Dal numero di ottobre: il regime visto da vicino
Un testimone racconta la dittatura che ha portato il paese allo sfascio, che affama la popolazione e che risponde
con la galera a qualsiasi critica. Tuttavia, qualcosa si sta muovendo, anche tra gli eritrei della diaspora.

Poco più di un mese fa sono tornato a casa. Era la seconda volta che rientravo in patria, dopo essermene allontanato nel 1991, quando il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Flpe) occupò Asmara e formò un governo provvisorio, che avrebbe portato alla proclamazione dell’indipendenza nel 1993. Riabbracciare i miei è stato motivo di profonda gioia. Quando li ho lasciati, però, ero pieno di tristezza, disgusto e frustrazione per ciò che avevo visto. Mi firmo con uno pseudonimo. Devo proteggere me e i miei familiari, che vivono ancora in Eritrea e sarebbero multati e sbattuti in qualche prigione o campo di rieducazione per il solo fatto di avere un figlio e un fratello all’estero che osa raccontare cosa sta accadendo ad Asmara.
Mi limito a dire che vivo e lavoro in una città dell’Africa. Già questa paura (fondata) che mi accompagna da sempre la dice lunga sul regno di terrore che vige, ormai da troppo tempo, nella mia terra.
Voglio, però, che il mondo sappia che l’Eritrea è un paese allo sfascio, un gulag dove i diritti umani sono irrisi e calpestati.

Un vecchio zio m’ha detto: «Ho vissuto le brutture dei colonialismi che si sono succeduti in questo paese: quello degli italiani, poi quello dei britannici e, infine, quello degli etiopici. Ma il regime attuale li ha superati tutti quanto a repressione e crudeltà. Quando si cominciò a combattere per l’indipendenza, i nostri leader ci dissero che ci avrebbero portato la libertà. Da oltre 40 anni la stiamo aspettando, ma si fa sempre più lontana».
Isaias Afwerki, capo storico dell’Flpe e presidente dal 1993, si è presto impegolato in uno stile di dittatura personale ispirata al comunismo maoista. I suoi agenti di sicurezza e il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (Fpdg – l’unico partito riconosciuto) hanno un solo obiettivo: perpetuarsi al potere. Chiunque si oppone viene zittito con ogni mezzo: incarcerazioni senza processo, torture fisiche e psicologiche, uccisioni.

 

IL GOVERNO RUBA IL CIBO
Moltissime famiglie vivono quasi esclusivamente sulle rimesse degli emigrati.
Dilip Ratha, della Banca mondiale, calcola che il 15-20% degli eritrei vive oggi all’estero e i soldi che essi inviano alle famiglie rappresentano oltre il 20% del prodotto nazionale lordo. Ma anche questi soldi non sempre consentono di vivere dignitosamente. La crisi economica che ha colpito il mondo ha ridotto anche questa entrata. I raccolti di quest’anno garantiscono solo il 30% del fabbisogno nazionale di cibo. Teff (un nostro cereale, alimento base di ogni famiglia), mais, frumento e orzo sono quasi introvabili nei mercati. Per averli, devi sborsare cifre proibitive. Io stesso ho pagato un kg di teff l’equivalente di 8 dollari. Ma come potrebbe mio cugino, che lavora in un progetto pubblico e percepisce 40 nafka (circa 2,6 dollari) al giorno, permettersi tale lusso?
Per sfamarsi non rimane che la mashera (durra). Ma, per decisione del governo, una famiglia media può tenersi solo 10 kg di questo cereale al mese. I prodotti dei campi e degli orti non possono essere venduti al mercato, ma devono essere consegnati alle agenzie del governo. Puntualmente, gli agenti passano casa per casa per controllare se c’è del cibo in più nascosto.
L’Unicef calcola che il tasso di grave malnutrizione nelle province settentrionali di Gash Barka e Anseba è di molto superiore alla “soglia d’emergenza” (15%); oltre la metà della popolazione nazionale soffre la fame. Il responsabile del dipartimento dell’agricoltura, Heruy Asgodom, ha ammesso che «le piogge sono state scarse anche quest’anno e i raccolti al di sotto del fabbisogno». Ma ha aggiunto: «Non abbiamo bisogno di aiuti alimentari provenienti dall’estero, perché noi non crediamo in questo tipo di soccorso».
L’Eritrea è diventata terreno aspro per le agenzie umanitarie. Marcus Prior, portavoce del Programma alimentare mondiale, ha ammesso che il governo di Asmara non rinnova più i permessi di lavoro del personale degli organismi non governativi: «A causa delle molte restrizioni imposteci, ci risulta impossibile sapere il vero bisogno di cibo del paese. Abbiamo ancora un ufficio in Asmara, ma non stiamo più gestendo iniziative di emergenza».
In gennaio, i contadini dei bassopiani tra Ghinda e Massawa si sono sentiti dire che tutte le loro terre – private o possedute in comune dai vari gruppi etnici – sono di proprietà dello stato. Ovviamente nessun giornale ne ha parlato, né la gazzetta ufficiale ne ha dato notizia. Un parente di quelle zone m’ha detto: «Viviamo in un sistema gestito da decreti verbali. In mancanza di una costituzione, i capricci dei nostri capi diventano leggi».
Nell’ottobre 2008, il ministero dell’agricoltura dell’Arabia Saudita ha deciso  di rimuovere il divieto d’importare carni dall’Eritrea. Quella che avrebbe potuto essere una benedizione s’è trasformata in una maledizione. Da allora, infatti, amministratori, capi locali, ufficiali del partito e dell’esercito gareggiano nel fare man bassa di bestiame: li vedi nei mercati a comperare capre, pecore, vacche e cammelli, imponendo prezzi stracciati. E in galera chi si ribella…

