il nodo Sudan

Riguardo al Sudan, Isaias ha sostenuto che la crisi non rappresenta solo una lotta di potere interna; si tratta invece per lui di un’operazione manovrata da potenze straniere, in particolare dagli Emirati Arabi Uniti a sostegno di Mohamed Dagalo (detto Hemeti, ndr) e delle sue RSF.

E ha insistito che Abdel Fattah al-Burhan e l’esercito nazionale, che rappresentano l’eredità storica del paese, dovrebbero legittimamente guidare la transizione. Chi favorisce la prosecuzione del conflitto, al contrario, dovrebbe essere ritenuto responsabile «di tutte le morti e di tutti i problemi».

Il presidente ha reiterato inoltre le sue critiche all’ingerenza straniera in tutto il Corno d’Africa, sostenendo che l’instabilità regionale è alimentata per l’appunto da attori esterni. Ha poi affermato che l’impegno dell’Eritrea con l’Arabia Saudita, mira a garantire la stabilità regionale attraverso la diplomazia e le consultazioni, piuttosto che con interventi bellici.

Secondo Isaias va rafforzato nel Corno il ruolo degli attori regionali, tra cui Egitto e Arabia Saudita, respingendo al contempo accordi di sicurezza dominati da potenze esterne.

Citando Somalia, Etiopia e Sud Sudan, ha sostenuto, peraltro, che l’instabilità in questi paesi è «non solo interna, ma anche regionale e persino globale».

E in riferimento a Etiopia e Sud Sudan, ha osservato: «Ciò che abbiamo visto negli ultimi 30 anni è divisione etnica e instabilità. Il Sud Sudan, che si è separato dal Sudan (nel 2011, ndr), è diventato un paese instabile, afflitto da una guerra civile. Ma l’intervento di attori e potenze esterne non fa che complicare le situazioni interne in ogni paese».

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