E L’EUROPA NON VEDE

Lo sfogo di mio padre: «Non c’è crimine e violazione dei diritti umani che questo governo non abbia commesso. Non esiste alcun principio di legalità. C’è solo la volontà del regime di rimanere in sella». Azioni palesemente illegali e criminali sono commesse da personalità molto vicine al presidente, da membri del Comitato centrale e da comandanti dell’esercito: «Proprio coloro che dovrebbero essere i primi a rispettare la legge».
Un conoscente m’ha confidato: «Nel 2006, mio fratello era stato arrestato da un comandante senza alcuna precisa accusa, ma per semplice rancore personale. Dopo due anni, preso il coraggio a due mani, mi sono rivolto alle autorità perché indagassero sul caso. Il comandante non ricordava né il nome né il vero motivo per cui l’aveva fatto arrestare. Trascorsero altri sei mesi prima che mio fratello venisse liberato, non prima però della nostra promessa di non fare domande indiscrete».
C’è una sola mente che pensa e decide in Eritrea: quella del presidente. Osannato in passato dall’Occidente come “leader illuminato”, oggi è considerato “fuori di testa” dalla maggioranza degli eritrei. Gli esiti della sua tirannia sono disastrosi. Eppure, in un modo o nell’altro, riesce a stare a galla. L’immensa ragnatela dei servizi segreti rende praticamente impossibile l’emergere di un’opposizione organizzata. Ma quanti sanno che la Commissione europea (Ce) è il più “generoso” donatore di questo regime? Per far fronte alla crisi alimentare, la Ce ha promesso ad Asmara 96 milioni di dollari. John Clancy, portavoce del commissario allo Sviluppo e agli aiuti umanitari, Louis Michel, ha spiegato: «Gli aiuti sono dati senza condizioni… Avviene così anche con l’Eritrea. I nostri interventi sono dettati esclusivamente dai bisogni umanitari della popolazione e sono apolitici». Lo vada a dire a un qualsiasi cittadino eritreo rimasto in patria. Gli riderebbe in faccia. Gli ricorderebbe che, in agosto, il governo eritreo ha decretato che la Croce rossa internazionale non può più interessarsi del rimpatrio degli etiopici rimasti prigionieri in Eritrea, dopo la guerra tra le due nazioni, terminata nel 2000; ci sono ancora decine di migliaia di persone, di ambo le nazioni, che aspettano di tornare a casa. O che, in maggio, il Consiglio per la sicurezza e la pace dell’Unione africana si è appellato al Consiglio di sicurezza dell’Onu perché «decreti sanzioni contro l’Eritrea, colpevole di appoggiare i gruppi armati islamisti che destabilizzano la Somalia». A maggio, l’Igad, l’associazione per lo sviluppo dei paesi dell’Africa Orientale, ne ha chiesto la condanna alle Nazioni Unite. A giugno, anche l’Unione africana ha reclamato sanzioni contro Asmara. Ed è la prima volta che l’Ua chiede la condanna di un proprio stato membro. Sdegnata la reazione eritrea: è uscita dalle due organizzazioni, accusate di essere prone ai desideri dell’Etiopia.

PARLAMENTO CERCASI…

È dal 2000 che il parlamento non viene convocato. L’opposizione è dispersa tra Khartoum, Addis Abeba, Europa e Stati Uniti. L’ultima voce critica levatasi contro il regime risale al settembre 2001, quando i membri del cosiddetto “Gruppo dei 15” (tutti esponenti storici dell’Flpe, ministri o generali) si opposero alla politica di Afwerki di rinviare a tempo indeterminato sia le elezioni sia l’applicazione della costituzione, e osarono proporre pubblicamente riforme democratiche. Undici di loro furono imprigionati e non se n’è saputo più nulla; tre fuggirono negli Usa; uno si è rimangiato tutto.
Nonostante le mille promesse di prosperità, l’economia nazionale continua a sprofondare. Il nakfa perde valore di giorno in giorno. L’inflazione galoppa. Industria, commercio ed edilizia sono monopoli dello stato. Molte attività economiche, una volta fiorenti, sono state chiuse, perché il governo ha ritirato le licenze.
Esportazioni e importazioni sono paralizzate. È proibito trasportare merci da una regione all’altra. A causa della mancanza di carburante, il trasporto pubblico è ridotto al minimo. La gente è costretta a fare la coda per ore e ore. Alla fine del 2008, un decreto ha ridotto del 70% i veicoli del governo, delle organizzazioni non governative e delle istituzioni religiose. Da allora, gli automezzi non autorizzati trovati per strada vengono nazionalizzati. Ogni dipartimento o istituzione riceve per ogni suo veicolo centocinquanta litri di carburante al mese; ogni taxi ad Asmara, tre litri al giorno.
Tutti i professionisti e gli intellettuali se ne sono andati per disperazione; chi è rimasto si vede messo da parte. Importanti uffici sono oggi gestiti da gente non qualificata, se non analfabeta. Hanno un solo compito: eseguire gli ordini che arrivano dall’ufficio del presidente. Tutti gli studenti, dopo la quarta superiore, devono frequentare la quinta al Centro di addestramento militare di Sawa. Completato l’anno, entrano automaticamente a far parte delle truppe di riserva e iniziano il servizio di leva nei più svariati settori (edilizia, educazione, agricoltura, esercito…), ricevendo un salario mensile di 20 dollari. Per legge, il servizio nazionale dovrebbe durare 18 mesi. Con il tempo, però, è diventato in pratica un arruolamento permanente. Molti rimangono in servizio per 9-10 anni. Mia nipote da anni sta facendo la “naia” in un grande hotel di Asmara. Anche per lei, alla fine del mese ci sono solo 20 dollari; il resto dello stipendio va al
governo. Se questa non è schiavitù… Ecco perché molti giovani eritrei, disperati, fuggono nei paesi limitrofi , da dove decidono di tentare la traversata del Sahara e poi quella del Mediterraneo.
Il destino più triste tocca alle persone assegnate al servizio nell’esercito vero e proprio. Il rapporto 2009 sui bilanci militari, pubblicato in agosto dall’Istituto internazionale di studi strategici (Iiss), definisce l’Eritrea la seconda nazione più militarizzata al mondo (per numero di militari in relazione alla popolazione), seconda solo alla Corea del Nord. L’Iiss parla di 200mila soldati; la Banca mondiale, invece, di oltre 320mila. In pratica, gli eritrei maschi dai 18 ai 50 anni e le donne dai 18 ai 27 sono considerati “soldati al servizio dello stato”. Si è cominciato ad arruolare anche giovani sotto i 18 anni. Con la scusa del mai risolto conflitto di frontiera con l’Etiopia, tutti sono tenuti sotto pressione. Questi soldati, costretti a vivere nelle trincee, senza cibo e senza adeguato equipaggiamento, muoiono a centinaia per punizioni eccessive, lavoro prolungato, malnutrizione, mancanza di cure mediche. Le ragazze “coscritte” sono spesso vittime di violenze sessuali.

 

C’È CHI NON NE PUÒ PIÙ
Ma ci sono segni di disaccordo in seno al regime. Alcuni ministri e comandanti dell’esercito hanno cominciato a opporsi al presidente. M’è stato riferito che alcuni ufficiali di medio rango si stanno schierando dalla parte del popolo, rifiutandosi di eseguire gli ordini. Non mancano voci su attentati al presidente.
Questi barlumi di opposizione interna cominciano a preoccupare il regime. Anche le associazioni degli eritrei della diaspora (in Europa e America del Nord) sono oggi molto critiche nei confronti dei leader di Asmara: i festival culturali organizzati annualmente per loro dal governo sono boicottati o scarsamente frequentati. Gli eritrei rimasti in patria sono a conoscenza del fatto che qualcosa si sta muovendo e hanno ripreso a sperare.
Una cosa mi ha colpito in modo particolare durante la mia visita in patria. Ho notato che i miei concittadini sono tornati a frequentare in massa chiese e moschee. Pregano Dio perché doni la pace. Consapevoli che questo bene non può certo venire da Afwerki e dalla sua gang.
La mia famiglia è ortodossa. I miei fratelli e sorelle, però, stimano molto la chiesa cattolica: la ritengono l’unica denominazione religiosa non ancora sottomessa al regime. Il governo cerca in tutti i modi di renderle la vita difficile, ma la persecuzione sembra dare maggiore slancio ai suoi fedeli.

 

ITALIA-ERITREA, RAPPORTI FREDDI

L’Eritrea appare un capitolo chiuso per il governo italiano. Almeno per il momento. E in via ufficiale. Il sottosegretario Alfredo Mantica, che conosce bene le vicende del Corno d’Africa, afferma che non si possono avere rapporti politici con un paese che ha quelle chiusure e con un presidente responsabile della fuga e della morte dei suoi giovani. Nel Piano Africa, predisposto dal sottosegretario al Commercio estero, Adolfo Urso, non c’è spazio per l’Eritrea, «nonostante i legami storici che ci legano». E nel documento sulle linee guida della Cooperazione italiana allo sviluppo per il triennio 2009-2011, approvato nel dicembre del 2008, si parla di Asmara solo per dire che «la possibile ripresa della cooperazione con l’Eritrea sarà valutata alla luce dell’evoluzione politica locale, di concerto con gli altri donatori». Bocce ferme, quindi. (Red.)

 

 



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